Via della Partecipazione. Cos’é andato storto? Cosa abbiamo imparato?

L’amministrazione comunale vuole dare l’idea di aver fatto proprio il tema della partecipazione dei cittadini agli “affari” della città. E’ anche questo un modo di reagire alle difficoltà elettorali del giugno 2009 (il PD per la prima volta al ballottaggio a Vignola). Ed in particolare è il tentativo di fare proprio il tema di “più democrazia, più partecipazione” sollevato soprattutto dalla lista di cittadini Vignola Cambia. Sino ad allora il tema della partecipazione non aveva ricevuto grande attenzione da parte del PD che, ad esempio, non dice nulla in proposito nel suo programma elettorale (vedi il punto 8 del post dedicato ad esso il 15 maggio 2009: vedi). Comunque sia, sta di fatto che oggi anche l’amministrazione comunale retta dal sindaco Daria Denti vorrebbe innalzare il vessillo della partecipazione. Anzi la “partecipazione” sembra quasi essere diventata l’ingrediente taumaturgico dei malanni della politica cittadina e per questo va ficcata in ogni dove. Di questa ansia di dimostrare che con la partecipazione si vuole fare sul serio ci sono innumerevoli testimonianze. Se l’amministrazione organizza un incontro con i cittadini per analizzare un problema di viabilità, ecco che l’evento diventa subito un “incontro partecipato” (sic!) come recita il titolo del comunicato stampa n.55 del 13 aprile 2010. Attività routinarie per qualsiasi amministrazione – come un semplice incontro con i cittadini – vengono subito rubricate sotto l’etichetta “partecipazione”. Debbo dire che il fatto che questo sia un atteggiamento reattivo è alla fine irrilevante. Ciò che invece non è irrilevante è l’atteggiamento con cui l’amministrazione si appresta a seguire il nuovo verbo partecipazionista – se convinto o strumentale. Ma, soprattutto, ciò che non è irrilevante è se dietro alla parola d’ordine “più partecipazione per tutto” ci sia anche la capacità di organizzarla e farla funzionare, senza ricadere in un modo di fare “manipolatorio” per cui l’esito della partecipazione debba essere per forza quello gradito o voluto dall’amministrazione. L’impressione di questi primi mesi di legislatura (oramai un anno) è che il sindaco e la giunta, in tema di partecipazione, non abbiano né la convinzione, né la capacità. Questo fa pensare, ad esempio, l’esperienza di “Via della Partecipazione”. Fa pensare – per parlare chiaro – che l’idea di partecipazione che l’amministrazione comunale ha in mente è una partecipazione che consente di controllare i risultati, ovvero le indicazioni fornite dai cittadini partecipanti, oppure di vanificarli, non tenendone conto.

Via della Partecipazione: presentazione del progetto in occasione del "planning for real" (foto del 14 novembre 2009)

Su questa prima – e fino ad ora unica – esperienza di “percorso partecipativo” ho già svolto numerevoli considerazioni, avendo partecipato a tutte le sue fasi. Vale però la pena tornarvi sopra un’ulteriore volta per un semplice motivo: perché l’amministrazione, anche grazie a quella esperienza, intende adottare un “protocollo” che fissa le regole per ogni percorso partecipativo cittadino. Questo intento è stato dichiarato sin dall’annuncio del progetto di coinvolgimento dei cittadini nella progettazione dell’intervento di sistemazione di via Libertà e di via Barella – “Via della Partecipazione”, appunto. Il comunicato stampa n.74 del 30 settembre 2009 recita infatti: “Il nostro intento è quello di creare una vera e propria direttiva sull’attivazione e la gestione dei nuovi processi partecipativi, in modo da qualificare, così come già accade in altri comuni d’Italia, una serie di indirizzi e criteri guida da applicare ogniqualvolta emergano questioni che coinvolgono i cittadini.” Quello che però allora sembrava imminente, un paio di mesi dopo risulta allontanato nel tempo. Nella Relazione previsionale e programmatica 2010-2012, redatta a fine novembre 2009, si legge infatti: “verso la fine del 2010 l’Amministrazione vuole definire un protocollo (sulla falsa riga di quello votato dalla Giunta di Reggio Emilia) per i Servizi dell’Ente da rispettare ogni volta che si attiva un nuovo processo partecipativo.” (p.43) Evidentemente una giunta insediata a luglio 2009 ha le idee talmente vaghe su come “organizzare” la partecipazione dei cittadini da ritenere necessario un anno e mezzo per giungere a definire le proprie linee-guida. In tal modo il 25-30% della legislatura sarà già passato. Se scrivo questo post – lo confesso – è anche perché spero di poter dare un contributo chiarendo loro le idee. O meglio, chiarendo loro cosa non ha funzionato, cosa “è andato storto” nel progetto di “Via della Partecipazione”. Perché che qualcosa non abbia funzionato – per usare un eufemismo – è evidente a molti di coloro che vi hanno preso parte. Sembrerebbe, anzi, che anche l’amministrazione comunale pensi che qualcosa è andato storto. Scrive infatti, nella Relazione illustrativa della Giunta al bilancio d’esercizio 2009 (approvata dal consiglio comunale ad aprile 2010): “purtroppo il processo ha scontato la radicalizzazione delle posizioni verificatasi in precedenza, ma, nonostante il faticoso avvio, ha comunque raggiunto lo scopo di individuare delle soluzioni che nel complesso rispettano i criteri emersi come denominatore comune” (p.80) E’ una descrizione corretta di quello che è veramente successo? E nel caso si sia effettivamente registrata una “radicalizzazione delle posizioni”, quale ne è stata la causa? Non sarebbe male se l’amministrazione comunale si impegnasse a rendere pubblica la propria valutazione di quell’esperienza. Anche questo sarebbe un salutare esercizio di trasparenza. E soprattutto mostrerebbe a tutti se da quell’esperienza ha imparato qualcosa oppure no. Io propendo per il no, ma spero di essere smentito (non lo dico tanto per dire!). Propendo per il no anche perché ho registrato una certa tendenza a “manipolare” il processo partecipativo, in particolar modo nel caso di via Barella (ho esposto qui gli argomenti alla base di questa affermazione: vedi). Tant’è che qualche cittadino che ha preso parte al progetto “Via della partecipazione” non ci sta ad essere preso per il naso ed ha preso carta e penna ed ha scritto una lettera di protesta all’amministrazione comunale (così Erio Ricchi, residente in via Barella – ecco il testo della lettera: vedi). Lo stesso ho fatto io, visto che anche a me è sembrata una presa in giro l’assunzione, prima, dell’impegno alla salvaguardia degli alberi (da “salvare il più possibile”), poi, a percorso concluso, la decisione del loro abbattimento (e qui c’è il testo della mia lettera al vicesindaco: vedi). Ad oggi nessuna delle due ha ricevuto risposta. Comunque, veniamo al “cosa è successo” e “cosa abbiamo imparato”. In tre punti.

I problemi creati dagli alberi erano chiari a tutti. Ma i benefici? (foto del 20 novembre 2009)

[1] La prima cosa che non è andata per il verso giusto ha a che fare con il modello teorico scelto per impostare la partecipazione (é un punto su cui ho già richiamato l’attenzione, vedi il punto 2 del post del 2 novembre 2009: vedi). Qui c’è un aspetto importante da cogliere, che merita un po’ di attenzione. Nel presentare il progetto, gli esperti di Genius Loci e Marianella Sclavi hanno rimarcato la distinzione tra “metodo deliberativo” e “metodo della costruzione creativa del consenso”, affidandosi a quest’ultimo. Io sono convinto che in questa scelta ci siano alcune delle ragioni dei limiti sperimentati in “via della Partecipazione”. Detto in modo semplice il problema sta in questo. Il metodo adottato si è posto il problema di rendere più facile la partecipazione (la manifestazione delle “opinioni”) anche di chi di solito ha difficoltà ad intervenire pubblicamente. E questo è un bene. Ma lo ha fatto come se ad essere esplicitati dovessero essere le volontà o gli interessi, non gli argomenti a sostegno delle une o degli altri. Anzi gli argomenti sono rimasti nell’ombra, visto che il metodo non si preoccupava di “tirarli fuori”, di “farli emergere”. Invece la “qualità” di un confronto pubblico, di una discussione (o di una “deliberazione”), dipende proprio dalla “solidità” degli argomenti. Se non ci affidiamo allo scambio degli argomenti (ed alla loro valutazione) non c’è modo di discriminare tra gli interessi, tra le preferenze, che rimangono così tutti sullo stesso piano, ovvero di uguale valore. Per intenderci. Se penso: “gli alberi vanno abbattuti” bisogna che la procedura mi spinga ad esplicitare, a rendere pubblici, gli argomenti che supportano questa mia volontà. Lo stesso ovviamente vale per chi pensa: “gli alberi vanno salvati”. Se ci limitiamo a contare le volontà che si sono formate prima del confronto tra partecipanti perdiamo una importante possibilità che la discussione, il confronto tra argomenti rende possibile. Perdiamo cioè la possibilità che buoni argomenti (da qualsiasi parte vengano sollevati) convincano qualcuno, spingendolo a sviluppare od anche a cambiare le proprie opinioni. Di fatto però la metodologia applicata in “via della Partecipazione” ha inteso la partecipazione come se fosse un caso speciale di negoziazione (in cui contano le volontà, non gli argomenti). Tutte le tecniche applicate – anche il planning for real – erano tecniche per far emergere posizioni, non per mettere a confronto in modo stringente le posizioni diverse (e gli argomenti che le supportavano); non per aprire la chances di un cambiamento di opinioni. Se questa descrizione è corretta – come a me pare – ciò significa che la metodologia utilizzata ha facilitato il mantenimento delle posizioni originarie, piuttosto che il riconoscimento delle ragioni degli interlocutori. Tant’è che la metodologia non invitava affatto ad esplicitare gli argomenti alla base delle posizioni espresse dai partecipanti. Se questo è avvenuto, in modo certo parziale, è solo perché alcuni partecipanti (Stefano Corazza in primo luogo) hanno cercato di richiamare l’attenzione di tutti su un aspetto trascurato: il contributo dato dagli alberi al benessere collettivo in termini di qualità dell’aria, di estetica, di microclima (vedi). Argomenti che per la maggior parte dei partecipanti sono risultati convincenti, tanto da controbilanciare alcuni dei disagi che pure la presenza degli alberi determina. Insomma, guardando ai futuri processi partecipativi, quello che serve è un vero contesto argomentativo, dove ogni argomento venga preso sul serio e valutato collettivamente. Questo “gioco argomentativo”, come sanno i teorici della deliberazione come Jon Elster e Rbert E.Goodin ha anche l’importante funzione di “lavare”, ovvero di “filtrare” le preferenze, lasciando “passare” solo quelle che possono essere presentate (ed accettate) pubblicamente. Nessuno infatti si è permesso di dire pubblicamente che gli alberi “gli fanno schifo” (magari qualcuno lo pensava), ma ha dovuto trovare altri argomenti a sostegno della loro eliminazione (e purtroppo l’amministrazione comunale ha fatto loro da sponda). La “radicalizzazione delle posizioni verificatasi in precedenza”, di cui parla l’estensore della Relazione, non è dunque una conseguenza del fato o di qualche maledizione. Molto probabilmente è invece anche la conseguenza di una metodologia non adeguata alla complessità dei confronti argomentativi.

Il confronto e lo scambio di argomenti fa comunque capolino, anche se la metodologia non enfatizza il "gioco argomentativo" (foto del 14 novembre 2009)

[2] Da un modello di partecipazione basato su una visione striminzita della funzione deliberativa discendono altri guai, riscontrati puntualmente in “Via della Partecipazione”. In questa esperienza, ad esempio, la gestione dell’informazione è risultata assolutamente insoddisfacente. Ogni consenso, affinché sia solido, deve essere basato su adeguate informazioni. Più il progetto è complesso, più sono le informazioni da padroneggiare. Per questo il primo obiettivo – mancato da “via della Partecipazione” – deve essere quello di mettere a disposizione di tutti i partecipanti e per un periodo minimo di tempo (affinché le informazioni possano essere socialmente metabolizzate) tutte le informazioni rilevanti per formarsi un orientamento (il più razionale possibile). In “via della Partecipazione” le cose sono andate diversamente. Non mi riferisco qui al fatto, pur disdicevole, che i progetti originari sulle due vie sono stati messi a disposizione dei partecipanti solo 40 giorni dopo l’inizio del percorso partecipativo. Ma piuttosto al fatto, assai più grave, che informazioni importanti sono state acquisite dall’amministrazione comunale solo dopo che il percorso partecipativo era terminato. E sulla base di queste informazioni l’amministrazione ha dichiarato di prendere la propria decisione (in modo assolutamente strumentale, come ho provato ad argomentare: vedi). Il fatto è che nessun parere tecnico può essere ritenuto a priori definitivo ed assoluto in qualsiasi discussione. Ovvero, deve sempre essere data la possibilità di una “contro-perizia” – ovviamente se qualcuno non si ritiene soddisfatto del parere tecnico acquisito. Se non si fa in questo modo si alimenta il sospetto di usare il “parere tecnico” per prendere una decisione politica – esattamente quello che è avvenuto con via Barella! Occorre invece che tutta l’attività di indagine, di produzione di informazioni, di pareri, di argomenti stia all’interno del “percorso partecipativo”. Altrimenti una parte dei cittadini partecipanti avranno il diritto di sentirsi presi in giro – specie quando il “parere tecnico” ribalta l’orientamento a cui erano giunti!

Prima di "via della Partecipazione" c'era stata l'iniziativa "Non il mio nome", in difesa dei tigli di via Libertà. Ritorneremo a quel punto? (foto del 14 novembre 2009)

[3] Se le cose sono andate in questo modo è anche perché il “percorso partecipativo” prefigurato dall’amministrazione comunale con “via della Partecipazione” era partecipativo solo a metà. I cittadini erano cioè invitati a partecipare secondo modalità preconfezionate da altri. I cittadini, detto altrimenti, non hanno cioè avuto la possibilità di partecipare alla definizione del percorso partecipativo! E’ mancata, in altri termini, una “cabina di regia” partecipata, ovvero che includesse rappresentanti dei cittadini. Le decisioni sul “governo” del processo sono state prese solo dall’amministrazione comunale assieme agli esperti di Genius Loci Sas. In alcuni casi dall’amministrazione comunale contro gli esperti di Genius Loci Sas (è il potere del committente, di colui “che paga”). Non è un caso che anche la recente legge regionale in tema di partecipazione ponga l’attenzione al tema della “cabina di regia” (vedi). E’ chiaro che qui si colloca un potere di organizzazione (della partecipazione) che travalica la semplice “organizzazione” e che tocca (a volte in modo pesante, come testimonia la vicenda di via Barella) gli stessi esiti del processo partecipativo. Ciò significa, per il futuro, che nessun processo partecipativo che voglia essere “genuino” dovrà rinunciare ad una “cabina di regia” in cui sieda anche uno o più “rappresentanti dei cittadini”!

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