Le primarie del PD dalla Puglia a Bologna

Negli ultimi tempi le vicende del PD hanno offerto copiosi materiali su cui riflettere. Uno dei temi per l’ennesima volta al centro dell’attenzione è quello delle primarie. Il riferimento è alle vicende della Puglia, in cui il governatore uscente, Nichi Vendola, ha battuto lo sfidante Francesco Boccia (PD) alle primarie regionali. Ma anche alle primarie di un anno fa che avevano individuato Flavio Delbono candidato a sindaco per la città di Bologna, forte del sostegno (e dell’indicazione) dei vertici compatti del partito bolognese ed emiliano-romagnolo. Le primarie, in effetti, sembrano avere un destino singolare nel PD: sono amate più dalla base che dai vertici (attuali). Tuttavia ad esse è difficile rinunciare senza perdere un’ulteriore quota di simpatizzanti-elettori (ed un pezzo d’identità). Le ultime vicende possono però insegnare ancora qualcosa al PD – sempre ammesso che ci sia la disponibilità ad apprendere. Vediamo.

La vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera del 25 gennaio 2010

[1] Iniziamo dalla Puglia. Che ha visto un percorso assai tortuoso per la scelta del candidato a “governatore” regionale per il centrosinistra, prima con la “messa in campo” di Michele Emiliano, sindaco di Bari, disposto a candidarsi, ma senza primarie. Poi con Francesco Boccia, PD gradito all’UdC, però ampiamente sconfitto dal governatore uscente Nichi Vendola alle primarie del 24 gennaio. Il “laboratorio pugliese” prefigurato da D’Alema avrebbe dovuto essere istituito senza il ricorso alle primarie che, però, sono state richieste con forza dal governatore uscente (che non è PD) ed a quel punto accettate dal PD come “male minore”. Tentennamenti ci sono stati, inutile negarlo. Il segretario regionale pugliese del PD, Sergio Blasi, ha riconosciuto: “noi non dovevamo ricevere la proposta delle primarie, dovevamo lanciarla” (L’Unità, 30 dicembre 2009, p.5) Ed a gennaio Rosy Bindi, che del PD è presidente dell’Assemblea nazionale, è intervenuta con forza per richiamare tutti all’ordine ricordando che al congresso “non ci sono mai stati dubbi sul fatto che avremmo fatto elezioni primarie – e primarie di coalizione – per scegliere i nostri candidati alle cariche monocratiche” (La Stampa, 9 gennaio e poi, di nuovo, il 12 gennaio: vedi). Insomma, le primarie sono state fatte, ma “sotto costrizione”. D’Alema & C. hanno disegnato una strategia che si è infranta da un lato contro la tenacia (e la popolarità) di Vendola, dall’altra contro le regole che il PD si è dato. In tal modo ci si è giocati un pezzo di credibilità. Per inciso. Non aveva tutti i torti Giuseppe Civati a scrivere, nel suo libro Nostalgia del futuro: “sarebbe il caso, sia detto con affetto, che oltre che sulla Costituzione, si giurasse anche sullo Statuto del partito” (p.13).

Biennale di Venezia 2007 (foto del 14 novembre 2007)

[2] Ma la vicenda delle primarie in Puglia per la selezione del candidato a governatore della regione ci dice anche un’altra cosa. In effetti il dato sorprendente non è la vittoria di Nichi Vendola, ma la misura di questa vittoria. Vendola ho ottenuto il 73% dei 192mila elettori delle primarie pugliesi; Boccia si è fermato al 27%. Il candidato sostenuto dai vertici nazionali del PD (per lui si sono spesi nei vari comizi in Puglia: D’Alema, Bersani, Letta, Fioroni, ecc.) ha preso meno della metà dei voti ottenuti dal governatore uscente, anche se questo appartiene ad un diverso partito. Il miglior commento è quello di Arturo Parisi: “ho sentito evocare categorie che appartengono a tempi così lontani da non apparire oggi comprensibili: disciplina di partito, militarizzazione, solidarietà. In una società in cui si è perso il rispetto della fedeltà coniugale, dovrebbero invece reggere le fedeltà di partito … I cittadini hanno imparato a pensare con la propria testa. Dare per scontata la loro obbedienza più che una imprudenza potrebbe essere presa per una provocazione.” (vedi) Le cose sono ovviamente più complesse. Plausibilmente una parte di elettori, magari anche iscritti al PD, non ha semplicemente capito per quale ragione avrebbe dovuto disfarsi di un governatore che ha ben operato (vogliamo confrontarlo con gli altri governatori di regioni del Sud, magari anche del PD?). Forse non è risultata molto convincente la proposta di un’alleanza con l’UdC, senza aver chiarito il programma della coalizione. E forse c’è anche un gap di abilità politica o almeno comunicativa tra i due candidati. Tutto ciò ha fatto ampiamente cadere i “vincoli di partito” che qualcuno – es. il senatore Nicola Latorre, quello dei “pizzini” – aveva provato ad evocare (impropriamente, però, come ha argomentato Salvatore Vassallo sul Corriere della Sera del 22 gennaio: vedi). Fatto sta che pure D’Alema ha dovuto ammettere di non capirci niente delle vicende di Puglia (sic!), dopo che, solo pochi giorni prima delle primarie, aveva invitato tutti a non dare per scontato che il vincitore sarebbe stato Vendola (così su L’Unità del 23 gennaio). Non male come pronostico. Le considerazioni puntuali, ma anche ironiche, di Adriano Sofri su la Repubblica di ieri (vedi) sono dunque ampiamente giustificate. C’è qualcosa di inattuale nel pensare di essere in grado di mobilitare “i propri elettori” imponendo loro un candidato in nome del “fine superiore” del partito, della politica, dell’amministrazione – comunque esso sia inteso. Sofri ammonisce: “frughino bene: hanno le tasche bucate. Ognuno dei voti che presumono “loro” va riguadagnato”. L’eccesso retorico, che c’è, non cancella gli elementi di verità: lo scollamento tra un ragionamento “astratto” – la Puglia come “laboratorio nazionale” – ed il sentimento dell’elettorato del centrosinistra pugliese (“L’esplosione del laboratorio”, così ha etichettato la vicenda Massimo Franco sul Corriere della sera del 25 gennaio: vedi); il riconoscimento che un amministratore “popolare” è più forte delle indicazioni di voto di partito. Non prenderne atto significa predisporsi alla sconfitta. La si chiami pure “personalizzazione” della politica, sapendo però che è l’esito combinato delle (nuove) regole elettorali e del crescente ruolo delle arene comunicative massmediali. Prenderci le misure significa riconosce i nuovi vincoli di “manovra” e semmai inventarsi nuovi dispositivi politico-istituzionali che rafforzino ed equilibrino tali processi (si potrebbe parlare, di nuovo, del ruolo che potrebbero giocare sistemi evoluti di rendicontazione: vedi). Impensabile invece ripristinare le vecchie modalità della politica dove tutto si decide in un vertice ristretto.

Biennale di Venezia 2007 (foto del 14 novembre 2007)

[3] La conquista della Puglia – da conseguirsi tramite un’alleanza con l’UdC – può giustificare la rinuncia alle primarie – così hanno ragionato D’Alema & C. Se fino ad un anno fa il PD affermava con forza che il programma viene prima, oggi il messaggio è ribaltato: conta la costruzione dell’alleanza. E’ quello che si è provato a fare in Puglia, senza però riuscirci. La Puglia, nel ragionamento di D’Alema, era caricata del ruolo di “laboratorio politico” nazionale, prefigurando così a livello locale quello che dovrebbe essere il futuro centro-sinistra a livello nazionale (con l’UdC che, dieci anni dopo, svolge il ruolo che allora fu de La Margherita!). Può darsi che se fin dall’inizio si fosse parlato chiaro all’UdC (prima il programma, poi la coalizione, infine la ricerca di un candidato – magari di nuovo tramite “primarie di coalizione”) oggi ci saremmo trovati allo stesso punto. Ma c’è una cosa che va evidenziata nell’anomalo percorso pugliese. Se è il PD che per primo da l’idea di non voler rispettare le regole che si è dato è facile che siano poi proprio i potenziali alleati a chiedere una loro violazione ogniqualvolta ciò risponda ai loro interessi. Ovvero il nostro atteggiamento alimenta le aspettative dei nostri interlocutori. E’ stata di nuovo Rosy Bindi a richiamare la “giusta via” tracciata dal PD (vedi). Tra l’altro, lo Statuto del PD prevede norme sufficientemente articolate anche per fronteggiare i casi in cui la costruzione della coalizione possa richiedere di sacrificare le primarie (l’art.20 prevede la possibilità di “utilizzare un diverso metodo per la scelta dei candidati comuni [della coalizione]” qualora ciò serva al fine di raggiungere l’accordo di coalizione). Insomma, come osserva Salvatore Vassallo, lo statuto, pur con i suoi “paletti fermi” e la sua visione della politica (che prevede un maggiore ruolo per gli elettori del PD) è meno stupido dei tatticismi dei professionisti della politica (vedi).

Biennale di Venezia 2007 (foto del 14 novembre 2007)

[4] Arriviamo così al nodo vero. Che fare delle primarie? E’ bene riconoscere che non sono amate da una parte consistente del gruppo dirigente PD, anche se in pochi hanno il coraggio di dirlo esplicitamente. Tra questi ultimi c’è Marco Follini che ha il pregio di parlare chiaro (e spesso di dire cose condivisibili – non in questo caso, però!). Follini sostiene che fare politica significa assumersi delle responsabilità, tra cui quella di decidere chi candidare (una prerogativa che per Follini deve rimanere alla segreteria del PD, assumendo – cosa in verità non scontata – che questa sia in grado di fare una scelta “intelligente” ed in consonanza con il “gusto” degli elettori). “Le primarie fanno sbandare il PD, ci portano fuori strada. Forse siamo ancora in tempo per fermare la deriva” – ha affermato nel corso di un’intervista al Corriere della Sera del 26 gennaio (vedi). Follini lo dice (da tempo) con chiarezza. Altri lo pensano solamente, ma non s’azzardano a dirlo in modo altrettanto chiaro. Ho l’impressione che anche il segretario nazionale, Pierluigi Bersani, abbia usato espressioni ambigue al proposito: “Le primarie non sono un vincolo, ma un’opportunità. E dove la destra è già in campo dobbiamo privilegiare l’immediatezza e l’efficacia della proposta” (Corriere della Sera, 12 gennaio: vedi) – come se non sapessimo da tempo che le elezioni regionali si tengono il 28 e 29 marzo 2010 e non avessimo dunque avuto il tempo per “organizzarci”. Comunque, se Follini parla chiaro, è stato invece soprattutto D’Alema che si è preso la briga di mettere in azione una diversa “filosofia”, appunto con la sua idea del “laboratorio Puglia”. Abbiamo visto com’è andata (manca, ovviamente, il capitolo più importante, quello elettorale). Io sono invece convinto dell’opportunità delle primarie: primarie vere, primarie sempre, primarie però “efficaci” (vedi). Qualcosa in più si può, si deve fare per garantire una migliore funzionalità dello strumento. Trovo dunque assolutamente convincenti le argomentazioni avanzate anche di recente da Salvatore Vassallo (coordinatore del forum che ha redatto lo Statuto del PD). “Adottando il metodo delle primarie il PD ha deciso di trasferire dagli organismi dirigenti agli elettori la sovranità sulla scelta delle candidature alle principali cariche apicali di governo” (vedi). Con le primarie, cioè, il PD cerca di rafforzare il legame con il proprio elettorato, magari allargando la base elettorale verso nuove categorie sociali; cerca di far conoscere i propri candidati migliori (e dunque di aumentare le loro chances in occasione delle elezioni vere); cerca di implementare un dispositivo di selezione di candidati che garantisca una buona qualità (esito non sempre garantito dalle decisioni delle segreterie). Non si tratta di obiettivi irrilevanti. I “tatticismi del caso per caso (le primarie si fanno qui ma non lì; si fanno forse, pensiamoci; si fanno se non c’è già un candidato del PdL; si fanno se nessuno, ma proprio nessuno pone un veto)” non hanno certo prodotto un granché, se non un po’ più di scetticismo nel nostro elettorato (visto che scriviamo una cosa – nello Statuto -, ma poi ne facciamo un’altra). Sempre Vassallo precisa: “non credo ci si debba chiedere in astratto se provare o no a includere l’UdC nella coalizione di centrosinistra, ma a quali condizioni. La risposta non può essere che “No”, se le condizioni sono: 1) abbandonare le primarie e subire veti sulle candidature; 2) rinnegare il bipolarismo e stare pronti a varare il sistema elettorale tedesco; 3) concedere la leadership politica di fatto e poi forse anche quella formale, sulla base di negoziati di vertice, al segretario di un partito del sei per cento” (vedi). Ma qui, volendo continuare, ci addentreremmo nelle diverse visioni di strategia che oggi convivono nel PD e sulla non chiarita questione della “vocazione maggioritaria” (su cui già prima del congresso aveva richiamato l’attenzione in modo esemplarmente chiaro Michele Salvati – tra tutti i suoi articoli sul tema vedi).

Biennale di Venezia 2007 (foto del 14 novembre 2007)

[5] Veniamo infine alla vicenda bolognese che, ai fini di questo post, non è la questione di Delbono e delle sue dimissioni da sindaco di Bologna, ma una riflessione sul come è stato selezionato un anno prima (tramite le primarie). Le primarie del PD bolognese, in effetti, una particolarità l’hanno avuta. Sono state primarie organizzate per produrre lo stesso effetto di sempre: la cooptazione. Si è trattato precisamente di “cooptazione” tramite primarie. Con tutto l’establishment del partito bolognese ed emiliano-romagnolo – da De Maria a Caronna ad Errani – che ha preso posizione per Delbono ed ha invitato militanti ed iscritti a votare per lui. Insomma, primarie sì, ma un po’ meno “vere” (vedi). In quel caso il “gioco” ha funzionato (non è sempre così). Solo che oggi qualche inconveniente lo mostra. Visto che, appunto, i vertici del partito un anno fa hanno invitato esplicitamente a votare un candidato che oggi si dimette a seguito di un’indagine giudiziaria in corso. Plausibilmente Delbono potrà mostrare la sua innocenza – il non aver violato la legge. Ma la vicenda ha comunque sino ad ora mostrato risvolti preoccupanti e non entusiasmanti in termini di “etica pubblica”. Questo dovrebbe insegnare al PD che è bene che non esista un “candidato ufficiale” contro cui si battono gli outsiders (coloro che non hanno il sostegno dei vertici del partito). Inoltre, “primarie vere” dovrebbe anche voler dire che debbono essere in grado di svolgere meglio una funzione di “filtro”. Ovvero occorre organizzarle in modo che possano consentire un esame un po’ più approfondito delle “virtù” di ogni candidato. Se un esame un po’ accurato viene fatto per i commissari europei e per i nominati dal presidente USA alle alte cariche amministrative (mediante appositi momenti di screening pubblico), non vedo perché non ci si possa riuscire, volendolo, anche per i candidati di una competizione interna ad un partito che vuole selezionare amministratori e governanti capaci, affidabili, credibili e magari anche eticamente solidi.

PS Si manifesta ora l’imbarazzo dei vertici del PD provinciale, essendosi questi (e non solo loro) spesi a favore del candidato Delbono in occasione delle primarie per la scelta del candidato a sindaco. Il segretario provinciale Andrea De Maria, secondo quanto riportato dal Corriere di Bologna, avrebbe affermato: “se qualcuno sapeva di problemi politici che Delbono poteva creare al PD doveva dirlo a suo tempo, prima nei partiti promotori (DS e Margherita, ndr) e poi nel PD. Non stiamo parlando di uno che faceva il professore universitario, ma di una figura che ha avuto notevoli responsabilità istituzionali” (vedi). Delbono è stato infatti per due mandati vicepresidente della Regione Emilia-Romagna accanto a Vasco Errani. Al di là della dichiarazione, che ha il tenore di un messaggio per l’interno del partito (un messaggio che, se la citazione del giornale è corretta, va “decodificato” così: non pensate di far pagare solo a me questa disavventura bolognese!), essa rende ancora più evidente che deve cambiare l’atteggiamento del gruppo dirigente del PD verso le primarie. Debbono essere vere, cioè davvero competitive. E non è opportuno che ci sia un “candidato ufficiale”. E’ opportuno, invece, che il PD le organizzi in modo da risultare più selettive, con maggior peso, cioè, del confronto delle idee, delle capacità e competenze, delle caratteristiche personali dei candidati. L’errore dei vertici del PD è stato questo.

2 Responses to Le primarie del PD dalla Puglia a Bologna

  1. Antonio Tavoni ha detto:

    Ciao Andrea e grazie come sempre per la tua capacità di condividere le tue analisi.
    I recenti sviluppi della campagna nelle regionali evidenziano intanto un punto: il PD si è dotato di uno strumento (quello delle primarie) dalla forte connotazione democratica che richiede però una “disciplina” che il partito non si è ancora dato. Per disciplina non intendo la compattezza militarizzata della base additata da Parisi (peraltro giustamente, visto che è più spesso questa ad essere invocata o meglio sperata, anche se tutt’altro che coltivata…). Intendo piuttosto una prassi politica chiara che ci dice come si comporterà quel partito che ha fatto quella scelta, che quindi è fatto così, in quella situazione; un po’ come sappiamo che il premier inglese si dimette e passa il testimone quando è chiaro che inizia la sua parabola discendente anche se si è lontani dalle elezioni, o come si sa in Francia che quando non c’è coabitazione è il primo ministro a pagare per gli errori del suo presidente: siamo davanti a prassi che ci dicono come stanno le cose e che tengono in piedi un sistema. Fatte le debite proporzioni è questo quello che manca al PD. Ma c’è di più. Tirando in ballo lo strumento delle primarie non ci si dota di uno strumento “neutro”, ma, e lo si urla ai quattro venti, di uno strumento più democratico, trasparente, eticamente lodevole, in poche parole moralmente migliore. Questo va benissimo, anzi è ottimo, ma impone appunto una disciplina estremamente rigorosa. Diversamente questo strumento diventa, e giustamente, un enorme boomerang i cui effetti immediati e latenti sono evidenti. Per questo, mi dispiace per Dalema che stasera sarà a Vignola, ma chiamare “laboratorio” un “poccio” come quello che è successo in Puglia, complica la vita al partito due volte. Una nell’immediato delle trattative tra sè stessi e le altre forze, e una seconda nel riflesso (e nel voto) che viene dai cittadini, militanti compresi, che si sentono presi per il naso, chiamati solo all’occorenza come si potesse contare a occhi chiusi sulla terza narice.
    Per il caso bolognese non posso che concordare sul fatto che primarie e coptazione, che sul piano dello spirito fanno a cazzotti, purtroppo hanno trovato la loro fusione pratica. Al di là della vicenda giudiziaria di Delbono che farà il suo corso, la nota più allarmante a mio avviso è quella che riguarda la capacità del centro sinistra in Emilia Romagna di produrre una classe dirigente competente e competitiva. Se la gerarchia di partito deve muovere le sue leve per portare avanti uomini come Delbono, magari facendo deserto attorno, è chiaro che qualcosa non va. Oltre a forzare il sistema delle primarie (e qui al contrario che altrove la disciplina militarizzata ha un suo peso), qui la logica “machiavellica” non ha fornito un fuoriclasse della politica la cui vicinanza al potere coincideva con migliori capacità e performace più convincenti. Al contrario la partecipazione al gruppo dirigente ha fatto sorvolare nei confronti di un candidato su tutta una serie di comportamenti e angoli poco illuminati (sia ben chiaro, al di là delle responsabilità giudiziarie che sono tutte da accertare) che indeboliscono talmente questa figura da far rischiare al suo partito di perdere nuovamente la guida di una città come Bologna. E proprio in questa fase emerge il problema: dov’è l’alternativa? Dov’è un uomo convincente che non sia stato messo da parte dalla dirigenza (quindi obbiettivamente già dichiarato meno convincente agli occhi dei militanti e degli elettori)? Dove sono persone nuove che possono spendersi in questa fase?
    Quello che è successo a Bologna vale a mio avviso per tutta la nostra regione, dove troppo spesso la prassi del partito si impone sui suoi stessi strumenti, mi viene da dire a oltre che a scapito dei cittadini a scapito del partito stesso. Scegliere strumenti come le primarie è come tuffarsi, dopo aver fatto bella figura bisogna nuotare, se no si affoga.

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ciao Antonio, il “problema” delle primarie è che sono uno strumento nuovo usato con una cultura politica vecchia. Che il centrosinistra in generale (ed in questo pure il PD) sia portatore di una cultura politica inadeguata lo ha argomentato per me in modo efficace Salvatore Biasco, con riferimento all’esperienza di governo dell’Ulivo. Ne ho scritto in questo post:
    https://amarevignola.wordpress.com/2009/10/05/una-sinistra-pensante-un-libro-di-salvatore-biasco/
    La vicenda delle primarie testimonia la stessa situazione, da un altro punto di vista. Fare le primarie significa innanzitutto accettare una logica competitiva (che peraltro c’é sempre stata in qualsiasi partito), ma in cui a decidere gli esiti non è il gruppo ristretto dei “potenti”, ma sono i simpatizzanti e gli elettori. Affinché lo strumento ed il messaggio che questo veicola siano coerenti (e dunque efficaci) occorre però davvero che ci sia un trasferimento di sovranità agli elettori del PD. Trasferimento di sovranità che in molti casi è avvenuto solo a metà, con i vertici compatti del partito che avendo già “maturato” una scelta a favore di uno dei candidati, lo hanno presentato come quello “ufficiale”. La vicenda bolognese va letta in questo modo. Se però vogliamo davvero che le primarie funzionino, la preoccupazione delle segreterie del PD non dovrebbe essere focalizzata sul (proprio) candidato, ma sul “metodo”. Il tema, cioè, che richiede “investimento” è quello di come far sì che la scelta degli elettoria sia il più possibile “informata”; di come sia il più possibile una scelta che nasce da un confronto pubblico di argomenti (le capacità dei candidati, “certificabili” però; le visioni che questi esprimono e le conseguenti “sfumature” sul programma; le caratteristiche personali; ecc.). Ad esempio, se vogliamo che le primarie funzionino, non possiamo certo pensare di comprimerle in una o due settimane. Richiedono tempo. Pensiamo, ad esempio, all’esperienza USA. Richiedono anche informazioni di qualità (che oggi non ci sono). E così via. Richiede dunque un investimento di “ingegneria istituzionale” per farle funzionare bene. Perché le primarie sono importanti. E’ giusto che siano vere (e non sempre lo sono state), ma è anche giusto che siano efficaci (ovvero che massimizzino le chances di fare la scelta “migliore”). Però – e questo testimonia di nuovo la debolezza della cultura politica del PD – una riflessione su questi temi non la trovi su nessun “tavolo” di partito.

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