Referendum sull’acqua? Martedì 11 maggio un incontro pubblico per approfondire

Dal 24 aprile il Forum italiano dei movimenti per l’acqua (vedi) ha avviato la raccolta di firme per indire tre ferendum sul tema dell’acqua. Obiettivo: cancellare alcune norme contenute nella legge n.133/2008 e nel Codice dell’ambiente che impongono o favoriscono la privatizzazione della gestione dell’acqua e delle reti idriche in Italia. Con il primo quesito referendario si cancella la norma che impone la “privatizzazione”, ovvero l’affidamento tramite gara della gestione dell’acqua ad aziende in cui la parte privata abbia almeno il 70% del capitale (entro il 2015).

Il logo della campagna referendaria per l'acqua pubblica promosso dal Forum italiano dei movimenti per l'acqua

Con il secondo quesito, invece, si apre la strada alla “ri-pubblicizzazione” prevedendo la sola gestione attraverso enti di diritto pubblico con la partecipazione dei cittadini e delle comunità locali. Con il terzo quesito, infine, si dispone l’abrogazione della norma che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa (per un’illustrazione dettagliata dei tre quesiti: vedi). Questa campagna referendaria tocca un tema di grande sensibilità, come dimostrato dal successo avuto nelle prime settimane di raccolta firme: in quindici giorni 250.000 cittadini si sono fermati ai banchetti distribuiti in tutta Italia e hanno firmato per i referendum. Il tema che vi sta dietro è infatti di grande importanza: possiamo affidare ad aziende private (grandi compagnie come Suez, Gruppo Caltagirone, ecc.), che si muovono cercando di massimizzare i profitti, un bene pubblico così prezioso come l’acqua? Possiamo affidare a loro la realizzazione di investimenti così importanti per il futuro del paese? E’ possibile coniugare ricerca dell’efficienza e del profitto con la gestione “efficace” ed “equa” del servizio idrico?
Sono domande che è bene porsi. A Vignola è la lista di cittadini Vignola Cambia che le propone alla cittadinanza, sostenendo i referendum e garantendo la presenza in piazza tutti i fine settimana, dal 24 aprile fino alla fine della campagna referendaria, per raccogliere le firme (vedi). Vignola Cambia ha anche organizzato un incontro pubblico sul tema, martedì 11 maggio, ore 21, presso il Teatro Cantelli di Vignola (qui la locandina: pdf). Saranno presenti Ugo Mattei, professore ordinario di diritto civile all’Università di Torino (uno degli estensori, assieme a Stefano Rodotà, dei quesiti referendari); Sandro Mezzadra, professore associato di storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna e referente regionale del comitato Acqua Bene Comune; Giuseppe Nanni, sindaco di Granaglione (BO), un comune dove il servizio idrico è gestito dall’ente pubblico.

Vignola Cambia in piazza a raccogliere le firme per i referendum sull'acqua (foto dell'8 maggio 2010)

E il PD? La posizione ufficiale è stata espressa dal segretario nazionale Bersani (vedi): “Pur guardando con simpatia a tutti quei movimenti che si battono contro il rischio di monopoli privati, riteniamo che il referendum non sia la strada giusta.” Bersani ha buon gioco nell’osservare che dal 1995 ad oggi tutti i 24 referendum abrogativi che si sono tenuti non hanno raggiunto il quorum. Il PD, in alternativa, ha lanciato una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare. Confesso che l’impressione è quella di una mossa tattica – per dimostrare che il tema sta a cuore anche al PD, nonostante ci sia una diversità di vedute su aspetti “tecnici”. Temo infatti che anche di leggi di iniziativa popolare non ne sia stata approvata neppure una dal 1995 ad oggi (anche se numerose sono state presentate, molte promosse anche da PDS-DS-PD). Il fatto vero è che per fare o modificare una legge occorre avere i numeri in parlamento ed oggi (e fino al 2013) la maggioranza parlamentare è consegnata al centrodestra. Se adottiamo questo criterio è evidente che è difficile sostenere la tesi di una maggiore efficacia dello strumento “legge di iniziativa popolare” rispetto allo strumento “referendum” (argomenta così anche Zoro! Vedi “La posta di Zoro” su Il Riformista dell’1 maggio: vedi). Anzi, quest’ultimo, in questo caso, ha qualche chances in più visto che il tema dell’acqua tocca tutte le famiglie italiane! Anche nel PD, in ogni caso, le posizioni sono più articolate. E’ di ieri la presa di posizione di Dario Franceschini a favore dei referendum. Alcune federazioni locali – ad esempio a Monza (dove c’è Pippo Civati!: vedi), a Pavia (vedi) – hanno aderito alla campagna referendaria. Ma sono casi isolati. Anche in questo caso l’impressione è che l’aver promosso la costituzione di aziende multiutilities come HERA Spa (vedi; per ora ancora a controllo pubblico, visto che i privati detengono quote di minoranza) costituisca un fardello per il dibattito interno al PD. In effetti l’esperienza di questi anni almeno due temi li consegna agli amministratori locali: funziona il sistema di governance oggi disegnato? Siamo in grado di misurare la soddisfazione dei cittadini-utenti e di misurare la qualità dei servizi che vengono loro erogati? Ci sarebbe spazio per riflettere se solo – per riprendere un leit motiv di Salvatore Biasco – ci fosse la giusta “cultura politica” (vedi). Ma questa è un’altra storia.

PS Per approfondire il tema dell’acqua “pubblica” una lettura interessante è Martinelli Luca, L’acqua è una merce. Perché è giusto e possibile arginare la privatizzazione, Altreconomia edizioni, Milano, 2010. Io l’ho trovato alla Bottega del commercio equo e solidale di via Portello a Vignola.

9 Responses to Referendum sull’acqua? Martedì 11 maggio un incontro pubblico per approfondire

  1. Roberto Adani ha detto:

    Scrivo anche su questo argomento così si innesca un po’ di polemica ma anche un po’ di dibattito. L’altro giorno mi hanno chiesto in piazza di firmare per l’acqua pubblica, detto così che problema c’è, sono convinto che l’acqua sia un bene primario dell’umanità e debba rimanere tale. Ma mi sembra che questa battaglia ancora una volta venga condotta con un po’ di demagogia, venga portata come una bandiera, sventolando una serie di certezze che sarebbe meglio guardare con meno dogmi alle spalle. Intanto cominciamo col dire che si moriva di sete (o per acque insalubri) sul pianeta ben di più e prima dell’inizio dei processi di privatizzazione, e che quando l’acqua era interamente pubblica sia nella proprietà che nella gestione tutti (oltre il 90%) delle persone sono corse a comprare l’acqua privata in bottiglia. Ancora oggi bisogna mettere sotto tortura un cittadino perchè beva l’acqua del rubinetto. Ci sono famiglie che mandano i bambini a scuola con la bottiglia di plastica. Le cose sono pubbliche solo se i cittadini le sentono come preziosi beni comuni a cui siano fortemente attaccati.
    Forse la prima battaglia culturale dovrebbe essere questa. La seconda è che l’acqua non è dei comuni. Mi sembra assurdo scrivere una serie di frasi senza grande senso negli statuti. L’acqua non conosce confini amministrativi. Piove dove capita, si muove e si accumula seguendo le pendenze del terreno e le caratteristiche dei suoi strati sotterranei. Se c’è un soggetto quindi che non deve e non può essere proprietario dell’acqua è il comune. Se così fosse i Vignolesi farebbero la sete, i Maranesi costruirebbero una diga sul Panaro e a San Cesario ci laverebbero le strade con tutta l’acqua potabile che hanno a disposizione. Dopodichè uno di Tavernelle che sarebbe costretto a bere quella imbottigliata a Fiuggi vuoterebbe una bottiglia di diluente in giardino e quelli di San Cesario a quel punto direbbero che gli ha inquinato le acque, quello di Tavernelle risponderebbe, no io ho inquinato le mie, che tanto non bevo. Neanche le reti ha senso che siano dei comuni, perchè per il discorso precedente devono essere interconnesse tra comuni e soprattutto richiedono molti investimenti che finiscono sottoterra. Tutti i comuni d’Italia hanno investito il meno possibile,se escludiamo gli anni 50/60, in cui non essendoci prima l’acqua corrente in casa, ritennero l’acquedotto (non l’acqua) un bene prezioso. Questo è avvenuto sostanzialmente per due motivi, mantenere le tariffe basse per nascondere ai cittadini il vero costo dell’acqua nel lungo periodo e poi quando c’erano due soldi tra un opera soprasuolo come ad esempio una nuova scuola e una sottoterra come una fognatura cosa sceglievano secondo voi? Risultato, le reti di tutti i comuni sono inadeguate e spesso un colabrodo, quindi l’acqua era pubblica ma sprecata. Gli attuali cittadini potrebbero essere contenti, perchè pagano poco l’acqua, ma i nostri figli probabilmente rimarrebbero senza! L’acqua quindi deve essere di un organismo che la gestisce a livello di bacino idrico (cioò l’area all’interno della quale ogni goccia di acqua che scende dal cielo più o meno si accumula…) Ma sono organismi già previsti ed esistenti, si chiamano ATO, non funzionano però perchè nessuno gli ha mai dato le risorse necessarie e perchè immediatamente si è abbattuta su di loro la bufera degli enti inutili, costosi, poltronifici per politici…Delle due l’una, se l’acqua deve essere gestita da un soggetto pubblico deve essere un soggetto nuovo che abbia solo questo come scopo e deve coincidere come ambito di esercizio almeno con il bacino idrico. L’altra cosa importante è che non si può parlare solo di acqua da bere collegata all’acquedotto, è molto più importante il ciclo completo dell’acqua, sono molto più importanti le fognature, i depuratori, la gestione delle acque piovane. Abbiamo la maggir parte della rete fognaria mista (acqua bianca e nera insieme), non abbiamo un sistema di gestione delle acque piovane, non accumuliamo acqua quando è abbondante e andiamo sott’acqua appena piove un po’ di più. Vale per tutti i comuni d’Italia. Le risorse per fare tutti questi investimenti non ci sono. Negli scorsi anni abbiamo fatto una nuova dorsale fognaria per Vignola, solo questa è costata diversi milioni di euro, il progetto di riqualificazione della rete fognaria del villaggio artigianale di Vignola costa oltre i 5 milioni di euro. Tenete conto che tali investimenti sono stati realizzati o previsti anche se da tempo non sono più tra le competenze dei comuni ma dell’ATO che però non ha abbastanza risorse. Il nuovo deposito dell’acqua al gessiere anche questo costa diversi milioni. Non parliamo poi di un nuovo depuratore. Solo per fare alcuni piccoli esempi. Questo per dire semplicemente che l’acqua dovrebbe costare molto di più, almeno 10 volte (ma sono ottimista) quanto costa oggi se volessimo riuscire a finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno. Ma nessuno si attenta a dirlo. I comuni hanno trasferito ad ATO che ha dato in gestione ad Hera una rete che è un colabrodo piuttosto inadeguata. Tenete poi conto che il ciclo delle acque è ancora oggi spezzato tra mille soggetti, regione, province, ATO, consorzi di bonifica, consorzi irrigui, autorità di bacino servizi tecnici… In realtà pur pensando che l’acqua debba assolutamente rimanere pubblica diamo a Cesare quel che è di Cesare. Hera ha finanziato milioni di euro di investimenti (sull’acqua molto più a Vignola che a Modena) con i proventi delle altre gestioni (gas ed energia) e diciamo che oggi è ATO che fissa le tariffe e decide nel dettaglio gli investimenti che si possono finanziare con le tariffe ed Hera li esegue. Il problema è che quando va bene ci sono circa 500 mila euro all’anno di investimenti, mentre ne servirebbero almeno 10 volte tanto. Che dire poi del fatto che quando si posano tubi dell’acqua si posano anche quelli per gli altri servizi e che questa rappresenta una forte economia di scala. Hera non ha certamente fatto la migliore gestione del servizio, ma i comuni non riuscirebbero certamente a fare meglio. Vogliamo quindi pensare ad un ATO pubblica, con risorse sufficienti per gestire nel migliore dei modi l’acqua, io sono molto d’accordo. Diciamo ai cittadini che un bene prezioso come l’acqua deve costare molto di più, perchè và preservata per le future generazioni e non può essere sprecata come oggi. Rimane il problema della governance, ma la lascio risolvere ad Andrea. Un presidente dell’ATO eletto direttamente? Ma a Modena ci sono molti più cittadini e allora gli investimenti magari andrebbero lì invece di andare a Vignola. Oggi a Vignola abbiamo molta più acqua e di migliore qualità e ne perdiamo molta meno. Riceviamo l’acqua dalla montagna e soprattutto da Spilamberto, e la rete acquedottistica è stata quasi rifatta negli ultimi dieci anni. Si può fare molto meglio, ma difficilmente un referendum può affrontare una tale complessità, forse è serio pensare ad una nuova legge sull’acqua. Altrimenti rischiamo di buttare il bambino assieme all’acqua sporca. (Il bambino è una risorsa idrica e una rete ancora pubblica essendo oggi proprietà di ATO e comuni non dei gestori. Solo la rete del Gas è stata trasferita in proprietà ad Hera).

  2. Mauro Smeraldi ha detto:

    Caro Roberto,
    sai bene che ho sempre rispettato la tua persona e il tuo lavoro (faticoso), anche quando non ero d’accordo con le tue scelte. Ma da qualche tempo ho l’impressione che tu non sia molto sereno, quanto piuttosto animato da una certa acredine, che ti fa diventare inquieto, nervoso e sarcastico come mi pare tu non sia mai stato. Credo francamente che potresti rivolgere più utilmente questi (ri) sentimenti nei confronti della nuova amministrazione comunale che non perde occasione per distinguersi dal tuo lavoro passato o nei confronti del tuo partito che sembra essersi dimenticato di te, piuttosto che nei confronti di una lista civica che ha cercato e cercherà di animare il dibattito politico a Vignola, francamente scomparso negli anni passati.
    Sulla questione dell’acqua avranno modo di intervenire altri di Vignola Cambia, più esperti di me. Ma siccome quello che hai scritto mi piace molto poco, voglio dire la mia anch’io.
    a) nessuno di Vignola Cambia o del Forum per l’acqua pubblica sottovaluta il problema “culturale” dell’uso dell’acqua del rubinetto. Non so cosa abbiate fatto in questi anni tu e/o il tuo partito, ma so (e dovresti saperlo anche tu) che i movimenti per l’acqua da tempo lavorano su questo tema in tutta Italia e Vignola Cambia lo aveva nel suo programma elettorale.
    b) sottovaluti le cognizioni e l’intelligenza dei cittadini che lavorano in Vignola Cambia. Anche noi sappiamo che l’acqua non è dei Comuni. E lo sanno bene i movimenti per l’acqua pubblica. Non c’è bisogno che tu lo spieghi, ipotizzando scenari apocalittici.
    Il Forum non sta lavorando solo per i referendum. I giuristi che ne fanno parte stanno lavorando sulla creazione di una nuova categoria di beni (accanto a quelle dei beni privati e dei beni pubblici): quella dei “beni comuni”, e sull’art. 43 della Costituzione, che, se effettivamente applicato, aprirebbe nuovi e fecondi scenari per la gestione pubblica dell’acqua.
    P.S.: tra l’altro io penso che l’acqua sia di Dio, che è molto distante dai Comuni.
    c) quanto al costo dell’acqua non resta che quantificarlo, con i dati e non con le parole. Non c’è un utente di Hera che sia contento del suo funzionamento. Per l’economia di scala e la posa contemporanea dei servizi ti faccio l’esempio della mia abitazione. Il giorno in cui gli operai riasfaltavano la strada dopo aver posato i cavi del gas, ho chiesto a loro di sospendere i lavori perchè ero stato avvertito che il giorno dopo sarebbero intervenuti i loro colleghi per posare i cavi elettrici. Mi hanno risposto che loro avevano l’appalto per quel lavoro e dovevano terminarlo. Risultato: strada bucata e riasfaltata due volte nel giro di due giorni dalla stessa società (HERA)
    Comunque il principio che ci interessa è chiarissimo: l’acqua è un bene naturale e primario per ogni essere vivente. Il servizio deve essere pagato per quel che costa, senza guadagni o speculazioni per nessuno.
    d) non so se Andrea avrà voglia di risolvere il problema della governance degli Ato. Di sicuro non puoi far finta di non conoscere due principi fondamentali:
    – quello che conta nel nostro sistema economico-giuridico non è la proprietà formale, bensì quella sostanziale, non è la proprietà, ma la gestione (e i poteri che ad essa si accompagnano)
    – non solo gli Ato (peraltro formalmente soppressi da uno dei decreti vaganti del governo) ma anche Hera è diventato un poltronificio. E gli ATO quando mai hanno effettuato dei controlli seri sulla gestione nell’interesse dei cittadini?
    e) nessun promotore di referendum ha mai pensato di risolvere il problema affrontandolo solo con il referendum. Ma ci consideri degli idioti sprovveduti? O pensi che il problema si risolva con una petizione popolare a sostegno di un progetto di legge che ancora non è stato definito? Ti ricordo che nel mondo del diritto il referendum è l’esercizio di un diritto del cittadino, mentre la petizione (?) è da sempre una preghiera che il suddito rivolge al potente. E lo stesso vale per gli statuti comunali. E ovvio che la loro modifica non risolve il problema, così come non lo risolveva il dichiarare il territorio comunale “denuclearizzato”. Ma non credi che sia venuto il momento di riprendere in mano i principi? Di dare una speranza alla gente? Di riparlare di alternativa riempiendola di contenuti, smettendola di rincorrere la lega sul suo terreno? non pensi che ci sia un abisso tra D’Alema e Vendola?
    Avrei tante altre cose da scrivere, ma credo che sia meglio allargare il dibattito ad altri, Ti consiglio comunque di venire martedì al Cantelli a sentire quelli che consideri demagoghi dogmatici e superficiali.
    Ciao Mauro

  3. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ciao Roberto, con il tuo commento sollevi molti temi. Sono tutti interessanti e per sviluppare una seria politica dell’acqua bisognerebbe avere una visione in grado di proporre soluzioni interconnesse su ciascuno di essi (la nostra cultura in merito all’uso dell’acqua, la capacità di finanziare gli ingenti investimenti necessari, la delimitazione “di bacino” dell’ambito ottimale di gestione, l’individuazione di soluzioni gestionali in grado di garantire efficienza e “responsività” ai cittadini-utenti, anche quelli di domani). Sarei tentato di dire che neppure il maggiore partito d’opposizione ha oggi messo assieme tutti questi pezzi del puzzle di una seria e lungimirante politica dell’acqua. Impensabile che ci si riesca su questo blog, visto che occorre sia capacità di visione strategica sia competenze “tecniche” non indifferenti. Io però alcune cose vorrei provare a dirle, limitandomi a quei temi maggiormente toccati dal referendum. Che hanno al centro una questione: possiamo affidare ad aziende private (interamente o prevalentemente controllate da capitali privati) la gestione dell’approvvigionamento dell’acqua e della sua distribuzione? Sino ad oggi abbiamo avuto, a gestire la rete idrica qui da noi, un’azienda a prevalente capitale pubblico. Dalla metà degli anni ’90 (vado a memoria) anche la gestione dell’acqua è stata affidata ad un’azienda. Ed un’azienda che opera su un bacino – giustamente – assai più ampio di quello del singolo comune. L’adozione della “soluzione” azienda ha indubbiamente portato una maggiore efficienza rispetto ad una gestione in house fatta dal singolo comune o da raggruppamenti di comuni (es. tramite consorzi). Non voglio certo mitizzare una tale soluzione – la costituzione di un’azienda, appunto – ma se questo è avvenuto in molteplici settori – anche nella sanità e nel sociale abbiamo “aziende” – è perché hanno consentito l’adozione di modelli organizzativi innovativi, modalità diverse di gestione delle risorse umane, ed altri fattori che hanno garantito un incremento di efficienza (che vuol dire poi essere in grado di offrire più servizi a parità di tariffe o gli stessi servizi con tariffe inferiori). Penso che pur con tutti i limiti che possiamo riconoscere alle “aziende” che gestiscono servizi pubblici questo non possa essere contestato. Ma sino ad ora si è trattato di aziende che rimanevano pubbliche nel controllo, anche se, in alcuni casi, entravano soci privati o si reperivano capitali in borsa. Con le nuove norme approvate dal governo Berlusconi questo non sarebbe più vero. Cambia qualcosa rispetto ad oggi? Cambia se i soci o gli “investitori” privati in una tale azienda assumono il controllo detenendo più del 50% del capitale? Sarebbe interessante disporre di ricerche empiriche che forniscono dati su questi aspetti. Le tribolazioni economiche di questi anni – dovute a quello che Robert Reich ha definito “turbocapitalismo” – fanno pensare che i rischi di una gestione “distorta” (maggiore remunerazione oggi a scapito del futuro) o di una gestione anche “fraudolenta” ci siano. E se succede, che si fa? Non sono certo in grado di escludere che tali rischi non si presentino anche se il privato controlla “solo” il 49% del capitale dell’azienda. Su questo aspetto un po’ di dati e di analisi sarebbe necessario. Ma ovviamente il problema non finisce qui. I processi di aziendalizzazione hanno portato alla creazione di realtà autonome rispetto agli enti locali – che continuano oggi a detenere la responsabilità politica nei confronti dei cittadini (che sono anche utenti). Si parla da tempo di comune holding – un’immagine impropria, ma che rende l’idea. E’ chiaro che queste nuove configurazioni con cui facciamo i conti dagli anni ’90 (prima erano tutti consorzi!) pongono nuovi problemi di governance – ovvero di indirizzo e rendicontazione. Pongono nuovi problemi di trasparenza ed anche di partecipazione. E per questi problemi non abbiamo ancora trovato una soluzione all’altezza della sfida. Ho quasi l’impressione che non l’abbiamo neppure cercata! Pensiamo, solo per fare un esempio, alla fragilità della posizione del cittadino-utente nei confronti di queste grandi organizzazioni. Quali strumenti di trasparenza gli abbiamo offerto? Quali strumenti di tutela gli abbiamo offerto? Ma su questo non aggiungo altro. Il terzo tema su cui vorrei dire qualcosa è quello del finanziamento degli investimenti. E’ “razionale” ricercare in borsa i capitali necessari per fare investimenti di cui abbiamo bisogno (es. sulla rete idrica)? In una qualche misura direi di sì. Nei prossimi trent’anni servono più di 60 miliardi per sistemare gli acquedotti e la rete fogniaria – è un dato che prendo da pag. 14 del libro citato di Martinelli. Bisognerà avere un’idea di come si finanzia un tale piano di opere. Penso che sia ragionevole ricorrere ai mercati finanziari per una parte di questi. Questo però non implica necessariamente che la gestione di acqua e gas debbano stare dentro alla stessa organizzazione – solo perché i proventi del gas possano finanziare gli investimenti nella rete idrica & C. Ci sono anche altre soluzioni del tipo “fondi di compensazione”. Ma sono questioni tecniche su cui non ho la competenza e non intendo addentrarmi. In ogni caso il quesito di fondo è che cosa abbiamo imparato negli ultimi venti anni dai processi di aziendalizzazione, da un lato, e dall’affidamento “al mercato” (anche se da noi parzialmente) dei servizi pubblici. Sarebbe una buona cosa se questi referendum stimolassero un po’ di riflessioni e di dibattiti su questi temi.

  4. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Anche gli Scout italiani sostengono i referendum sull’acqua! Il Consiglio generale dell’AGESCI, riunitosi a Bracciano (RM) dal 30 aprile al 2 maggio 2010, con la mozione 53 ha provveduto a definire la posizione dell’Associazione riguardo l’iniziativa referendaria “L’acqua non si vende”, promossa dal Forum per l’Acqua con l’obiettivo di abrogare la “legge Ronchi” sulla privatizzazione dell’acqua e di ribadire che la risorsa acqua, in quanto bene primario, deve essere gestita ispirandosi esclusivamente al bene comune. Il Consiglio generale ha dato mandato al Comitato nazionale di promuovere l’approfondimento di tale tematica in tutti i suoi aspetti sul piano educativo e di esprimere sostegno al Comitato promotore del Referendum abrogativo della normativa sulla privatizzazione dell’acqua, collaborando con esso secondo modalità rispettose delle peculiarità educative dell’associazione.

  5. zapata ha detto:

    L’acqua non sono “bruscolini”, per questo preferisco una lettura “demagogica” di Alex Zanotelli.
    Buona lettura.

    È appena iniziata la campagna di firme chè già ci sono state numerosissime adesioni. Stiamo capendo che se perdiamo sull’acqua, perderemo sulla sanità,sulla scuola, sui diritti dei cittadini. L’anno scorso la società civile napoletana riuscì ad evitare la privatizzazione dell’ ATO 1, l’ambito territoriale di Napoli e Caserta. È da questa vittoria, insieme alle realtà di tutta Italia, che dobbiamo partire, ricordando che chi privatizza le risorse idriche è un ladro. L’acqua è uno degli elementi fondamentali per l’uomo che al 70% è composto di tale elemento. L’acqua è fonte della vita: non c’è vita senza acqua. È l’elemento primordiale per eccellenza. È uno dei simboli religiosi più usato da tutte le religioni. Insieme con l’aria è uno dei beni indispensabili per la vita umana. Ecco perché è semplicemente scioccante per tutti sentir parlare di “privatizzare l’acqua”: “Ci manca che privatizziamo l’aria”, mi diceva una donna napoletana in metrò.. Sono vere e proprie bestemmie! Dobbiamo dire no a questa tendenza di morte: vuol dire la morte per milioni di poveri e il salasso dei nostri poveri.
    La ragione fondamentale sono gli enormi interessi: l’acqua è ormai l’oro blu del futuro che sostituirà l’oro nero. Tant’è che “la banca Fideuram lo sa:vale più un litro di acqua che uno di petrolio…..”! Infatti senza petrolio possiamo vivere, senza acqua no. Le grandi multinazionali dell’acqua stanno mettendo le mani sul bene più prezioso dell’umanità. Loro sanno che è già scarsa oggi e che andrà scarseggiando. Di tutta l’acqua, solo il 3% è potabile. Di questo 3%, il 2,70% è usato nell’agricoltura industriale. Ci rimane solo lo 0,30% dell’acqua su cui c’è già una pressione enorme (ricordiamoci che il 20% ricco consuma l’87% dell’acqua potabile e che 1.400 miliardi dei poveri non hanno accesso all’acqua). Una pressione che andrà aumentando nel prossimo futuro (è di questi giorni una prova tangibile di ciò). Infatti la temperatura mondiale, per l’effetto serra,crescerà al minimo di due centigradi. Gli scienziati ci dicono che basta 1.5 centigradi in più per sciogliere nevai e ghiacciai. Ci salteranno così le fonti idriche. L’acqua sarà sempre più scarsa. Ecco perché le multinazionali stanno mettendo le mani su quest’acqua e ce la rivendono come acqua. Dobbiamo avere il coraggio di dire no a questa logica.
    È chiaro che se noi l’accettiamo, vuol dire un altro peso insopportabile sulle classi deboli (100% aumento della bolletta e tagli dell’acqua se non si paga!) e sui poveri del mondo (avremo centinaia di milioni che moriranno di sete nel sud del mondo!) La grande domanda è: l’acqua è fonte di vita o fonte di guadagno? Sarebbe così bello che L’Italia potesse dare una “lezione di civiltà” e di etica. Sono sicuro che ce la faremo: che vinca la vita!

    Alex Zanotelli

  6. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Il tema dell’acqua si presta troppo bene ad accendere battaglie ideologiche. Su questo Roberto ha ragione. Conviene a tutti concentrare l’attenzione sul primo aspetto in gioco: quale modalità di gestione? Gestione “in house”, realizzazione di consorzi, aziende pubbliche, aziende pubbliche con la “partecipazione” di capitali privati (escludo la “privatizzazione”)? Le questioni da comporre assieme sono diverse: un “giusto” bacino territoriale (almeno una ATO); revisione dei meccanismi di collegamento con la politica (qui Mauro ha ragione: anche questi enti sono diventati il “cimitero degli elefanti” di una vecchia classe politica – vogliamo fare l’elenco?); soluzioni giuridico-organizzative in grado di garantire più efficienza (a me sembra che, tutto sommato, la soluzione “aziendale” abbia dato buona prova di sè); ecc. Ribadisco, però, che la vera questione è: cosa abbiamo imparato in vent’anni di “strategie” di aziendalizzazione e di affidamento al/coinvolgimento del mercato? Non è che ci siamo spinto un po’ troppo in là nell’abbracciare una visione “liberista” che non ci appartiene (non ci deve appartenere)? Vengo da un incontro modenese di presentazione del libro di Salvatore Biasco, Per una sinistra pensante. I temi erano proprio questi. Riporto alcune suggestioni. Perché non proporre che i temi della responsabilità sociale diventino obbligatori per tutte le aziende? Come vengono declinati in una azienda multiutility come HERA? Quale livello di trasparenza garantiscono queste aziende (non solo agli investitori, ma piuttosto a cittadini-utenti e stakeholder vari)? Che cosa ci dice il termine “democrazia economica”? E’ davvero impensabile un coinvolgimento più forte dei “rappresentanti” dei cittadini e dei lavoratori (ad esempio riservando loro rappresentanza in assemblea o nel CdA)? Sono soluzioni adottate negli anni ’50 e ’60 altrove (l’esperienza della mitbestimmung nell’allora RFT): possiamo provare ad aggiornarle e adattarle alla realtà d’oggi? Quando dico che il PD ha bloccato i meccanismi di apprendimento mi riferisco a questo. Il modo in cui abbiamo pensato al funzionamento di queste aziende non si differenzia significativamente da normali aziende capitalistiche. O no?

  7. Roberto Adani ha detto:

    Caro Mauro,
    ti assicuro che sono un uomo sereno, e anche un pò meno impegnato nel quotidiano, quindi in due giorni di influenza mi sono permesso di scrivere in libertà forse troppe cose, non ce l’ho con nessuno sul piano personale e quando ho scritto queste cose non pensavo alle persone ma al limite alla politica. Non mi entusiasmano i partiti, troppo concentrati su loro stessi e sui meccanismi da clan interno, ma nemmeno le battaglie troppo ideologiche e semplicistiche o di bandiera, per cui non mi entusiasma nè D’alema, nè Vendola. Mi piacerebbe una politica seria e responsabile che non conduce battaglie ma sviluppa progetti.(e ancora non mi riferisco a Vignola Cambia, ma ad un modo di essere di chi è all’opposizione oggi nel paese) Guardate che io andrò a votare al referendum se ci sarà e penso che sia una battaglia giusta. Non mi piacciono però i messaggi troppo semplici per questioni molto complesse. Ho sentito alcuni esperti dell’acqua pubblica sostenere che gli investimenti necessari vanno finanziati con la fiscalità generale. Ma come si fa a non fare i conti con un debito pubblico al 120% del PIL? Se ci fossero risorse andrebbero impiegate per ridurre tale debito, visto che altrimenti non lasceremo nessun futuro ai nostri figli. Poi è giusto che l’acqua, tolta la quota necessaria per vivere, che potrebbe essere garantita a tutti gratuitamente si paghi in relazione ai consumi, vogliamo dire ai cittadini che la dovranno pagare almeno 10 volte quanto la pagano oggi se vogliamo un acqua pubblica! Se no sia che i comuni si indebitino, sia che ricorrano al mercato dei capitali, sia che ricorrano a società di gestione private dovranno sempre remunerare i capitali investiti. Se i cittadini poi mediamente sono disposti a pagare di più un litro di acqua in bottiglia che mille litri che sgorgano comodamente dal rubinetto di casa, mi sembra ci sia spazio per sviluppare un serio progetto che oltre a dire ciò che non si deve fare, sviluppa anche un idea compiuta su come si affronta il tema. Per cui leggo poi del bisogno di organismi che esistono già, tipo ATO, immediatamente demoliti, da tutti, senza aver nemmeno capito cosa fossero e cosa dovevano fare. Siamo poi piuttosto ingenerosi nel liquidarli come soggetti che non hanno fatto nulla per i cittadini, visto che io li ho osservati impegnarsi, anche con le organizzazioni dei consumatori per reggere il confronto con le società di gestione. Volevo solo dire che prima di liquidare tutto, perchè quello che pensiamo oggi è sicuramente meglio di quello che si è fatto ieri, diciamo ai cittadini che l’acqua deve costare di più, perchè la dobbiamo preservare per i nostri figli, e spieghiamo come abbiamo intenzione di farlo. Altrimenti rischiamo che delle buone intenzioni si dissolvano magari solo perchè i cittadini demotivati non consentono il raggiungimento del quorum ad un referendum, oppure che fatto un referendum. come è successo con il nucleare, poi non ne consegua una seria politica energetica alternativa, per cui dopo qualche anno ci rientra dalla finestra. E Berlusconi continua a vincere.
    P.S. Sul non rincorrere le semplificazioni della lega, sfondi una porta aperta, o accettiamo la sfida di innalzare il livello del dibattito e della elaborazione politica e delle proposte, altrimenti, meglio l’originale, è giusto che vincano loro

  8. sergio smerieri ha detto:

    Adani, l’ignoranza e l’illusione sono le uniche cose che ci sono rimaste; almeno a me. Quelle ce le lasci!

  9. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Superate le 500mila firme, la raccolta continua – COMUNICATO STAMPA del comitato promotore dei referendum sull’acqua.
    516.615 firme raccolte in 25 giorni di banchetti e iniziative in tutta Italia. Un risultato incredibile anche per noi, raggiunto in poco più di tre settimane grazie all’impegno e all’entusiasmo di migliaia di cittadine e cittadini dell’acqua pubblica.
    Dall’estremo Nord alle isole, la raccolta di firme racconta un’Italia della partecipazione, di migliaia di territori attenti e attivi sui beni comuni (vedere la mappa dei banchetti di raccolta firme su http://www.acquabenecomune.org).
    E la raccolta firme non si ferma, ma rilancia. L’obiettivo che il Comitato Promotore si era posto (700mila firme) è ormai in vista e può essere superato. Da qui a luglio lanceremo eventi, feste, spettacoli per coinvolgere sempre più italiani in questa civile lotta di democrazia per togliere le mani degli speculatori dall’acqua riconsegnandola ai cittadini e ai Comuni.
    Per questo fine settimana il Comitato Promotore lancia il “Giro d’Italia delle firme per l’acqua”; quale località, Comune, comitato cittadino sarà la maglia rosa della raccolta di firme di questa settimana?
    Il Comitato Promotore ringrazia tutti quelli che si stanno impegnando per la riuscita dell’iniziativa referendaria, i media locali, le radio e i siti internet che stanno dando un esempio di attenzione e partecipazione che fa ben sperare anche per la libertà d’informazione nel paese.
    Più firme raccoglieremo, più forte sarà la spinta verso il Referendum e il risveglio civile dei territori. Perché si scrive acqua, si legge democrazia.

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