Non fate morire il Centro per le famiglie!

Il Centro per le famiglie dell’Unione Terre di Castelli (vedi) è a rischio chiusura. Qualche giorno fa è stata comunicata la decisione di spostare le tre educatrici in organico presso il servizio di nuovo ai servizi per l’infanzia, da dove provenivano. In tal modo il personale del Centro per le famiglie, già assai contenuto, viene dimezzato. Lo spostamento delle educatrici, però, toglie completamente il “braccio operativo” del Centro: le educatrici, infatti, sono quelle che principalmente svolgono direttamente o coordinano larga parte delle attività con gli “utenti”, ovvero con i genitori. Perché una scelta così drastica? Perché una scelta che, di fatto, significa lo smantellamento del Centro?

Disegno di Paolo Bacilieri - Festival internazionale del Fumetto di Bologna (foto del 7 marzo 2010)

Indubbiamente pesa la situazione finanziaria dell’Unione Terre di Castelli. Le difficoltà di molte amministrazioni comunali a chiudere i bilanci di previsione per il 2010 e l’esigenza di incrementare le risorse sul sociale per fronteggiare gli effetti della crisi economica (aumento delle persone senza lavoro e generale riduzione della ricchezza delle famiglie) hanno portato ad una riallocazione di risorse. Questo significa anche riduzione degli stanziamenti per alcuni settori ed interventi e taglio di servizi. Di tutto ciò non si parla però nella Relazione Previsionale e Programmatica 2010-2012 (vedi). Né si parla dei “ragionamenti” e dei criteri che hanno portato alle decisioni di minore dotazione di risorse o di riallocazione di risorse. La Giunta dell’Unione ha invece scelto di non parlare delle difficoltà; di non argomentare le scelte fatte; di non esplicitare la strategia perseguita. Non si parla del forte ridimensionamento (della chiusura?) del Centro per le famiglie. Non si parla del taglio dell’organico sulle politiche giovanili. Non si parla della situazione della Strada dei Vini e dei Sapori (vedi). Non si parla della chiusura del Centro diurno di Castelnuovo. Non si parla del ridimensionamento dei servizi per l’handicap, conseguenza dell’applicazione di nuovi standard che abbassano il livello di servizio sino ad ora garantito. Non si parla dell’ipotesi di recuperare 550.000 euro su base annua tramite la ricollocazione della funzione di “scodellamento” al personale scolastico (una cosa assolutamente incerta, visto che apre un fronte di conflitto politico e sindacale). Certo, scritta in questo modo la Relazione diventa un documento di propaganda. Un documento scarsamente utile. In ogni caso è bene precisare che la decisione sul Centro per le famiglie non deriva automaticamente dalla contrazione delle risorse e dalle difficoltà di bilancio. Deriva anche dalla mancanza di consapevolezza sull’importanza dell’attività del Centro, conseguenza, anche, della mancanza di una “guida politica” nei 6 anni di vita del Centro stesso. Il Centro per le famiglie paga oggi, per questo, anche una sua scarsa visibilità, oltre l’erronea convinzione di qualche amministratore che dei suoi servizi “immateriali” sia possibile fare a meno con relativa facilità. Nel tentativo di fornire argomenti che possano aiutare a rivedere questa decisione (che personalmente ritengo sbagliata) vorrei provare a dire perché è importante il Centro per le famiglie. Ma non intendo fare un’apologo. Perché ritengo che vi siano ancora bisogni, delle “famiglie” e, soprattutto, dei genitori, che non ha ancora adeguatamente affrontato. Parto però da una veloce descrizione di questo servizio e delle sue attività.

Street art a Bologna (foto del 31 luglio 2009)

[1] Il Centro per le famiglie dell’Unione Terre di Castelli è un servizio istituito di recente. E’ stato inaugurato il 27 marzo del 2004. Nella fase iniziale aveva sede presso la scuola dell’infanzia Mago di Oz (con ingresso autonomo in via dei Lazzarini 141) a Vignola. Successivamente si è trasferito nei locali delle ex-Barozzi (in Piazzetta Ivo Soli, sempre a Vignola), quando gli spazi al Mago di Oz sono stati utilizzati per accogliervi una nuova sezione di scuola dell’infanzia. Pur avendo una sede in uno dei comuni dell’Unione esso svolge attività su tutto il territorio dell’Unione (ricordo anche, per la cronaca, che l’ipotesi iniziale era di trovargli sede a Castelnuovo, ma poi quel comune fece scelte diverse: chiedere all’ex-assessore Giliberti). L’attivazione del Centro per le famiglie dell’Unione segue un programma regionale della seconda metà degli anni ’90 che ha portato alla nascita di Centri per le famiglie dapprima solo nei capoluoghi di provincia (più Carpi, Lugo, Imola). I finanziamenti regionali erano infatti riservati solo ai Comuni con più di 50.000 abitanti (più Lugo che aveva partecipato alla sperimentazione iniziale). Grazie ad un’azione politica questi criteri sono stati modificati: i 50.000 abitanti sono stati mantenuti come bacino necessario, ma alla sua formazione potevano concorrere più comuni associati. In tal modo anche l’Unione Terre di Castelli ha potuto sviluppare un progetto di “Centro per le famiglie”, potendo accedere ai finanziamenti regionali. Oggi i Centri per le famiglie in regione sono 25 (vedi). La loro crescita riflette l’emergere di un’area di bisogno prima poco visibile: quello della mancanza di dispositivi sociali efficaci di trasmissione del sapere sul “fare famiglia” e della fragilità relazionale di tante famiglie (anche per ragioni “strutturali”: pensiamo a chi immigra, lasciando la rete parentale al paese di origine). Cercando di intercettare questa nuova area di bisogni i Centri per la famiglie si propongono come punti di elaborazione, informazione, sostegno e aiuto per e tra le famiglie. Sin dall’inizio sono stati pensati come “contenitori” di una pluralità di attività il cui mix e la cui enfasi cambia da contesto a contesto: informazione e vita quotidiana; sostegno alle competenze genitoriali; accoglienza familiare; sviluppo delle risorse comunitarie e dei rapporti intergenerazionali (vedi). Essi operano per offrire “risorse” alle famiglie (risorse “immateriali”: conoscenze, momenti per formare competenze, relazioni tra famiglie per stimolare la consapevolezza sulle “competenze naturali” ed il mutuo-aiuto) ed in tal modo per contribuire al benessere delle famiglie. Avendo una finalità formativa e di produzione di relazioni le attività del Centro per le famiglie sono per piccoli gruppi.

Street art a Bologna (foto del 17 ottobre 2009)

In punta di piedi … scoprirsi genitori” (per famiglie con bambini appena nati); “Massaggio del bambino” (per mamme o papà con bimbi di 3-7 mesi); “Crescere insieme” (per genitori con bambini di 6-12 mesi); “I ritmi della vita” (per famiglie con bambini nell’infanzia); “Ragazzi che genitori!” (per genitori di adolescenti) – sono i titoli dei “percorsi” per le famiglie offerti dal Centro. Ad essi si aggiungono veri e propri servizi come il “Punto di ascolto”, uno sportello per donne o genitori in difficoltà. Come lo “Spazio incontro” per genitori e bambini. E come la “mediazione familiare”: un servizio di mediazione per partner che si separano. Il tutto condito con iniziative che usano il momento ludico-ricreativo (laboratori sull’organizzazione di feste, il teatro, ecc.) per creare relazioni tra famiglie.

Disegno di Paolo Bacilieri - Festival internazionale del fumetto di Bologna (foto del 7 marzo 2010)

[2] Deve essere chiaro, tuttavia, che l’importanza del Centro per le famiglie non sta solo nell’offerta di iniziative e servizi (di cui possiamo stimare qualche centinaio di beneficiari ogni anno sul territorio dell’Unione). Mentre propone occasioni di incontro e di riflessione esso produce anche relazioni sociali. Mette in contatto le famiglie. Attiva dei veri e propri gruppi di mutuo-aiuto. Mentre realizza interventi ed offre servizi, crea relazioni. Promuove autonomia. Non solo della singola famiglia. Ma del gruppo delle famiglie. Ri-costruisce quelle relazioni, quelle trame che una volta (forse) erano un portato naturale delle comunità locali. Ma che oggi non possono più essere considerate un dato naturale, se non in alcuni casi. Il Centro per le famiglie svolge dunque, da questo punto di vista, una importante funzione di “sviluppo di comunità”. Non è certo l’unico agente che promuove ciò sul territorio. Funzioni analoghe, seppur in modo non sovrapponibile, sono svolte dagli asili nido (molto) e dalle scuole d’infanzia (già meno), così come dalle realtà associative. Ma mentre in questi casi la produzione di “socialità” o di “comunità” è un effetto secondario (una sorta di effetto collaterale positivo), nel caso del Centro per le famiglie essa è una finalità primaria. Per questo ogni attività svolta dovrebbe pertanto essere misurata non solo dal punto di vista del successo e del gradimento della proposta (un incontro, un’animazione, un servizio), ma dalla sua capacità di produrre relazioni, di produrre gruppo, di produrre comunità. Il benessere della famiglia è infatti intrecciato (e dipenda da) con il benessere delle reti sociali (non solo parentali) all’interno della quale è inserita. Ed è questo il “bene” a cui mira l’attività del Centro per le famiglie. Dall’attività del Centro per le famiglie, in effetti, è nata un’associazione di famiglie con bambini disabili (si tratta dell’associazione “La coperta corta”). Ma certamente il Centro per le famiglie dovrebbe essere chiamato a fare di più, ad esempio sfruttando il contesto degli asili nido, dove si trovano genitori ricettivi e disponibili a mettersi in gioco nel gruppo allargato. Una condizione che pochi anni dopo non risulta più presente.

Street art a Bologna (foto del 24 luglio 2009)

[3] E mentre produce relazioni sociali (un bene oggi scarso, a livello familiare) innesca processi di “riflessione” nelle famiglie e tra famiglie. L’allentarsi della presa delle tradizioni non è di per sé un aspetto da valutare negativamente (vedi). In un certo senso essa è anzi il prerequisito di una maggiore libertà, di minori “costrizioni”, di modelli di comportamento più consoni ai valori moderni (pensiamo ad una divisione dei compiti più paritaria all’interno della coppia). Ma la riduzione della presa delle tradizioni corre il rischio di lasciare un vuoto o di lasciare le persone, anche i genitori, in balia di modelli superficiali o anche orientati individualisticamente (in cui l’affermazione di sé prevale su ogni altro aspetto). Questo richiede luoghi e momenti per un’appropriazione critica delle tradizioni e dei nuovi modelli genitoriali e familiari. Chiede dunque una capacità di confronto e di apprendimento. Chiede innanzitutto la capacità di riconoscere che vi sono modelli che assumiamo implicitamente come “naturali” e che invece naturali non sono. Per questo il confronto tra i diversi stili di “conduzione” familiare è particolarmente importante (vedi). Per questo il confronto tra le modalità di svolgimento di routines e rituali familiari è anch’esso importante (vedi). Insomma si tratta di mettere le famiglie, i genitori nella condizione di sviluppare una maggiore riflessività (ovvero assunzione di comportamenti non solo perché sono quelli appresi, ad esempio nella propria tradizione familiare). Come tutta l’attività di “produzione culturale” si tratta di esiti difficili da “apprezzare” e da misurare. Ma è indubbio che il benessere di una comunità passa anche dalla diffusione di una cultura familiare equilibrata, da nuovi stili di vita familiare. Tutte cose che, condotte con accortezza, potrebbero, anzi, dovrebbero consentire di trattare anche questioni più impegnative come la “parità” di genere, ovvero il riequilibrio della distribuzione dei “carichi lavorativi” familiari e la violenza domestica (vedi). E di trovare nuove modalità per diffondere maggiore sensibilità ed attenzione su queste tematiche ne abbiamo assolutamente bisogno.

Disegno di Paolo Bacilieri - Festival internazionale del fumetto di Bologna (foto del 7 marzo 2010)

[4] Tutto ciò rischia di essere spazzato via. Rischia di essere spazzato via il programma di intervento per “fronteggiare” la depressione post-partum. Rischia di tornare nell’ombra il fenomeno della distribuzione asimmetrica tra uomini e donne dei casi di depressione o disagio psichico. E così via. Nel Bilancio di previsione 2010 dell’Unione, di questo non si dice niente. L’attività del Centro per le famiglie è presentata in completa continuità rispetto al passato (sta alle pp.24-25). Non si parla di ridimensionamento, men che meno di chiusura. Non si parla di riduzione dell’organico. Anzi il titolo del programma A9 (quello relativo all’atività del Centro per le famiglie) parla di “consolidamento e sviluppo”. Come sia possibile “consolidare” e “sviluppare” un servizio dimezzandone l’organico non è chiaro, però! Sul fatto che i documenti programmatici dell’Unione siano oggi di bassa qualità, tanto da renderli scarsamente utili, continuo a richiamare l’attenzione da tempo (lo facevo anche quando ero consigliere dell’Unione Terre di Castelli) (vedi). Bisognerà prima o poi – meglio prima! – trovare un modo nuovo per “fare politica”, ovvero per assumere le decisioni su strategie e programmi degli enti locali! Qui lo ribadisco a margine della vicenda del Centro per le Famiglie. Su cui oggi occorre richiamare l’attenzione. Non fate morire il Centro per le famiglie! Anche in una situazione di difficoltà di bilancio possono trovarsi soluzioni che ne mantengano integra l’attività – se si ha consapevolezza della sua importanza (e se gli si riesce a dare un indirizzo politico-programmatico autorevole). L’invito è in primo luogo alle istituzioni competenti (Unione e Comuni). Ma è un invito che vorrei rivolgere anche a quel migliaio o più di famiglie dell’Unione che in questi sei anni scarsi hanno beneficiato dei servizi del Centro. Perché trovino il modo di rappresentare l’importanza del beneficio ricevuto.

Street art, Stazione ferroviaria, Savignano s.P. (foto del 17 ottobre 2009)

3 Responses to Non fate morire il Centro per le famiglie!

  1. Marco Villa ha detto:

    Ho molto apprezzato questo intervento. Come ti ho già detto in passato, ho avuto modo di vedere da vicino l’azione del Centro per le famiglie, avendoci fatto un tirocinio (seppur di sole 150 ore). Non vedere la sua utilità è miope e indebolirlo a tal punto da paventarne una chiusura dimostra di non averne capito l’efficacia, in primo luogo. Ma non solo: si mette in evidenza l’incapacità di concettualizzare un welfare locale che non si basi semplicemente sui servizi materiali e che, al massimo, può intervenire ma non può prevenire. Non si fa venire in mente che il welfare non sia solo quello “istituzionale” ma anche quello della società che si intreccia con l’ente pubblico: in fondo quando tu parli dell’associazione “La coperta corta” non è proprio un esempio di questo? La nascita di queste associazioni non è per caso un ottimo segnale per creare quel welfare di cui sopra? Non è questo un modo per prevenire e favorire la coesione sociale in un momento storico che tende a dividere la società e, soprattutto, non è la migliore risposta a chi si vuole fregiare come autentico difensore della famiglia riducendola a uno stereotipo elettorale…

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ciao Marco, il Centro per le famiglie ha sofferto in questi anni l’assenza di una guida politica. Qui sta una parte della sua fragilità. Sembra comunque che la Regione abbia stanziato ulteriori finanziamenti per il sostegno alla genitorialità. Tali risorse potrebbero evitare qualche taglio. Vedremo se per intero o solo per una parte. Ad oggi, infatti, nessuno ha parlato di cifre “recuperate” (e tre operatrici sono comunque più di 100.000 euro). Per questo è importante continuare a monitorare la situazione. L’altra questione riguarda il coinvolgimento dei territorio, ovvero almeno dei consiglieri comunali degli 8 Comuni. Che oggi non c’é, come mi conferma anche la tua sorpresa. Bisogna che ogni consigliere chieda a gran voce un diverso “raccordo” tra consiglio comunale e Consiglio dell’Unione. Dietro c’é il tema della governance e del modo in cui questa può essere declinata per favorire la partecipazione di consiglieri comunali, forze economiche e sociali, cittadini. E allo stesso tempo, però, salvare la qualità delle decisioni. E’ il tema della governance che per l’Unione va ripensata. Come hanno reso evidente le ultime vicende.

  3. Samantha ha detto:

    Salve a tutti, Sono arrivata a questo blog dopo avere fatto una ricerca tramite internet sui vari centri per le famiglie in Rete (zona Emilia) a cui , sto proponendo un progetto per migliorare e creare una solida Partnership tra Centri , associazioni , amministrazioni, cittadinanza, comunità, per far si che si crei una solida collaborazione attiva e continuativa tra queste..
    essendo venuta a conoscenza sia del buon lavoro portato avanti in questi anni dal Centro per le famiglie di Vignola ed ora, leggo tristemente della sua posibile imminente chiusura, mi fa pensare e mi fa spingere sempre di più su propore i progetti e spronare chi più chi meno.
    Per quanto riguarda , il tema di governance si tratta di valutare attentamente il Piano di zona oppure di rivalutare come gestire sia il lavoro di uni che degli altri, soppratutto per quanto riguarda la “guida Politica” e sempre molto utile ma al tempo stesso è utile svincolarsi da taluni posizioni ed essere più neutrali; per l’ambito Economico e le cifre che devono essere ripartite , dovrebbero essere dapprima le famiglie in quanto beneficiare dell’intervento e del sostegno e poi, i consiglieri e le operatrici .
    concludo, con la speranza che un barlume di soluzione possa trovare spazio e che la Società Cvile e la comunità possa , proprio per via della sua Autenticità, riprendere il posto che dovrebbe avere , con giusti e meritati premi e con la proposta di progetti ed iniziative per sensibilizzare circa la tematica ed attivare Relazioni che stimolino e traspettano sentimento di comunione e gratuità (primo fra tutti..);
    per cui, meno istituzionalizzazione – assistenzialismo – carità e più Collaborazione e Disponibilità!.

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