Un PD sull’orlo di una crisi di nervi?

Può darsi che abbia ragione Bersani, il segretario del PD, e che si tratti semplicemente di proseguire l’opera di costruzione e radicamento del partito secondo quello che lui ha definito il “passo dell’alpino”. Tutti coloro che hanno esperienza di montagna hanno inteso ed apprezzato la metafora. Anch’io sono convinto che questo lavorare con determinazione, con cocciutaggine quasi, in una prospettiva di medio periodo sia di grande importanza per il futuro del PD. Però in queste due settimane successive alle elezioni regionali vi sono state considerazioni – ed anche grida d’allarme – che meritano una certa attenzione. E che richiamano l’attenzione sul fatto che, al di là del ritmo, è forse la meta che deve essere meglio definita ed il “metodo” che abbisogna di essere messo a punto. E che, anzi, proprio le elezioni regionali del 28 e 29 marzo, anziché segnare una “inversione di tendenza”, hanno messo in luce ancora di più un problema di scarso appeal e credibilità del maggiore partito di opposizione. L’ennesima diagnosi di questo tenore è stata formulata da Piero Ignazi, politologo e attuale direttore della rivista Il Mulino (vedi). Si aggiunge all’interrogativo formulato da Marc Lazar: perché le elezioni regionali in Francia hanno “punito” Sarkozy e premiato la sinistra ed invece questo non è avvenuto in Italia (vedi)? Ed al grido di dolore di Michele Salvati che parla del PD come di un progetto a rischio di fallimento (vedi). Si è aggiunto, infine, l’intervento di Romano Prodi su Il Messaggero di domenica 11 aprile (vedi), in cui l’ex-Presidente del Consiglio ha formulato una diagnosi severa (un partito “autoreferenziale”!) ed ha proposto, per questo, “terapie” radicali (una più forte “regionalizzazione” del partito).[1] D’altro canto, a voler essere onesti, è pur vero che il PD in questi mesi ha lanciato molti segnali, ma decisamente contraddittori. Pensiamo allo stop-and-go sulle primarie (altro che “primarie sempre”!). Eppure le primarie hanno qualcosa a che vedere con il DNA di questo partito! Pensiamo al modo in cui è stata gestita la “vicenda” di Vendola in Puglia – la regione che secondo D’Alema doveva fungere da nuovo “laboratorio politico” per le alleanze nazionali con l’UDC. Ed anche qui un po’ di disamoramento del proprio elettorato questa vicenda l’avrà prodotto. E non solo sugli elettori di Puglia, ma anche su quelli delle altre regioni che “stanno a guardare” tramite i giornali e si interrogano sul modo di fare politica di qualche leader storico del partito – ha dunque buon gioco Michele Serra a fare dell’ironia sulla “volpe del Tavoliere” (vedi). Sono episodi che testimoniano della scarsa consapevolezza di una cosa: del fatto cioè che una volta che si sono creati entusiasmi o aspettative nei militanti e negli elettori non è possibile far finta di niente e cambiare rotta, dando messaggi dissonanti. Perché è questo che è successo nel PD dopo l’ultimo congresso (il primo!). E che il congresso alla fine si sia risolto nel semplice “voltar pagina” sul leader (Bersani al posto di Franceschini), ma abbia mancato l’obiettivo di realizzare un dibattito vero su tutte le questioni importanti sul tavolo è oggi sotto gli occhi di tutti. Non solo perché la strategia delle alleanze (allargamento all’UDC) oggi sembra meno plausibile di quello che appariva solo pochi mesi fa. Ma soprattutto perché ancora oggi risulta evidente che al PD mancano, per così dire, le idee chiare sui contenuti: una diagnosi di questo paese (è il quesito che Luca Ricolfi pone al PD: vedi), l’individuazione di alcuni valori chiari che orientino una visione e le relative politiche, una proposta per “rinnovarlo” che sia credibile agli occhi degli elettori, una coerenza tra quello che si dice e quello che si fa (a partire dal “premiare” i talenti e le competenze!).

[2] Che questo sia ancora oggi il problema principale è testimoniato proprio dal dibattito confuso che l’esito insoddisfacente delle elezioni regionali ha aperto. La parola d’ordine è subito diventata: “tornare in mezzo alla gente” o “mettersi di nuovo in ascolto” o “recuperare il rapporto con il territorio”. A pensarci bene sembra di più un rito che un programma di lavoro. Come se non contasse il fatto che, mentre si va in mezzo alla gente, a quella gente bisogna anche dire qualcosa di convincente, bisogna tratteggiare un futuro e fargli vedere, anzi quasi toccare con mano, la strada da percorrere per arrivarci (considerazioni del genere le ha esposte oggi Sergio Chiamparino su Il Messaggero in risposta all’articolo di Prodi: vedi). E soprattutto bisogna far percepire che quei politici ed amministratori che vanno in mezzo alla gente incarnano davvero il massimo di competenza, di capacità, di intelligenza di cui questo partito, questa società, dispone. Infine bisognerà che in mezzo alla gente ci si vada – per usare la famosa battuta di Moretti – “per dire qualcosa di sinistra” (uso qui il termine in senso lato; sarebbe più appropriato dire “qualcosa di riformista”). Invece sembra che sia partita la rincorsa alla Lega Nord e che la miglior cosa da farsi sia mandare politici ed amministratori ai mercati rionali o nei bar! A me sembra che più che inseguire i temi di altre forze politiche o “rilanciare” improbabili modalità per “stare in mezzo alla gente” si tratti di elaborare proposte credibili, solide, vere sui temi al centro della visione del PD.

[3] Una delle cose più intelligenti l’ha scritta in questi giorni Pierluigi Castagnetti – che non è proprio un giovanissimo del PD, ma è lucido ed intellettualmente onesto. “Si sta celebrando il mito del radicamento territoriale leghista” – scrive su Europa dell’8 aprile (vedi). “Che esiste, sia chiaro, anche se non so se sia giusto chiamarlo radicamento. I «banchetti» nei mercati rionali, le sezioni tradizionali, le bandiere, i graffiti propagandistici sui muri delle città e tante altre cose ancora. Ma non sono propriamente questi i punti di forza della presenza leghista. E’ non meno significativa la sistematica presenza su tutti i giornali locali, l’assecondamento di tutte le battaglie «contro», la capacità di sottrarsi al giudizio di responsabilità per far parte del governo nazionale, la irriverenza verso ogni tipo di istituzione, la violenta aggressività verbale contro le persone degli amministratori locali o dei leader nazionali dei partiti avversari che tanta gratificazione psicologica offre al rancore solitamente censurato di tanti cittadini verso qualsiasi establishment, ma, soprattutto, la capacità di seminare frame, pensieri e cornici di pensiero, con un linguaggio radicale che col tempo crea mentalità. (…) La Lega semina slogan intorno alle varie paure, alla insopportazione delle diversità, al rifiuto di pensieri e interessi lunghi nel tempo e nello spazio e, quando questi sono diventati mentalità diffusa, senso comune appunto, raccoglie i frutti sul piano elettorale.” Ma se questi sono gli ingredienti del successo della Lega è chiaro, ammonisce Castagnetti, che questo non è un modello imitabile, “sicuramente non dal PD” (vedi).

[4] Non vorrei essere frainteso. Politici ed amministratori hanno certo bisogno di recuperare una modalità user-friendly di rapporto con i cittadini. Hanno bisogno di apparire (ed essere) un po’ meno “casta”. Ma questa è solo una parte del problema. Difficile pensare che ci si possa limitare a questo per incrementare significativamente il consenso elettorale! Il problema vero riguarda non il come o il dove, ma il cosa. Riguarda il cosa dire (e poi il cosa fare quando si amministra una città o quando si governa il paese). Ed in questo “nuovo” partito riguarda il modo in cui si formano le idee, le convinzioni circa il cosa dire e fare. O meglio, riguarda la difficoltà a formare tali convinzioni, ovvero a formulare programmi nuovi per la società di oggi. Salvati lo dice in modo crudo: sui temi più importanti che il governo Berlusconi mette in agenda “il PD non ha un’idea chiara e non dice nulla di unitario. Si limita ogni tanto a giocare di rimessa e nulla più” (vedi). Ecco, io penso che questo sia il principale problema. E che questo problema derivi non solo da una cacofonia di voci che si eleva dal PD. Ma soprattutto da un “deficit di apprendimento”, ovvero dal non funzionamento di quei “dispositivi organizzativi” che dovrebbero garantire l’individuazione di un problema collettivo e poi la ricerca della migliore soluzione (“progressista”, ovviamente). Queste “disfunzioni” hanno certamente a che fare con l’incapacità di organizzare un dibattito vero interno e con lo scollamento non solo con la società (la gente ed i suoi problemi), ma anche con i centri di elaborazione intellettuale (università e think tank). Salvatore Biasco ha parlato di un deficit di cultura politica che affligge il PD (vedi). Ovvero di una scarsa capacità di elaborare programmi che non siano solo slogan, ma che sappiano misurarsi con la realtà (e la capacità di raggiungere quegli obiettivi). Insomma, prima di inseguire la Lega Nord ed i suoi elettori il PD dovrebbe cercare di recuperare i propri elettori (specie quelli che ha frustrato e disilluso) e cercare di recuperare quell’elettorato medio che, di fronte alla “normale complessità” della vita delle società moderne, non ha abdicato al compito di pensare. Bisogna dare atto a Pippo Civati, giovane consigliere regionale del PD lombardo, di aver colto prima di altri questa esigenza e di aver lanciato a tal fine un “contratto a progetto”: tre mesi di incontri per mettere a punto una proposta che consenta al PD di parlare credibilmente ai giovani (vedi). Le modalità di lancio riflettono indubbiamente una forte “personalizzazione”, ma di questi tempi iniziative come queste vanno apprezzate per quello che sono: un’importante risorsa.

[5] Faccio un esempio di quello che voglio dire, così ci si intende. Anche nel PD è diventata di moda la “partecipazione dei cittadini”. Tema affascinante; oggi ineludibile, ma un po’ complesso. Insomma tenere assieme partecipazione ed efficacia, senza cadere in pratiche manipolatorie (per un esempio delle quali si rimanda al progetto “Via della partecipazione” del Comune di Vignola: vedi)  è cosa tutt’altro che semplice. Sul tema, in verità, si è accumulata una grande quantità di conoscenze ed esperienze negli ultimi vent’anni. Di “democrazia deliberativa”, ad esempio, si parla dall’inizio degli anni ‘90. La letteratura internazionale è ricchissima. L’esperienza del “bilancio partecipativo” di Porto Alegre, in Brasile, ha fatto scuola. In Francia c’è una legge che prevede l’attivazione di dispositivi partecipativi – débat public – per le grandi opere infrastrutturali.  In Italia Luigi Bobbio, docente all’Università di Torino, scrive da quindici anni sul tema, mettendo a confronto diversi metodi deliberativi. Ebbene a fronte di tutto ciò il PD non ha un pensiero, non ha un’idea forte su come innestare pratiche di partecipazione diretta nella democrazia rappresentativa (la Regione Emilia-Romagna ha approvato una legge sulla partecipazione nell’ultima seduta utile della legislatura appena chiusa, ma su pressione di Sinistra Ecologia Libertà: vedi). A livello locale gli amministratori non hanno le idee chiare su come muoversi con l’oggetto “partecipazione dei cittadini”. Qualcuno ritiene di aver risolto il problema convocando un incontro tra la giunta ed i cittadini al bar (vedi Castelnuovo). Altri pensano che la cosa si risolva invitando i cittadini a fare due chiacchiere sul bilancio (vedi Vignola). O appaltando il tema ad un’agenzia specializzata (Genius Loci Sas) senza essere in grado di dare un indirizzo “politico” (che non attiene ai risultati da conseguire, ma ai requisiti di metodo) (vedi, di nuovo, Vignola). Insomma, questo muoversi a tentoni, con l’atteggiamento del “vorrei, ma … non so come”, evidenzia che è mancata innanzitutto una capacità di pensiero. Manca una diagnosi seria sull’essere cittadini in “comunità” moderne. E manca una capacità di riflessione in grado di considerare insieme la partecipazione ed i suoi aspetti problematici (che ci sono!). E dunque di giungere a formulare proposte di modalità “vere” di partecipazione in grado di produrre decisioni efficaci. Non è questo un sintomo che da anni il processo di apprendimento nel PD (e prima nel PCI-PDS-DS) è bloccato? Non è questa la conseguenza di un “ceto politico” che, anche a livello locale, risulta in genere estraneo al lavoro “per dossier” (appropriazione conoscitiva di contributi “tecnici”), è scarsamente interessato a misurare gli effetti delle decisioni politiche assunte, non è impegnato nella rendicontazione, segue le logiche dell’appartenenza piuttosto che il merito delle questioni?

[6] Altri esempi potrebbero essere fatti in merito alla mancanza di un pensiero forte, chiaro, condiviso sul (mal)funzionamento del sistema scolastico, sulla riforma della pubblica amministrazione (un tema messo in agenda da Brunetta, non dal PD!), sul riequilibrio di un welfare che tutela essenzialmente gli “inclusi”. E così via. E’ giusto, dunque, assumere e quindi mantenere il “passo dell’alpino” – occorre infatti sapere che il lavoro di costruzione di un PD in grado di contendere il governo del paese al centrodestra sarà ancora lungo. Ma bisognerà trovare il modo per riattivare la capacità di apprendimento collettiva di questo partito – la capacità sì di ascoltare i problemi dalla voce della gente, ma anche di “studiare” e di fare “discussioni vere”. Ed è probabilmente per fare questo che serve contemporaneamente un “metodo” nuovo ed un ricambio di personale politico (forse un ricambio generazionale), così da sottrarsi all’imperante logica neanche delle “correnti” (che presuppongono pur sempre un riferimento a valori ideali), ma dei “clan”. Come arrivarci?

Nota: le foto a corredo del post sono state scattate ad Arte Fiera a Bologna, il 31 gennaio 2010.

7 Responses to Un PD sull’orlo di una crisi di nervi?

  1. jaxxalude ha detto:

    Fotografia appropriata.
    L’estinzione di alcuni dinosauri e l’emergere di nuovi volti potrebbe essere un inizio.

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ci sono diverse cose preoccupanti nell’attuale situazione del PD. Innanzitutto le incertezze sulla strategia in tema di alleanze (ovvero la questione del partito a “vocazione maggioritaria o, vista dal lato opposto, dell’allargamento all’UdC o “centristi” vari). La polemica di ieri tra D’Alema e Franceschini è forse il sintomo più evidente. Ma c’é anche una questione che attiene alla “qualità” di una classe politica. Che è cresciuta non lavorando sulle idee, sul fare, sul risolvere i problemi (di un comune, una regione, del paese), sulla “prova delle capacità”, ma piuttosto all’ombra di uno o l’altro capi-clan. Va registrato – e lo dico da sostenitore delle primarie – che le primarie del 2007 e poi quelle delle 2009 hanno dato vita non a delle correnti, ma a dei “clan”. Le correnti hanno dei riferimenti valoriali. I clan hanno come riferimento un “capo”, appunto il capo-clan, colui che si è candidato alle primarie. Veltroniani, Lettiani, Bindiani, Bersaniani, Franceschiniani, Mariniani. E poi gli intramontabili dalemiani, capaci di attraversare ogni stagione politica. Che questa sia la struttura principale del PD oggi risulta evidente dall’analisi delle candidature alle recenti elezioni regionali. Le liste sono state composte con riferimento a questa struttura di clan, con scarsa considerazione di valutazioni quali: capacità, esperienza, merito, competenza, ecc. E’ chiaro che ciò impedisce qualsiasi dibattito serio, qualsiasi reale processo di apprendimento. Nella fase iniziale, invece, il PD aveva suscitato aspettative (ed anche un po’ di entusiasmo) sul rinnovamento del modo di fare politica che poi, però, ha ampiamente frustrato (come testimonia l’esito elettorale del 28-29 marzo). Ho l’impressione che la proposta di Prodi – che io NON condivido – miri anche (o forse soprattutto) a scardinare questa strutturazione del PD come aggregato di clan impermeabili gli uni agli argomenti degli altri. Per questi problemi non ci sono facili soluzioni (temo neppure il federalismo radicale proposto da Prodi). Dietro ad essi sta un problema di cultura politica. Perché il PD non riesce ad essere un partito “plurale” senza dare luogo a strutture interne organizzate? E soprattutto organizzate come filiere verticali di persone?

  3. Marco Bini ha detto:

    Ciao Andrea,
    temo che su questo punto valgano ancora le perplessità che suscitò il Pd al momento della sua nascita, vale a dire quelle sulla “fusione fredda”. Due classi dirigenti di due partiti (entrambe già bruciate o bruciacchiate da esperienze di governo non all’altezza delle aspettative ed entrambe a loro volta fortemente correntizie al loro interno) si sono unite a forza per poi cominciare a contarsi ogni volta che ce n’era bisogno. In questo, emergono i peggiori aspetti dei due vecchi partitoni dai quali il PD più o meno direttamente discende, PCI e sinistra-DC, senza riuscirne più a ricordare alcun pregio.
    Anche Veltroni, che diede l’impulso decisivo alla nascita del PD, per poi assumerne il controllo (con il grave “peccato originale” di togliere definitivamente la terra sotto ,i piedi al governo Prodi, padre del progetto unitario in molti sensi e unico in grado di mobilitare elettori e battere due – 2! – volte Berlusconi; peccato che credo molti non abbiano mai perdonato…) diede segnali errati, come candidare alcune “figurine” (l’operaio Thyssen o la ricercatrice precaria, operazione che sapeva di casting new faces piuttosto che di scelta di rappresentanti competenti) e inaugurare l’uso strumentale delle primarie per celebrare decisioni già prese, con tutto il contorno di bizantinismi annessi, come finti appoggi a un candidato, uomini da bruciare, bocche tappate ai candidati “minori” etc… (in questo senso, è significativo l’esempio delle primarie vignolesi per la scelta del candidato sindaco; io non sono tesserato del PD, per cui l’ho vista da fuori, ma le versioni che si sono rincorse su cosa stesse succedendo sono tante e spesso contrastanti, e intendo versioni provenienti da tesserati o militanti del partito; simile opacità rende difficili, credo, i rapporti interni di un partito che esprime il sindaco della nostra città).
    Forse la proposta Prodi vorrebbe ricalcare il modello americano, dove i partiti non sono strutture gerarchiche uniche come nella tradizione europea, ma comitati nazionali che riuniscono i comitati dei singoli stati, aderendo così alla forma-governo di quel paese. Non so se sia la soluzione giusta, ma forse ha un qualche fondo di “utilizzabilità”: alcuni lacci che legano le mani ai politici locali del Pd andrebbero sciolti. La percezione che ho è quella di un partito che si muove senza agilità e prospettiva, nel quale ogni cosa che si decide anche solo di proporre è frutto di un calcolo basato sui rapporti di forza interni che da Roma si ripercuotono fino ai segretari di sezione. Come elettore, faccio fatica a sopportare questo. Non si tratta di fare la “Lega Nord a sinistra” come ha detto qualche esponente di spicco, si tratterebbe però di lasciare libertà di proposta e lavoro alla “parte bassa” del partito, a livello locale, dove, nonostante le ultime sconfitte, governa ancora in più enti, esprimendo talvolta amministratori apprezzati (e spesso votati). Naturalmente tutto ciò andrebbe ben impostato, per evitare rischi di super-parcellizzazioni localistiche (motivo per il quale NON siamo un paese maturo per il federalismo, né amministrativo né all’interno dei partiti).
    Da cittadino ed elettore, auspico che qualche scossa si voglia e riesca a dare. Il problema del ricambio generazionale non è a sé, ma dipende da come si deciderà di stabilire finalmente la forma partito e le regole interne (primarie su tutto, in questo momento sembrano quasi uno strumento dannoso per come sono state usate); il ricambio generazionale (ormai necessario) deve avvenire all’interno di prassi davvero in grado di valorizzare risorse e talenti che il PD, sono sicuro, possiede, sperse nel suo sterminato organigramma. Forse una valorizzazione della periferia potrebbe dare un po’ linfa in più, dal momento che i “rampanti” del PD a Roma sembrano un po’ esangui talvolta, impegnati a non dispiacere ai loro padri o fratelli maggiori.
    Un saluto a tutti i lettori e ad Andrea, e scusate le mie (troppe, appunto!) parentesi.

    Marco Bini

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Ciao Marco, delle primarie vignolesi ti racconterò un’altra volta (così anche degli anni che le hanno precedute). Il ricambio generazionale è importante, ma è ugualmente importante che esso avvenga con continuità. Invece sembra prospettarsi sempre (ma poi non si realizza mai) una “rivoluzione” generazionale. Come se i “giovani” dovessere scalzare di colpo i “vecchi”. Ovviamente non è così. Ci sono giovani portatori di cultura “vecchia”. Di questi giovani (che tradizionalmente si premurava di sfornare l’organizzazione giovanile: FGCI, SG, GD, ecc.) non abbiamo bisogno. Essi sono parte del problema! Ne ho conosciuti parecchi, anche a Vignola. Difficilmente le organizzazioni giovanili producono politici di qualità. Questo anche per dire che il ricambio generazionale è solo una parte del problema, forse neppure la più importante. Anche perché conta anche il modo in cui il ricambio avviene. Un dirigente del PCI disse negli anni ’80: “Gruppi dirigenti mediocri cooptano gente ancora più mediocre. Il livello scende costantemente. Finché si arriva a gruppi dirigenti così modesti che per errore cooptano qualcuno più intelligente di loro. Tutto questo noi lo chiamiamo: rinnovamento nella continuità.” L’altra parte ugualmente importante ed ugualmente critica sta nei dispositivi di formazione, che non funzionano. Per un semplice motivo: c’é una tendenza storica ad usare i dibattiti in modo strumentale. Cioè non per imparare qualcosa, ma per FARE PASSARE qualcosa. Ovvero la decisione è già stata presa (in alto). E il dibattito serve per farla passare alla base. E’ chiaro che a chi è portatore di questa cultura – che io ho sperimentato con sofferenza all’interno del PDS-DS-PD – manca la capacità di apprendimento. L’apertura all’altro è sempre una “falsa” apertura. Il messaggio, secondo costoro, dovrebbe andare sempre e solo in una direzione (mai nella direzione opposta). Per questo è impossibile apprendere. E’ impossibile riconoscere davvero che il tuo interlocutore ha delle cose da insegnarti (non solo delle informazioni da trasmetterti). Bisogna invece promuovere discussioni vere. Ma per fare ciò occorrono requisiti non banali. Non mi sembra, ad esempio, che siano presenti nel PD di Vignola. Se uno vuole un partito che abbia la capacità di discutere, di analizzare, di interpretare, di rapportarsi in modo autorevole con i pezzi di società con cui vuoi stabilire un rapporto non episodico … non mette di certo Claudio Bazzani a fare il segretario! Allora capasci che questo tipo di preoccupazione – saper ascoltare, saper dialogare, saper comunicare, saper apprendere – non è la preoccupazione primaria. Questa è invece non disturbare il manovratore (o il “suonatore”, come conclude Stefano Corazza nel suo ultimo bel post sulle politiche energetiche a livello locale). Ci sono certamente energie giovani e fresche nel PD – es. attorno a Pippo Civati, Matteo Renzi, ecc. – ma dovranno essere in grado di risolvere tali questioni. Anche a Vignola c’é un gruppo di “adepti” di Civati – sono andati al recente incontro milanese di “Oltre” (pure il sindaco c’era!). Ma mi sembra che prevalga ancora il sentimento, non l’analisi. Mi sembra che di idee su come governare questo territorio in modo nuovo e convincente ce ne siano ancora poche. Forse è questo l’aspetto più critico dell’attuale fase del PD. Se riuscisse a voltare pagina su questo potrebbe in tempi ragionevolmente brevi recuperare la “fusione fredda” dell’origine (e per fortuna che in origine c’era Veltroni che un po’ di entusiasmo ha saputo trasmetterlo)!

  4. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Per rafforzare il messaggio contenuto in questo post vale la pena leggersi anche questa breve nota di Pippo Civati. Ha come tag: lega nord, PD, radicamento territoriale. Conclude interrogandosi ed interrogando il PD: una volta giunti “in mezzo alla gente” cosa le diciamo? Cosa diciamo “ai nativi”?
    http://www.ilpost.it/pippocivati/2010/04/22/into-the-wild/

  5. lanfranco turci ha detto:

    caro andrea mi hanno segnalato recentemente il tuo blog.Può forse interessarti la mia risposta a Salvati.ciao lanfranco
    Rispondendo a Salvati…
    News
    aprile 8, 2010 11
    di Lanfranco Turci

    Caro Michele

    Tu sei uscito sconfortato dalla riunione dei bravi militanti milanesi frustrati perché da Roma non arriva la linea. Io invece sono sconfortato per il fatto che compagni del tuo valore e tanti altri con cui ho condiviso anni di battaglie politiche nella fase post-Pci(e anche prima)possano pensare che il problema del PD stia nel non saper scegliere,nel non sapere decidere,nel non riuscire a liberarsi della cacofonia dei boss. Eppure –continua il ragionamento sotteso-avremmo una enciclopedia di proposte già pronte(ricordate il programma elettorale di Veltroni?),basterebbe un partito che rispettasse le regole che si è dato,come dice il nostro amico Morando e avesse una leadership decisa a farsi valere. Ma non ti viene il dubbio che alla base della crisi del PD ci sia qualcosa di più profondo,quella mancanza di identità cui anche tu hai contribuito come padre nobile di quel partito?E con te certamente anche molti altri -nel mio piccolo e fino a un certo punto anche io-quando si è teorizzato la fine delle ideologie novecentesche e della aborrita socialdemocrazia?Salvo poi proporre come il verbo la versione liberal-liberista della sinistra à la Blair,l’accomodamento alle logiche della globalizzazione guidata dalla finanza e dalle dottrine del Washington consensus ,cui aggiungere la spalmatura in basso di quel tanto di grasso che ci si aspettava dovesse continuare a esserne prodotto a tempo indefinito?Una cultura politica che alla prova della crisi internazionale si dimostra incapace di capirne le cause e soprattutto incapace di interpretare le preoccupazioni,le paure e le aspirazioni dei ceti popolari e delle aree tradizionali della sinistra. Non è paradossale che nella riproposizione dell’alleanza fra meriti e bisogni avanzata ancora ieri da Morando emergano la spesa pubblica e la pressione fiscale come bersagli da colpire?O che tu nella bella relazione che hai tenuto recentemente a Cortona sul dover essere del Pd,arrivi alla “disperata”conclusione che sul piano macroeconomico le proposte della sinistra possano difficilmente distinguersi da quelle della destra,mentre sul piano micro dovrebbero essere ancora più impopolari?Non a caso nei giorni scorsi sul Corriere hai indicato le ragioni delle difficoltà del PD nella incapacità di liberarsi dai condizionamenti della sue alleanze sociali(il sindacato)e del suo insediamento elettorale(il pubblico impiego).Non male!Al PD manca solo questa ultima cura per arrivare direttamente al cimitero!Attenzione:non sto sostenendo che anche qui non occorrano innovazioni . Soprattutto ci vorrebbe un sindacato più deciso nel combattere il precariato,i bassi salari e il lavoro nero. Ma da qui dovrebbe partire tutto un altro discorso della sinistra che ritrovi nel lavoro e nella difesa dei ceti popolari le ragioni per riproporre su scala nazionale ed europea un’altra dinamica dello sviluppo. Non è un discorso facile. Sono temi che non siamo più abituati ad affrontare,vuoi che parliamo di politica della domanda,vuoi che parliamo di leve pubbliche di governo dello sviluppo. Sono questioni che puzzano di socialismo,di interventismo pubblico,di sindacati e di alleanze sociali mirate. Eppure io ritengo migliore la vecchia formula dell’alleanza fra classe operaia e ceti medi,aggiornata sociologicamente all’Italia di oggi,che la formula proposta da Morando(Europa 6 aprile)di un fronte indistinto degli innovatori:”i produttori di beni e servizi che sfidano la competizione globale-operai,tecnici,imprenditori,professionisti ,ricercatori- che percepiscono la nostra politica come lontana soprattutto perché volta a difendere una spesa pubblica(e la conseguente pressione fiscale)che essi considerano… in larga misura improduttiva,al limite del parassitismo sociale e territoriale”.Se continuiamo a fare dello stato e della spesa pubblica un feticcio polemico,se continuiamo a considerare come decisivo il buon funzionamento del mercato secondo la vulgata,ma non la prassi,neoliberista,come possiamo chiedere un governo europeo dell’economia,come possiamo pretendere dalla Germania il rilancio della sua domanda interna per aiutare la crescita europea e evitare la disintegrazione dell’Europa? E come possiamo chiedere politiche fiscali comuni,non concorrenziali ,o politiche salariali e dei diritti sociali comuni o comunque convergenti verso livelli più civili ,pena la guerra fra poveri e l’ulteriore indebolimento del mondo del lavoro anche in Europa?E come possiamo opporci all’arroganza di una finanza internazionale che prima ha precipitato il mondo nella crisi e ora si oppone alla regolamentazione e ai tagli dei bonus?Posso sbagliare. A volte scherzando dico che comincio ad avere delle idee che mi preoccupano. Ma non credi, caro Michele,che di questo dovremmo discutere ,piuttosto che continuare col chiacchiericcio che domina nel PD anche dopo una sconfitta così grave?Un PD che trovo perfettamente descritto in un recente articolo di Marco Revelli:”inerte nel gioco incrociato dei notabilati interni….incapace di mobilitare passioni e di nobilitare interessi. Soprattutto esangue,privo di una propria corporeità sociale,di un proprio popolo,di una propria gente in nome della quale parlare e dalla quale essere riconosciuto”.

    Lanfranco Turci

    Ps ti segnalo un dibattito con Biasco lunedì 10 alle 17-30 alla fac. di economia

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Ciao Lanfranco, grazie per il commento e per aver riprodotto qui la “replica” a Salvati. Io come Salvati e come Morando – se intendo bene – sono convinto che questo paese abbia bisogno di superare certe incrostazioni mentali e di interessi. Al dualismo inaccettabile del mercato del lavoro (prima tra grande e piccola industria, ora tra lavoro dipendente e lavoro precario) si è aggiunto nel tempo un dualismo inaccettabile del welfare state: con tutele tutte concentrate per chi “è dentro” e quasi niente, invece, per chi non ha un lavoro dipendente (tra cui quote elevate di giovani e di donne). Ed avendo un debito pubblico dell’ordine del 120% del PIL – oramai ho perso il conto – non saprei dire dove prendere le risorse per estendere a tutti le tutele oggi garantite ad un sottoinsieme dei cittadini. Se ci aggiungi un fisco decisamente selettivo ed un sistema scolastico allo sbando (già prima della Gelmini, ora ancora di più soggetto ad impoverimento) risulta chiaro che è difficile individuare una strada di rilancio di questo paese percorribile per qualsiasi riformista. Sono i contorni di un dilemma di difficilissima soluzione. Insomma, difficile fare le riforme con il sindacato, impossibile (per noi del centrosinistra) farle contro. Come si esce da tutto ciò non mi è chiaro. Comunque, ho letto con grande interesse il libro di Biasco e conto anche di partecipare all’evento modenese. Questo “pensiero critico” (ed autocritico) ci offre indubbiamente una chances importante di apprendimento. Prima che sia davvero troppo tardi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: