Povera sQuola! Come far pagare il conto alle giovani generazioni

La scuola italiana è interessata da tempo da un processo di “impoverimento”. Calano le risorse a disposizione delle istituzioni scolastiche autonome – le singole scuole presenti sul territorio, quelle frequentate dai nostri figli. Oltre a questo è in atto un processo strisciante, nascosto agli occhi dei più, lento, ma progressivo, di disarticolazione organizzativa. Nessuna rivoluzione. Ma una progressiva erosione dei fattori che garantiscono la qualità (che non è legata solo all’ammontare delle risorse, ma certamente anche ai modelli organizzativi, ai sistemi di valutazione, alla qualità degli insegnanti). Eppure, a fronte di un livello acuto di malessere del sistema scolastico italiano, manca un dibattito all’altezza della sfida: rilanciare il sistema dell’educazione innalzandone la performance.

Scuola elementare G.Mazzini, Vignola (foto del 16 gennaio 2010)

[1] Negli ultimi giorni sono giunti segnali particolarmente preoccupanti. Innanzitutto in tema di risorse. L’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia-Romagna ha emanato una circolare, a firma del dirigente Luciano Fanti, in cui si invitano le scuole in difficoltà di bilancio ad organizzare la pulizia dei servizi igienici a giorni alterni. “Per quanto riguarda aule e servizi igienici, che come è noto, comportano un costo più rilevante, la pulizia dovrebbe essere fatta a giorni alterni, anziché quotidianamente” – così sta scritto sulla circolare, prontamente ritirata non appena il suo contenuto è stato divulgato dai mass media e giustamente stigmatizzato (l’assessore alla scuola del Comune di Modena, Adriana Querzé, ha avuto buon gioco a ricordare, sulla Gazzetta di Modena del 17 gennaio, che, di norma, i bagni a scuola sono puliti più volte al giorno; figurarsi se può essere accettabile procedere con le pulizie a giorni alterni!). Ma non è l’unico episodio. Giuseppe Marotta su LaVoce.info (vedi) richiama l’attenzione sulla nota che il Ministero dell’Istruzione ha trasmesso alle scuole il 22 dicembre 2009 che, oltre a imporre una ottimizzazione del servizio di pulizia (con il taglio di almeno il 25% dell’importo già contrattato con le imprese esterne di pulizia: da qui il “suggerimento” del dirigente scolastico Fanti), segnala l’opportunità di “applicare l’avanzo di amministrazione … per far fronte ad eventuali deficienze di competenza”. In pratica si invitano le scuole ad utilizzare i contributi volontari dei genitori (componente di fondo cassa), quelli versati annualmente per l’ampliamento dell’offerta formativa, le fotocopie, ecc., “per colmare la carenza di finanziamenti relativi alle spese ordinarie per l’erogazione del servizio scolastico base” (vedi). C’è bisogno di aggiungere altro per dare l’idea di quello che sta succedendo alla scuola italiana? Della serie: vedi alla voce “impoverimento”.

Aerosol art sui muri dell'ITC Paradisi, Vignola (foto del 19 dicembre 2009)

[2] Se la scuola fosse in salute e qualcuno pensasse di sottrarle risorse (in un momento di difficoltà nazionale) la cosa rientrerebbe nella categoria del “discutibile”. Ovvero, parliamone. Ma così non è. Perché, invece, siamo consapevoli della situazione di sofferenza in cui essa si trova (consapevolezza forse non generalizzata, ma certamente da parte degli esperti del settore!). Ed è una sofferenza relativa alla performance. Ovvero al livello di istruzione – conoscenze e competenze scolastiche – degli studenti in uscita, al termine del percorso di studi. Questo ci dicono tutte le indagini che periodicamente vengono svolte (per gli esiti dell’indagine Ocse-PISA in Emilia-Romagna: vedi). L’ultima conferma giunge da un’indagine relativa alla “prova scritta di italiano” (il tema della maturità) condotta dall’Accademia della Crusca e dall’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e formazione (INVALSI) e che è stata ripresa dagli organi di stampa (vedi il Corriere della Sera del 20 gennaio 2010: vedi). Ci dice che la percentuale di studenti che è in grado di scrivere un tema usando correttamente la lingua italiana è assai inferiore rispetto a quella che risulta in sede di esame di maturità. Usando i criteri rigorosi dell’Accademia della Crusca il 58% dei temi meriterebbe la bocciatura! Si tratta semplicemente dell’ultima conferma in ordine di tempo di un malessere non superficiale né passeggero che affligge la scuola italiana. Mentre la Gelmini si occupa di “dettagli” (tipo il grembiulino! – vedi – A proposito: che fine ha fatto?) o di provvedimenti “specchio per le allodole” come quello del tetto al 30% degli alunni stranieri (vedi), la scuola italiana va sempre peggio. Va sempre peggio rispetto a quella che dovrebbe essere la sua mission principale: formare competenze linguistiche, scientifiche, matematiche … civiche. Tanto che, secondo alcuni osservatori, il sistema scolastico si configura come una sorta di grande inganno collettivo. Questa “macchina” gira a vuoto, non offre una preparazione adeguata, ma, in compenso, alimenta aspettative occupazionali che poi non è in grado di soddisfare (proprio perché non forma all’altezza dei requisiti di inserimento lavorativo). E’ di questa opinione Luca Ricolfi, sociologo, che è intervenuto recentemente (La Stampa, 19 gennaio 2010) sull’ennesima puntata in tema di “bamboccioni” (vedi). Il guaio dei giovani italiani, scrive Ricolfi, non sarebbe solo il “familismo”. Almeno ugualmente importante è “il fatto che la loro preparazione media è così bassa da impedire loro l’accesso a posti di lavoro di qualità. Detto più brutalmente, siamo noi che li stiamo ingannando, è la finta istruzione che forniamo loro a renderli così deboli. Quel che è successo è che da molti anni la scuola e l’università italiane non solo rilasciano pochi diplomi e poche lauree, ma rilasciano titoli formali più alti del livello di istruzione effettivamente raggiunto. La conseguenza è che abbiamo un esercito di giovani che, per il fatto di avere un titolo di studio relativamente elevato (diploma o laurea), aspirano a un posto di lavoro di qualità, ma per il fatto di essere più ignoranti del giusto difficilmente riescono a trovare quello che cercano. Un sistema di istruzione ipocritamente generoso illude i giovani e ne innalza il livello di aspirazione, un mercato del lavoro spietato li riporta alla realtà.” Forse le conclusioni di Ricolfi sono un po’ forzate, ma sarebbe bene prenderle sul serio perché una serie di segnali le rendono perlomeno plausibili.

Aerosol art sulla parete d'ingresso della palestra del Polo scolastico superiore di Vignola (foto del 19 dicembre 2009)

[3] E’ possibile fare qualcosa a livello locale per affrontare questo problema? Il livello locale – l’ambito di intervento degli enti locali (comuni e provincia) – non ha certamente la responsabilità primaria dell’intervento nei confronti della scuola. Servirebbero serie politiche nazionali (che non ci sono). Ma anche chi governa localmente ha il dovere di provare a fare qualcosa. L’impressione, però, è che manchi la consapevolezza sia sulla gravità della situazione, sia sul fatto che anche il livello locale può giocare la sua parte (per una presentazione di questa posizione: vedi). Il programma elettorale del PD e della coalizione che sosteneva Daria Denti alle elezioni amministrative del 2009 inizia simbolicamente parlando di scuola. Che cosa è rimasto di quell’attestazione di importanza? Nella Relazione previsionale e programmatica 2010 si dice qualcosa (vedi p.46-47), ma rimanendo sempre ai margini rispetto al tema vero: come funziona la scuola? E’ possibile fare qualcosa a livello locale per migliorarne la performance? E’ possibile provare a contribuire al suo “core business” e non solo degli aspetti “periferici” (mensa, trasporti, diritto all’istruzione)? Il rischio di “cadere in depressione” è indubbiamente alto, specie quando dal ministero giungono segnali così “deprimenti”: bagni da pulire a giorni alterni, progressiva riduzione delle risorse (vedi), disposizioni per utilizzare i fondi raccolti dai genitori per finanziare la “spesa corrente”! Eppure il tema della performance è troppo importante perché sia lasciato cadere anche in questa situazione di grande “sofferenza” (economica e psicologica). La preoccupazione relativa a cosa davvero sanno, quali competenze hanno, i ragazzi in uscita dal sistema scolastico deve in ogni caso essere al primo posto delle preoccupazioni non solo di dirigenti scolastici, insegnanti e genitori, ma anche degli amministratori locali. Per questo questi ultimi farebbero bene a ricercare il modo per offrire stimoli e sostegni e per mobilitare risorse aggiuntive da dedicare a questo: la valutazione delle competenze (della performance) ed il sostegno alla riflessione interna al mondo scolastico, anche nella deprimente era della Gelmini, su come manovrare le leve in per migliorare la qualità dell’insegnamento. Su questo si gioca davvero il futuro del nostro paese (e del nostro territorio).

Irene Tinagli, collaboratrice di Richard Florida (studioso della nuova classe creativa), evidenzia – su La Stampa del 20 gennaio – che non è solo in Italia che i giovani incontrano maggiori difficoltà nel lasciare la famiglia e farsi una vita autonoma (vedi). Solo che negli altri paesi stanno provando a cercare nuove soluzioni. In Italia no.

PS Non si sa mai. E’ bene specificare che l’errore nel titolo è intenzionale!

4 Responses to Povera sQuola! Come far pagare il conto alle giovani generazioni

  1. Marco Bini ha detto:

    Leggendo analisi come questa, e le decine di articoli o libri che vengono dedicati alla scuola e alla formazione nel nostro Paese, si ha la sensazione che l’istituzione scolastica (dalle elementari ai master) sia lo specchio dei fallimenti di un’intera nazione e del suo modus vivendi.
    Sul problema si prendono posizioni spesso aprioristiche, senza tener conto che la scuola è legata a doppio o triplo filo ad un sistema più globale, che è quello del lavoro, del welfare, del sistema sociale nella sua interezza insomma. Su questo punto mi sentirei di affermare che l’ignoranza di molti studenti italiani non sia la prima vera causa della difficoltà a occupare posti di lavoro qualificati (pur rimanendo un vulnus gravissimo, anzi, esiziale). Siamo sicuri che l’economia italiana produca abbastanza posti di lavoro qualificati? Non è forse preponderante nella nostra economia il lavoro poco o mediamente qualificato tipico di un sistema produttivo irregimentato in filiere dove ognuno occupa il suo posto, rinunciando a inseguire obiettivi professionali nuovi o innovazione dei propri processi produttivi? Da anni si sente parlare che l’Italia deve sfornare più laureati per mettersi al pari delle varie medie OCSE (e questo era uno degli obiettivi della famosa riforma del 3+2, per altro in buona parte fallita, perché mette sul mercato più laureati, meno preparati, in tempi non particolarmente ridotti rispetto al vecchio ordinamento, e che il mercato non sta assorbendo). Ma questo è un obiettivo posto a tavolino, basato su un principio che rischia di trovare poco riscontro nella realtà. A cosa servono più laureati se poi non esiste una reale economia della conoscenza nel nostro paese? Basta guardare il trattamento riservato agli insegnanti, primo e fondamentale anello di quell’economia: vengono coscritti in maniera macchinosa e quasi feudale per certi aspetti, umiliati nelle loro capacità, in quanto contano solo i punti che si accumulano, pagati non eccessivamente infine derisi da un sistema di valori che li reputa da una parte improduttivi, dunque inutili, dall’altra dei mangia-pane.
    Io credo, da persona che ha finito il proprio ciclo di studi da poco, che all’istruzione servano cure shock a tutti i livelli: investimenti, certo, ma anche un enorme cambiamento nel meccanismo di scelta degli insegnanti, abolizione del valore legale del titolo di studio, ricambio generazionale massiccio e tanto altro.
    Ma sarebbe una rivoluzione copernicana per la mentalità del nostro Paese: gli italiani sarebbero pronti ad accettare tutto questo? Insegnanti, burocrazie, famiglie, politica, nessuno escluso? Purtroppo la stessa scuola si nasconde spesso dietro al dito degli insegnanti bravi che svolgono ottimamente ogni giorno il proprio lavoro. Ce ne sono, e sono encomiabili, ma non basta: non può un “eroe” singolo redimere un intero sistema pieno di errori e mancanze. Se un insegnante mette l’anima in quello che fa e ottiene risultati, va gratificato professionalmente, perché E’ un professionista; a nulla servono i monumenti estemporanei, che di solito vengono eretti in onore di chi ha fatto una brutta fine…
    Tutto questo per dire che anche l’istruzione soffre di quel male corporativo di cui è infestato tutto il nostro Paese. Non si può fare altro che sperare in un cambiamento, che potrebbe scendere un giorno dal cielo come la Provvidenza cui siamo abituati ad affidarci; ma forse più efficace sarebbe rimettere collettivamente in gioco il sistema-Italia nella sua interezza. Siamo già in ritardo; ci presenteremo mai alla festa?

    Ottimo post, spero si accenda un po’ di discussione su questo.

    Marco Bini

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ciao Marco, indubbiamente l’analisi di Ricolfi, che pure è uno dei sociologi più competenti ed impegnati a seguire la trasformazione della società italiana, non riconosce adeguatamente che una parte del problema sta dalla parte dell’offerta di posti di lavoro, nient’affatto di “alta qualità”. Da questo punto di vista il tessuto produttivo italiano, caratterizzato da piccole e piccolissime imprese, non esprime una grande richiesta di laureati e di personale di alta qualificazione. E questo è un limite sia per le prospettive di crescita del sistema economico, sia per l’occupabilità di tanti laureati. Rimane comunque vero la scarsa preparazione che il sistema scolastico italiano è in grado di garantire, anche nel Nord Est (che pure è il territorio dove la scuola esibisce la performance migliore). La Regione Emilia-Romagna (assessore alla scuola era Paola Manzini che viene ricordata in questi giorni a Vignola) ha promosso specifiche elaborazioni su base regionale dello studio OCSE-Pisa 2006 che lo documenta:
    http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&ISBNART=12749
    Non è, però, che il sistema degli enti locali non possa fare nulla in proposito. Solo per fare un esempio comparabile pensiamo all’investimento fatto dagli enti locali di questa regione negli anni ’60 e ’70 sulle scuole dell’infanzia COMUNALI. In quel caso la chiara individuazione di un obiettivo politico ha portato ad una consistente mobilitazione di risorse locali. Oggi assistiamo a qualcosa di analogo con le politiche regionali di costituzione della rete dei Tecnopoli, frutto di un accordo, a lungo ricercato, con le università di questa regione. Perché qualcosa di analogo non potrebbe avvenire sul tema della valutazione degli apprendimenti, ovvero della misurazione della performance degli istituti scolastici? Ovviamente anche in questo caso la cosa migliore sarebbe l’avere a monte un accordo quadro tra assessorato regionale ed Ufficio Scolastico Regionale. Perché la Regione non dovrebbe investire risorse per dotare il sistema scolastico di questa regione di un adeguato sistema di “misurazione” degli apprendimenti? E soprattutto di un adeguato sistema di elaborazione di quei dati? Ma potrebbero muoversi anche le singole province, magari a titolo sperimentale, visto che queste hanno competenze in merito di istruzione superiore. E gli amministratori dei comuni non potrebbero richiedere politiche di questo tipo a gran voce? Non stiamo parlando, pur nel quadro sciagurato di politiche nazionali di “impoverimento”, del fattore più importante di “assegnazione” di futuro per le giovani generazioni? Ecco, qui sta il fatto. Non si coglie alcuna voce significativa da parte del PD regionale, provinciale, locale in merito a questo tema. Ma di questo se ne porterà la responsabilità.

  3. daniela ha detto:

    Ciao Andrea
    apprezzo molto il tuo post sulla scuola nonchè il commento di Marco Bini.
    Come madre la legge Gelmini, causa degli attuali stravolgimenti nella Scuola Primaria, non riesco proprio a “digerirla”. E’ evidente che è solamente un mero tentativo di contenere la spesa pubblica, chiaramente fuori controllo, sempre a spese di quelli socialmente più deboli: i bambini e i giovani.
    Mi sembra tuttavia che le ricadute a livello locale siano state eterogenee: nelle scuole primarie di Modena a tempo moduli non si è verificata la riduzione dell’orario settimanale da 30 a 27 ore e i gli alunni possono ancora usufruire dei due pomeriggi settimanali a scuola. A Vignola è successo che nelle scuole dello stesso tipo è stato ridotto l’orario scolatico e sono stati eliminati gli orari pomeridiani nonchè il servizio mensa. Credo che a livello locale si possa rivedere questa decisoone, che di fatto è retroattiva in quanto modifica le scelte che le famiglie hanno fatto almeno due anni fa al momento della scelta tra scuola a tempo moduli e scuola a tempo pieno.
    Vorrei anche segnalare a quei genitori che mostrano indifferenza o rassegnazione a tutto questo e sono perlatro convinti che questa legge riduca gli sperechi nel pubblico impiego che l’unico effetto finale registrato è un ulteriore sovraccarico di impegni per le famiglie, l’ulteriore ridimensionamento di un servizio pubblico a fronte di una pressione fiscale invariata ed esageratamente onerosa in proporzione alla qualità dei servizi offerta da questo stato; gli sprechi, là dove ci sono, sono rimasti immutati in quanto è proprio l’attuale politica scellerata che li mantiene ed alimenta. Il paradosso attuale è che l’insofferenza e talora l’odio della gente verso l’establishment politico radicato nel nostro paese è stato dirottato, proprio dai politici, attraverso una martellante comunicazione mediatica (vedi Brunetta e Gelmini continuamente sugli schermi televisivi) contro i funzionari della pubblica amministrazione, da loro giudicati fannulloni e costosi, quando in realtà la maggior parte dei possibili sprechi nella nostra amministrazione è alimentata da scelte politiche sbagliate e dalla mancanza diffusa di governance di tutti i passaggi produttivi e amministrativi.
    Cordiali saluti

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Ciao Daniela, sento i resoconti dei genitori che partecipano alle assemblee per le iscrizioni dei figli al prossimo anno scolastico. L’impressione è che si scateni sempre di più la corsa “egoistica” ad avere una situazione un po’ migliore, una chances in più. E allora si vuole a tutti i costi iscrivere il proprio figlio alla classe dove si insegna tedesco, non perché ci sia un interesse particolare verso questa lingua – anche se un genitore ha motivato: “non mi vorrete impedire di avere un figlio che legge Goethe in tedesco?” -, ma perché ci sono meno stranieri. E intanto, però, è la qualità del sistema scolastico complessivo che anno dopo anno cala. Ma si fa più fatica a percepirlo (e qui, però, c’é anche una responsabilità delle istituzioni locali!). E si fa più fatica a vedere una reazione efficace a difesa di questo “bene collettivo”. Ci si accontenta, allora, di difendere, magari con le unghie, la speranza di avere guadagnato un posto anche solo un po’ migliore di quello del vicino. E si confida che questo possa essere sufficiente. Davvero passioni tristi.

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