Perché You Tube fa bene alla scuola

Dobbiamo tutti essere riconoscenti a You Tube. Ed ai cellulari con videocamera. Perché è grazie a queste tecnologie che negli ultimi anni abbiamo appreso qualcosa in più sul funzionamento delle istituzioni scolastiche. Basta fare una ricerca su You Tube con termini come “a scuola”, “in classe” o simili e salta fuori materiale di ogni genere: professori che dormono o che urlano, episodi di bullismo o di vandalismo, giochi in classe e scherzi di ogni genere. E’ grazie a queste tecnologie che, per la prima volta, il grande pubblico ha avuto accesso al lato “non ufficiale” dell’esperienza scolastica. [1] Più si sale nella scala degli ordini scolastici, più questa “dimensione informale” dell’esperienza scolastica si presenta ricca e variegata. Che ogni organizzazione abbia una dimensione “formale”, quella ufficiale, legittimata, quella dei discorsi pubblici, ed una “informale”, quella segreta, quella del passaparola e del pettegolezzo, delle pratiche nascoste, è un’acquisizione della sociologia che risale all’inizio del ‘900. Nulla di strano – in verità – che questa “diversa” dimensione emerga anche nella scuola, come in tutte le altre organizzazioni. E’ però vero che negli ultimi decenni la rappresentazione ufficiale e la rappresentazione “informale” della scuola si sono ampiamente divaricate, allontanandosi l’una dall’altra. Così come è vero che nei discorsi sulla riforma della scuola – un tema continuamente agitato tanto da diventare un elemento di stress per tutto il mondo della scuola e pure per le famiglie (ogni governo che cambia introduce un suo progetto di mutamento della scuola, che viene però abbandonato o cambiato da quello successivo) – l’esistenza di questa dimensione non ufficiale non viene adeguatamente considerata. Ed invece andrebbe messa al centro dell’attenzione. Bisogna aprire gli occhi e guardare a questi aspetti. Soprattutto a questi. Altrimenti ogni progetto di riforma o di innovazione, tanto a livello nazionale, quanto a livello locale, è destinato a mancare i propri obiettivi – se tra questi vi è l’innalzamento della performance educativa.

Che cosa ci rivelano questi “materiali” prodotti per divertimento, a mo’ di sberleffo nei confronti dell’istituzione scolastica? Ci rivelano ambienti degradati (altro che qualità dell’edilizia scolastica!). Ci rivelano territori spesso non presidiati da nessuna autorità, anche quando l’insegnante è in classe. Ci rivelano le dinamiche di gruppo che si innescano tutte le volte che lo stesso spazio viene “abitato” da più persone: scherzi, conflitti, riti, violenze … Ci rivelano studenti distratti, svogliati, privi di consapevolezza di ruolo, … nuovi “barbari” (d’altro canto ho visto personalmente e pure fotografato – vedi sotto – la scritta tracciata con la vernice sui vetri di una scuola: “Thanks God! I am a vandal”). Non sto dicendo che queste rappresentazioni dell’esperienza scolastica sono effettivamente rappresentative del mondo della scuola, sono “la scuola”. Sto dicendo però che se esse non lo sono, non lo sono neppure quelle “ufficiali”. Cioè quelle rappresentazioni della scuola fatte dai discorsi ufficiali, dai rapporti dei pedagogisti, dai dirigenti scolastici e dagli insegnanti negli incontri formali. Insomma stiamo tutti imparando che la scuola è invece la combinazione dell’una e dell’altra dimensione. O – detta altrimenti – anche la scuola ha il suo “lato oscuro”, quotidianamente presente e pronto a diventare preponderante. E’ però il segno della rinuncia all’autorevolezza. Della rinuncia ad essere “istituzione”. E’ il segno del fatto che, purtroppo, maledettamente, la scuola ha da tempo rinunciato alla propria missione – e ciò nonostante la quota di insegnanti validi, attenti, impegnati che pure c’é. Diciamolo chiaro. Non ne sono immuni le scuole di Vignola. Anch’esse hanno avuto il loro momento di celebrità finendo su You Tube. Anch’esse hanno avuto momenti di pubblicità negativa sui quotidiani locali (io ho sotto mano il Resto del Carlino Modena del 9 aprile 2008, dove si parla di episodi di bullismo presso la scuola media L.A.Muratori). Difficile pensare che siano delle emergenze isolate. Più probabile siano punte di un iceberg sommerso, che solo in parte si disvela. E che l’istituzione scolastica ha imparato a tollerare, a non vedere, o che non è capace di vedere, di focalizzare.

"Grazie Dio. Io sono un vandalo" Così sulla vetrata di una scuola media superiore (foto del 23 aprile 2010)

[2] A questo scarto tra immagine “ufficiale” e realtà penso ogni volta che, da genitore, entro in contatto con le istituzioni scolastiche – un fatto frequente, avendo tre figli. E due episodi recenti aggiungono materiale su cui riflettere. Aggiungo subito che non si tratta di scuole vignolesi, anche se sono abbastanza convinto del fatto che si tratti di fenomeni ampiamente diffusi. Il primo riguarda l’attività di orientamento scolastico che le scuole sono tenute a svolgere per sostenere gli studenti nella scelta degli indirizzi interni (es. dopo il primo biennio) oppure per la scelta dei percorsi scolastici od universitari. La scuola di una delle mie figlie organizza un incontro ai fini dell’orientamento – pochissimi giorni prima il termine per l’effettuazione della scelta! Descrivo la scena. La riunione si svolge in un’aula insufficiente ad accogliere tutti gli invitati. Numerosi genitori dunque sono costretti in piedi. L’aula assomiglia più ad un magazzino che ad un’aula didattica. Materiali accatastati lungo le pareti. In fondo un gruppo di studenti che chiacchiera e non presta attenzione. Già solo il contesto è rivelatore. E’ rivelatore della mancanza di qualità. Dell’essersi adattati alla mancanza di qualità. E così è. Gli insegnanti incaricati di condurre l’evento hanno approntato un PC con videoproiettore. Ma la memoria USB con le slides è stata lasciata nell’altra sede scolastica. Le relazioni degli insegnanti sono infarcite di banalità: “Bisogna crederci”; “Siate ben decisi”; “Non scegliete per i compagni”; “Non è un problema della nostra scuola, ma dell’Università”; “Con questi chiari di luna, non si può pensare di avere il posto certo. Ci vuole disponibilità alla mobilità”; “I genitori non siano impositivi”; “Dovete essere convinti”. Un genitore chiede se vi sono dati sulle scelte universitarie o sugli sbocchi occupazionali ad uno o più anni dopo il diploma. Questi dati ci sono, ma le scuole non li usano, non li sanno usare. Ora, il tema dell’orientamento scolastico e alla professione è tutt’altro che semplice. Questo va riconosciuto. Ma allo stesso tempo va riconosciuto che le scuole, nella stragrande maggioranza dei casi, sono ampiamente incapaci ad affrontarlo. Nel 1998 mi capitò di far parte di un’équipe di sociologi incaricata di condurre uno studio sugli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori del comprensorio di Lugo (vedi). Mi colpì il fatto che il 35% dei 797 intervistati se avesse potuto tornare indietro nel tempo avrebbe scelto una scuola diversa. Una testimonianza della difficoltà di compiere scelte soddisfacenti in tema di percorso scolastico. Ma forse anche una testimonianza dell’incapacità, delle istituzioni scolastiche, di offrire un valido supporto. A più di dieci anni di distanza la situazione dell’orientamento scolastico, formativo, lavorativo non è affatto cambiato. Le scuole non sono in grado di svolgere bene questo compito. Né sembrano rendersi conto del fatto che la performance attuale è particolarmente bassa. L’esperienza ha insegnato che le attività di orientamento, per essere efficaci, non debbono essere concentrate al momento della scelta, ma debbono iniziare molto prima (uno o due anni prima). Epperò ancora oggi orientamento si fa un mese prima del termine per scegliere il percorso! Sappiamo poi che l’attitudine individuale, gli interessi, la predisposizione sono fattori importanti. Ma questi possono essere utilmente contemperati con informazioni sulle opportunità di “carriera” o di inserimento occupazionale. Questi ultimi sono dati oggi disponibili o comunque facilmente accessibili. Perché non trovare il modo per richiamare l’attenzione su di essi? Non è questo un esempio di un’istituzione che rigetta le proprie responsabilità? Di un’istituzione incapace di riflettere su se stessa, sulla propria performance?

"Graffiti" sui muri della scala di sicurezza di una scuola (foto del 23 aprile 2010)

[3] Il secondo episodio si riferisce ai colloqui individuali con gli insegnanti. La “bolgia” dei colloqui, con lunghe file di genitori in attesa, un pomeriggio sottratto al lavoro, un’organizzazione assolutamente inefficiente – il tutto per raccogliere giudizi superficiali e per sentirsi dire cose che si sanno già. Un rituale di “rassicurazione” (se l’alunno non va così male). L’ultimo, pochi giorni fa. Anche in questo caso un genitore – uno stakeholder – ha la possibilità di entrare nella scuola e, per così dire, gettare uno sguardo sull’istituzione scolastica dall’interno. Ed anche qui si tocca con mano la superficialità e la ritualità di questi momenti. “Cosa vuole che le dica … li vedo due ore alla settimana!”; “Il voto? Non è un problema. Ha la sufficienza!”; “Ha un potenziale più alto di quello che esprime”; “Non mi lamento del brodo grasso”; “Dovrebbe studiare ed assimilare in modo meno superficiale”. Ognuna di queste frasi – banali e di uso corrente in queste occasioni – evidenzia più il problema, che la “soluzione”. Evidenzia una retorica di routine che gli insegnanti hanno imparato assai presto a padroneggiare. E che i genitori altrettanto presto hanno imparato ad accettare, pur nella loro inconsistenza. Evidenziano che l’istituzione scolastica ed i suoi massimi rappresentanti – gli insegnanti – si sono adattati “al ribasso” e da tempo hanno smesso di studiare ed apprendere (non come singoli, ma come istituzione) sia sulla psicologia dei ragazzi, sia su metodi e tecniche di valutazione, sia sulla ricerca di modalità efficaci di interazione con la famiglia. Aggiungo anche che dei 6 insegnanti da cui sono andato a colloquio almeno 3 li avrei invitati, se avessi potuto, a cercarsi una diversa occupazione, talmente inadeguati mi sono apparsi nel ruolo che ricoprivano! Ecco. Questa è la scuola, bellezza!

Prenotarsi un giorno prima per fare le fotocopie. Chi "governa" nella scuola? (foto del 23 aprile 2010)

[4] Bisogna avere il coraggio di dire che la scuola funziona male. Funziona male anche qui da noi, in Emilia-Romagna. Ce lo dicono da tempo gli studi di valutazione degli apprendimenti (vedi). Ce lo dicono anche gli studenti stessi, quando sono chiamati, a posteriori, a dare un giudizio complessivo sull’esperienza scolastica. Quasi il 20% degli studenti delle medie superiori (istruzione secondaria di secondo grado; a livello nazionale) reputa insoddisfacente l’esperienza scolastica nel suo complesso. Singoli aspetti di questa esperienza – caratteristiche dei docenti, organizzazione scolastica, aule e laboratori, ecc. – sono ritenuti insoddisfacenti da quote di studenti comprese tra il 20 ed il 50% (sono dati riportati nel Rapporto sulla scuola in Italia 2009, Laterza, Bari, 2009, promosso dalla Fondazione Giovanni Agnelli: vedi). E bisogna avere il coraggio di dire che la scuola funzionava male anche prima della Gelmini. Per cui non basterà cambiare ministro o governo. Non basterà neppure metterci (solo) più risorse. Gli esempi citati – cosa si fa davvero in classe; come la scuola “tratta” l’orientamento; il “rito” dei colloqui – testimoniano dell’esigenza di un ripensamento più radicale. Che deve avere un obiettivo chiaro: recupero di competenza, recupero di autorevolezza. Insomma, qualità.

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