Bici d’epoca a Vignola: una mostra di Luigi Paltrinieri. E qualche riflessione

Il 20 giugno 1933 il commissario prefettizio, Avv. Favali, comunicava all’Unione Fascista delle Imprese di Bologna l’elenco dei possessori di licenza di deposito di biciclette a Vignola. Dall’elenco risultano assegnate 12 licenze, di cui 11 effettivamente “operanti”. Tra i possessori di licenza risulta anche Paltrinieri Aldo di Giuseppe, con deposito di biciclette in via G.B.Bellucci (all’angolo con via A.Plessi). Aldo era mio nonno. Nato nel 1908, a Vignola era meglio conosciuto con lo scutmai di “Geremia”. Suo figlio Luigi, figlio unico, classe 1931, chiamato Athos dagli amici, iniziò ben presto a lavorare nell’impresa di famiglia. Nel 1945, terminata la guerra, lavorava con suo padre nel deposito di biciclette di via Bellucci (se ben ricordo il deposito era in origine sul lato verso il centro, ma venne spostato sul lato opposto, verso Modena, visto che, assieme alla casa di mio nonno, era stato distrutto dai bombardamenti). Qualche anno dopo lo vediamo aprire un negozio di biciclette e motocicli poco distante, in via Alessandro Plessi n.4. Determinazione, etica del lavoro, grande forza di volontà gli hanno consentito di intercettare le opportunità dischiuse dal boom economico. Per quarant’anni ha fornito Vignola ed il territorio del distretto di biciclette, ciclomotori, motocicli e motocarri divenendo uno dei più apprezzati concessionari della Piaggio in Emilia-Romagna. Oggi nei locali in cui ha iniziato la sua carriera lavorativa – in via A.Plessi 4 – ha allestito una mostra di biciclette d’epoca e relativi accessori.

Il volantino della mostra (con Luigi Paltrinieri in un’immagine dei ruggenti anni ’50)

Vi sono esposte una ventina tra biciclette e tricicli – tutti pezzi risalenti al periodo che va dalla fine dell’800 fino agli anni ’50. Tra queste un triciclo della fine dell’800; una bicicletta di fabbricazione tedesca, marca Fahrzeug, modello 139, dell’inizio del ‘900; una bici di marca Gritzner del 1915; una bici dell’inizio del ‘900 con manubrio a leve rovesciate ed impianto di illuminazione a gas acetilene (ottenuto dal carburo di calcio); una bici da bersagliere con borsa porta messaggi risalente alla seconda guerra mondiale. E’ documentata anche la “motorizzazione” delle biciclette con il celebre Mosquito, derivante da un brevetto della ditta Motori Garelli. Inoltre sono esposti oltre un centinaio di accessori, tra cui fanali ad acetilene o ad olio, campanelli, lucchetti a chiave od a combinazione e tanti altri attrezzi legati al mondo delle due ruote. In mostra anche alcune stampe e documenti storici. La mostra sarà visitabile nel periodo della Festa dei ciliegi in fiore, indicativamente fino a metà aprile.

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Il motivo di questo post non sta però solo nella memoria di una vicenda familiare. Anche l’oggetto della mostra – la bicicletta – merita qualche considerazione. A partire dagli 11 depositi di bici presenti a Vignola nel 1933 (tra cui quello di Aldo Paltrinieri). Chiaramente allora la bicicletta era il mezzo di mobilità universale. Lo testimonia, tra l’altro, l’estensione dell’offerta di servizi per chi utilizzava la bici per venire in paese (appunto la presenza di ben 11 depositi, con i relativi servizi di officina, in un paese assai più piccolo di oggi). Al censimento del 1931 Vignola contava 8.610 abitanti. Allora era più piccola di Castelvetro che di abitanti ne contava 8.902, anche se forse più importante dal punto di vista commerciale. Era comunque, per dimensioni, il 16° comune della provincia di Modena (oggi è il 7°), superato da comuni come Concordia sul Secchia (11.215), Nonantola (10.291), Novi (10.270), Soliera (10.999), San Felice sul Panaro (11.312) e persino Pavullo (15.936) e Serramazzoni (8.948).

Lettera del 20 giugno 1933 con l’indicazione dei posteggi di biciclette a Vignola (archivio di Luigi Paltrinieri)

Possiamo stimare di qualche migliaio il “parco biciclette” in circolazione negli anni ’30. Alcuni dati sul “parco biciclette” vignolese sono riportati in Carlo Clò, Duecento secoli di storia vignolese nei ricordi di un pomaro, Club Jacopo Barozzi, Vignola, 1999, cap.V, che si avvale di dati del Dr. Attilio Neri, già sindaco vignolese e cultore di storia locale. In effetti è possibile attingere a fonti ufficiali sul numero delle biciclette in circolazione nei primi decenni del ‘900 visto che il possesso di una bicicletta era soggetto a tassa (all’inizio del secolo di lire 1), poi abolita dal governo fascista, giunto a considerare la bicicletta un mezzo indispensabile di trasporto e lavoro. Nel 1908 a Vignola risultavano pertanto 132 biciclette (in regola con il pagamento della tassa); 592 nel 1914, più di 1.120 a metà degli anni ’20 (quando si pagava un bollo di 3 lire annue per il possesso).  Allora la bicicletta era l’unico mezzo di trasporto disponibile per circa il 90% della popolazione. Era un mezzo di libertà, ma ad esso non vi erano sostanzialmente alternative per le piccole e medie distanze, per gli spostamenti quotidiani. Oggi la stessa funzione la svolge l’automobile. Sappiamo che in provincia di Modena vi sono circa 7 automobili circolanti ogni 10 abitanti. Se portiamo questo rapporto su Vignola possiamo stimare circa 16.500-17.000 automobili presenti in città. 17.000 posti auto ricavati in larga parte negli spazi pubblici, sulle strade, nelle piazze. 17.000 automobili che circolano ed in tal modo inquinano con le loro emissioni. 17.000 automobili che ci consentono di spostarci … stando seduti, muovendo solo i muscoli del piede e dell’avanbraccio. Il confronto tra la mobilità vignolese di oggi e la mobilità vignolese del 1931 è interessante. E’ interessante proprio per la “provocazione” che un tale confronto induce: perché allora si riusciva a vivere avendo come unico mezzo di mobilità la bicicletta ed oggi abbiamo necessariamente bisogno dell’automobile? Evitiamo la risposta banale e prendiamo sul serio quest’interrogativo. La risposta banale è che ci sono indubbiamente tante “buone ragioni” per l’uso estensivo ed intensivo dell’automobile. Ma il fatto è che ce ne sono anche alcune – e pure importanti – che dovrebbero sconsigliarlo. E che dovrebbero invece consigliare l’uso della bicicletta. O comunque di mezzi alternativi, più “consoni” alla tutela dell’ambiente e della nostra salute. Questo interrogativo è bene venga mantenuto in vita. E’ bene non si continui a dare per scontato che il sistema di mobilità dominante sia “naturalmente” centrato sull’automobile.

Bicicletta dell’inizio del ‘900. In primo piano il fanale a gas acetilene ottenuto dal carburo di calcio (foto del 2 aprile 2010)

E’ quel “naturalmente” che va messo in questione. Ottant’anni fa non era così. Se non è pensabile rinunciare all’uso dell’automobile è tuttavia pensabile – ed auspicabile – un mix più equilibrato tra i diversi mezzi di mobilità. Un mix all’interno del quale sarebbe bene la bicicletta venisse ad assumere un ruolo più importante di quello che detiene oggi. Nel 1973 – l’anno non è casuale: è quello del primo grande shock petrolifero, quello che riempì le strade italiane della domenica di bici e di bambini coi pattini a rotelle! – Ivan Illich scrisse un Elogio della bicicletta (riedito da Bollati Boringhieri, Torino, 2006, 7 euro; ne ha parlato Avvenire in un servizio dedicato all’Europa in bicicletta: vedi). Scrive Illich: “La bicicletta richiede poco spazio. Se ne possono parcheggiare diciotto al posto di un’auto, se ne possono spostare trenta nello spazio divorato da un’unica vettura. Per portare quarantamila persone al di là di un ponte in un’ora, ci vogliono dodici corsie se si ricorre alle automobili e solo due se le quarantamila persone vanno pedalando in bicicletta”. Per quasi quarant’anni l’elogio di Illich è rimasto inascoltato. Non ha contribuito a dare forma alle politiche pubbliche. A livello nazionale mancano norme, sistemi di incentivazione, risorse stanziate. Così in Europa l’Italia si colloca solo al decimo posto per bici vendute per ogni 100 abitanti (3,35 bici vendute per 100 abitanti nel 2007, contro le 9,72 della Danimarca, le 8,26 dell’Olanda, le 5,88 della Francia: vedi). Inoltre per l’Italia si tratta, plausibilmente, di bici impiegate in larghissima parte per la pratica sportiva o per il tempo libero. Da noi la bici non è un mezzo “integrato” nella vita quotidiana.

Luigi Paltrinieri nel locale della mostra, in via A.Plessi 4 a Vignola (foto del 2 aprile 2010)

Sul versante degli enti locali si registrano le uniche, limitate, novità. Un timido tentativo di riequilibrare, appunto, il mix degli impieghi di mezzi di mobilità. Realizzazione di piste ciclabili, bike sharing, incentivi all’acquisto di bici a pedalata assistita, servizi di “noleggio” bici integrati con i principali parcheggi cittadini, ecc. Modena e diversi comuni di questa provincia sono ai primi posti nella non affollata classifica nazionale dei comuni impegnati per una mobilità sostenibile. Siamo comunque ancora distanti da un’azione efficace, cioè in grado di spostare quote significative di cittadini verso l’uso della bici. Vignola, invece, risulterebbe “non classificabile” nel caso si procedesse a valutare le politiche locali di promozione dell’uso della bici. Con l’amministrazione Adani c’è stato un impegno importante nella realizzazione di ciclabili: 21 km di piste ciclabili e pedonali, recita il “bilancio di mandato” del sindaco. Ma sappiamo che questo oggi non è sufficiente. Negli ultimi cinquant’anni anche a Vignola, come nel resto d’Italia, è cresciuto un “sistema” della mobilità centrato sull’automobile. La città si è adattata, per quanto possibile, all’auto. Anzi ha concesso all’auto anche quegli spazi che avrebbe dovuto riservare alle persone. Sulla “centralità dell’auto” si è sviluppata la società, l’economia, i nostri ritmi, la vita delle famiglie. Il risultato è che tendiamo a disconoscerne rischi ed effetti nocivi. Tendiamo ad usarla anche quando ciò non è necessario o razionale. Per “decostruire” questo sistema occorrono politiche mirate e continue, politiche di lungo corso. Occorre agire sia a livello delle infrastrutture (rete delle piste ciclabili, ma anche aree urbane pedonalizzate), ma anche su quello dei comportamenti. Occorre un mix tra norme, incentivi (e dunque risorse), cambiamenti culturali. L’incentivazione dell’uso della bici potrebbe anche diventare un ambito di applicazione delle tecniche di marketing sociale – come si sta facendo per la promozione di stili di vita più salutari (alimentazione, fumo, ecc.). Ma per fare ciò, in assenza di serie politiche nazionali, occorrono amministratori capaci, lungimiranti, coraggiosi. Possiamo immaginare che in un prossimo futuro Vignola possa fregiarsi del titolo di “città delle biciclette”? Possiamo immaginare che la città assomigli, dal punto di vista della mobilità privata, un po’ di più a quella del 1931? Se andate a visitare la mostra di bici d’epoca di Luigi Paltrinieri non dimenticate di porvi quest’interrogativo.

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3 risposte a Bici d’epoca a Vignola: una mostra di Luigi Paltrinieri. E qualche riflessione

  1. fabrizio Migliori ha detto:

    Caro Andrea, è interessante l’articolo che hai scritto poichè ripropone a Vignola la questione della mobilità sostenibile. Vorrei qui ricordare che durante le giornate di Agenda 21 (ormai sembrano passati secoli da allora quando l’amministrazione di Vignola aveva lanciato questa iniziativa) al termine del percorso era stato predisposto un Piano d’azione che l’amministrazione si era ipegnata a seguire.
    Fra le varie azioni vi erano anche quelle relative alla mobilità sostenibile.
    Sarebbe interessante riprenderle e chiedere all’attuale amministrazione di adempiere alle richieste dei cittadini che allora si impegnarono e persero un po’ del loro tempo per partecipare ad Agenda 21 locale.
    Riguardo all’uso dell’automobile credo che sia necessario decodificare il messaggio valoriale e di status che si nasconde dietro all’uso dell’automobile e che si insinua attraverso la pubblicità.
    In parole povere in Italia è passato il messaggio che se usi la bici sei uno “sfigato” mentre l’automobile ti fa salire di status. I ragazzi di Vignola dicono ” non vado in bici a scuola perchè ci vanno solo gli extra”. Credo che sia il caso di iniziare a discutere anche di questo. Fabrizio Migliori

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Ciao Fabrizio, sono davvero convinto che la mobilità funzioni come un “sistema”. Un sistema centrato sull’auto. Le nostre infrastrutture oggi vengono dimensionate per quello. I nostri spazi urbani hanno accettato passivamente il predominio dell’auto. Sono occorsi 50 anni per produrre questo sistema che a noi oggi sembra naturale. Per cui usiamo l’auto per ogni minimo spostamento. La parcheggiamo anche dove non dovremmo. La usiamo anche quando non è razionale. Pensiamo, siamo convinti, di non poterne fare a meno. 50 anni hanno prodotto anche una cultura dell’uso dell’automobile. Serve tempo per produrre cambiamenti. Ma ci sono occasioni in cui le persone risultano più “recettive” e quei momenti andrebbero utilizzati da chi vuol produrre un cambiamento. Se è vero che la situazione di crisi economica mette in discussione non solo il livello di ricchezza acquisito, ma anche il nostro modo di vivere, allora questo momento andrebbe utilizzato, da enti locali lungimiranti, per facilitare il cambiamento. Per un mix più equilibrato nell’uso dei diversi mezzi di trasporto.

  2. paolo ha detto:

    salve, sono in possesso di un triciclo “Giordani” tipo il suo il cui cartellino riporta “Giordani primi 900”. vorrei cortesemente chiederle se mi può inviare qualche informazione tecnica per il restauro ad esempio quali parti erano cromate e di che materiale era il sellino, etc..
    Inoltre volevo qualche notizia storica per capire se è un oggetto raro o comune.
    distinti saluti Paolo.

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