Via della partecipazione. Quanto è creativo il tavolo del confronto creativo?

Il percorso “Via della partecipazione” aveva preso il via, simbolicamente, con Marianella Sclavi che ai pochi partecipanti al corso di formazione sulla partecipazione e la gestione creativa dei conflitti illustrava il pensiero dei “guru” del Mental Research Institute di Palo Alto, il più famoso dei quali era Paul Watzlawick (vedi). Il tema era la distinzione tra cambiamento1 e cambiamento2, ovvero tra un cambiamento giocato tutto all’interno di “regole” assunte come non questionabili ed anzi neppure percepite come questionabili (il cambiamento1) ed un cambiamento che invece va oltre alle regole assunte per valide e che dunque è un cambiamento (più) radicale (cambiamento2). Per illustrare la differenza tra questi due cambiamenti e, soprattutto, per rendere evidente il potere di costrizione esercitato da un modo abituale di percepire “le cose” Watzlawick e colleghi presentano il “problema dei 9 punti neri” (Change. Sulla formazione e soluzione di problemi, Astrolabio, Roma, 1974, pp.39-41: vedi).

Problema. I nove punti della figura 1 devono essere collegati da quattro linee rette, tracciate però senza mai sollevare la matita dal foglio.

Lo stesso esempio che Marianella Sclavi ha presentato ai corsisti – suscitando peraltro stupore e perplessità in molti dei tecnici comunali partecipanti al corso, poco abituati a queste “astruserie” cognitiviste. Insomma, eravamo partiti – era il 22 ottobre – enfatizzando la “creatività” (ovvero il cambiamento2) come il deus ex-machina risolutore dei conflitti. Forse, in verità, alimentando in tal modo l’illusione che tutti i processi partecipativi potessero configurarsi come “giochi a somma positiva”, ovvero come interazioni in cui c’è la possibilità che tutti i partecipanti “vincano” (ovvero vadano a migliorare la propria posizione di partenza) e che nessuno risulti perdente (o si percepisca tale). Il tavolo del confronto creativo che si è tenuto questa sera (dalle 19.30 alle 21.40) presso la biblioteca Auris sembra però raccontare un’altra storia. E’ bastata una richiesta di parere al prof. Alessandro Chiusoli, invitato come esperto di verde urbano, sull’opportunità di abbattere gli alberi di via Barella (da parte di un residente nella via che ha qualche perplessità sulla soluzione che oggi va per la maggiore) per scatenare la reazione della “fazione” cosiddetta terminator, che evidentemente si sente già il risultato in tasca dell’abbattimento degli alberi, e surriscaldare il clima dell’incontro (arrivando quasi agli insulti). Alberi che non hanno colpa, ma pagano – come è risultato evidente dagli interventi – il fatto che l’amministrazione comunale ha lesinato (eufemismo) sulla manutenzione ordinaria e, in particolar modo, sulla loro potatura (così che i loro rami sono giunti, in alcuni casi, alle finestre delle case). Pagano – e soprattutto pagheranno con la vita – essendo oramai destinati all’abbattimento per il semplice motivo che su via Barella non si è focalizzata quell’attenzione che invece ha avuto via Libertà. Per diversi motivi. Essendo che l’intervento su via Barella era certamente meno conosciuto al di fuori del contesto strettamente locale della via stessa. Essendo che le energie civiche sono limitate. Essendo che, plausibilmente, le due vie presentano un profilo sociale dei residenti significativamente diverso (non c’è bisogno di tirare in ballo Ronald Inglehart e la distinzione tra valori materialisti e postmaterialisti – roba da anni ’80 – ma l’impressione è che questa distinzione in qualche modo c’entri). Essendo che su via Barella le aspettative di “abbattimento” si sono da tempo ampiamente consolidate, senza che l’amministrazione comunale sia stata in grado di fare la sua parte di tutore degli interessi della collettività tutta e si sia spesa per meglio rappresentare il valore di quegli alberi (vedi) – ed anche, certo, per assumere un impegno credibile per la manutenzione nel presente e nel futuro. Anche perché in via Barella gli “effetti collaterali” degli alberi sono incomparabilmente minori che in via Libertà. Epperò dove gli alberi saranno abbattuti è proprio in via Barella. In tutto ciò, dove stia l’elemento creativo è difficile dirlo. Non parliamo poi di razionalità – concetto sempre più sfuggente. Ma altrettanto difficile è dire dove stia la “costruzione del consenso” e, ancora di più, cosa c’entri con tutto questo il “problema dei 9 punti neri” di Watzlawick e soci.

La soluzione del problema (immagine da Change, op.cit., p.41)

Perché a me il tavolo del consenso creativo sembra semplicemente un tavolo dove alcuni tecnici presentano delle proposte di soluzione, alimentando una discussione abbastanza poco ordinata (e dunque non molto produttiva), nonostante gli sforzi del “coordinatore” (Sara Seravalle). Una discussione a cui mancano ancora degli elementi informativi fondamentali per poter avere chances di prendere una decisione che oltre all’eventuale consenso, possa anche avere la parvenza della razionalità. Fino a quando non si decide (decisione in primo luogo politica, ma non solo) che è possibile discutere seriamente di messa a senso unico di via Libertà (oggi è solo un’ipotesi “di scuola”) è difficile fare passi avanti nell’accordo sulla sistemazione della via. Fino a quando non si sa quale estensione hanno i lavori sulla rete impiantistica del sottosuolo (rete per il teleriscaldamento, rete fognaria, rete elettrica, rete idrica, ecc.) e dunque fino a quando non si sa se e per quanto potrà essere intaccato l’apparato radicale dei tigli, risulterà difficile pronunciare una parola definitiva sulla risistemazione della via – visto che rimane incombente il rischio che i tigli salvati oggi, deperiscano domani o dopodomani. Fino a quando non si sa quale estensione ha l’apparato radicale e che cosa, dunque, è bene fare (striscia verde, uso di rivestimenti drenanti per gli spazi prossimi alla striscia verde, ecc.) posto che si voglia, come in effetti si vuole, per salvare gli alberi (almeno su via Libertà). Sono esempi di mancanza di informazioni che minano la possibilità di una discussione “razionale”.

I partecipanti al tavolo del confronto creativo "valutano" una delle soluzioni proposte (foto del 25 novembre 2009)

Ad essi, inoltre, si aggiungono altri “limiti”. Ad esempio il numero di soluzioni ipotetiche presentate di risistemazione di via Libertà: ben nove (per visualizzarle tutte: vedi). Troppa grazia! Basta moltro meno per superare i limiti cognitivi di un normale cittadino (che non sia progettista)!

La soluzione progettuale numero 9 (foto del 25 novembre 2009)

Forse non è la creatività ciò di cui abbiamo bisogno. O meglio. L’esplorazione di diverse opzioni è certamente un aspetto di grande importanza, anche perché è l’unico modo per rispondere ad interrogativi che in modo legittimo ed opportuno sono stati formulati, in diverse occasioni, dai diversi partecipanti (pro o contro che siano). Ma – dobbiamo riconoscere – ci è utile nella misura in cui riusciamo in tal modo a produrre argomenti che possano convincere almeno quella parte di cittadini che partecipa a “Via della partecipazione” senza essersi già irrigiditi su una posizione e senza risultare sordi agli argomenti degli altri, anche quando questi sono visti come la “controparte”. In conclusione, forse è bene prendere atto che non esiste uno “sguardo da fuori” che ci consenta di risolvere il “problema” di via Libertà come se fosse il “problema dei 9 punti neri”. E guardare, più opportunamente, questo percorso di partecipazione come a qualcosa di radicato in pratiche argomentative e di produzione di convincimenti che abbisognano di essere aiutate per meglio “filtrare” i buoni argomenti, dando meno peso a quelli “cattivi”. Come fare ciò non è cosa facile a dirsi. Ma il descrivere in questo modo il problema, può forse aiutare ad avvicinarsi alla soluzione.

Un momento della discussione al tavolo del confronto creativo del 25 novembre 2009

E se fosse anche questo un caso di “cambiamento2”? “L’occhio vede, ma non può vedere se stesso” – annotano Watzlawick e soci (p.40, nota 6). “Perché vedo ciò che vedo e non vedo ciò che non vedo?” – così Niklas Luhmann riformula la “tautologia” dell’osservatore. E’ una domanda che andrebbe applicata anche a “Via della partecipazione”. Probabilmente è la teoria della costruzione “creativa” del consenso che fa vedere solo alcune cose (ed allo stesso tempo ne nasconde altre, sottraendole alla percezione). In ogni caso l’appuntamento clou sarà giovedì 3 dicembre alle 19.30, sempre presso la biblioteca Auris. Lì verranno presentate anche le riflessioni dell’amministrazione sulla viabilità (e, dunque, sull’eventuale messa a senso unico di via Libertà). Vedremo allora quanto “creativo” sarà il risultato di questo percorso, ma soprattutto quanto sarà “razionale” (parola impegnativa) – assieme agli argomenti che lo motiveranno.

2 Responses to Via della partecipazione. Quanto è creativo il tavolo del confronto creativo?

  1. Cesare Venturi ha detto:

    Ho seguito con interesse sul blog lo sviluppo del progetto “Via della partecipazione”. Vorrei fare solo qualche semplice osservazione da cittadino che non ha vissuto direttamente le fasi del progetto, che non abita in quelle vie, ma che ovviamente ha occasione di percorrerle. Considerando il livello di articolazione, il coinvolgimento di qualificate professionalità, la chiamata in causa di esperti ( lo svolgimento di un corso di formazione sulla partecipazione e la gestione creativa dei conflitti in cui si illustrava il pensiero dei “guru” del Mental Research Institute di Palo Alto, il più famoso dei quali era Paul Watzlawick, ecc.. i giochi creativi, con tutti gli psicologismi e -permettimi – bizantinismi sociologici da addetti ai lavori…) non ti pare che si stia esagerando e andando oltre i limiti di quella ragionevolezza a cui anche tu fai riferimento?
    In fondo credo si tratti di trovare una soluzione per la sistemazione di due strade vignolesi, per rendere il più funzionale possibile la viabilità, cercando di recare il minor danno alla alberatura esistente..
    Io avevo visto con favore le iniziative quali “non il mio nome..”, intendendole soprattutto come messaggio forte ad una amministrazione -mi pare, piuttosto sorda -che aveva operato sulla viabilità, ma ancor peggio sulla progettazione edilizia, ecc in modo assai discutibile, per non dire sconsiderato, senza neppure pensare ad informare in modo adeguato o a rendere consapevoli i cittadini. Mi è stato detto che di certi grossi interventi in campo edilizio e ristrutturazione urbana fatti nel centro di Vignola, neppure la giunta nella sua interezza era a conoscenza fino in fondo.
    Ora invece mi sembra che, con l’attuale impostazione dei percorsi per la soluzione di problemi, si stia rovesciando il fronte e si cada nell’estremo opposto. Cosa si vuol fare? Improvvisamente una rinascimentale città ideale, dove tutto è perfezione ed armonia, consultando il gotha degli esperti, accogliendo il parere di tutti, ecc., sapendo che si parte da una situazione che è tutt’altro che perfetta e in cui le responsabilità -dove ci sono -non possono essere addebitate unicamente ad una amministrazione di qualunque colore essa sia? Tu da esperto in sociologia dovresti ben sapere che una comunità per ben funzionare, più è grande più ha bisogno del concorso e della corresponsabilità di ciascuno, per cui se certe situazioni di disagio si sono protratte nel tempo sarà dipeso anche dal silenzio, o dal disinteresse se non dalla complicità di almeno una parte dei cittadini. Con ciò non vorrei offendere nessuno, né sminuire il lavoro fin qui fatto. Trovo giusto il metodo della consultazione, del confronto, ma alla fine una decisione dovrà pur essere presa E un’amministrazione dovrà pur tener conto anche delle disponibilità di bilancio prima di affrontare progetti troppo onerosi od onnicomprensivi per un futuro indefinito( teleriscaldamento, rete idrica, fognaria, ecc.) Ma vorrei fare anche questa considerazione. Trovata e decisa una soluzione (che converrai non potrà mai essere senza imperfezioni), mi chiedo il metodo qui usato sarà esteso anche a tanti altri problemi che riguardano la città di Vignola? Vedi servizi socio-sanitari- e sociali rivolti al cittadino, e tanti interventi di pubblica utilità. I cittadini es.che abbiano problemi di salute, presenza di handicappati o anziani, in famiglia, e in questi tempi problemi di scarso reddito, mancanza di lavoro, non credo che si appassionerebbero più di tanto a simili disquisizioni; penso sarebbero certamente interessati ad avere strade con buona transitabilità (es.senza ostacoli per chi debba percorrerla con carrozzine) eventualmente anche sacrificando qualche albero. Anche questi poi non sono dei feticci. Come l’uomo, anche un albero ha una sua vita, una sua decadenza e una sua fine; piuttosto richiede cure e attenzioni. Quanto poi all’ossigeno,un contributo a un minor inquinamento, come cittadini, lo possiamo e lo dovremmo dare in tanti modi. Es. minori consumi e sprechi (dai cassonetti delle nostre strade, anche vignolesi, i bambini di Riacho Grande che i nostri scout hanno conosciuto in Brasile, troverebbero di che vivere per giorni..). Più impegno educativo per una raccolta differenziata dei rifiuti. Minor uso delle auto: i Suv sono sempre più numerosi, anche per andare a far la spesa a pochi metri da casa…) Questi sono alcuni“ veri punti neri”, non quelli di Watzlawick E non intenderei di cadere in facili moralismi. Come primo “cambiamento” metterei una maggior crescita culturale rispetto a simili problemi, sempre più gravi, su cui c’è davvero bisogno di parlare anche per diventare un po’ meno individualisti e un po’ più aperti e solidali (come del resto anche tu prevedi in varie categorie del tuo blog ) Ciao.

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Cesare, non c’è davvero nulla da aggiungere a quello che scrivi. Anch’io ho l’impressione che oggi si ecceda sul lato opposto, nella convinzione che oggi questa sia la “scorciatoia” più breve per il consenso. Ma anche percorsi, pur sofisticati, come quelli di “Via della partecipazione” soffrono di una certa “schematicità”. Come ho scritto altrove, un venditore di martelli vede tutto a forma di chiodo! Chi vende l’approccio della costruzione del consenso tende a vedere tutto in quei termini, a RIDURRE tutto in quei termini. La realtà, però, è molto più ricca. Chi amministra una città non può limitarsi a dire: “prego … decidete un po’ voi”. All’inizio forse paga. Alla lunga la gente capisce d’esser stata presa per il naso.

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