Primarie del PD 2009. Invito al voto (senza rinunciare a parlare chiaro)

“Fai vedere che ci tieni”. Così recita lo slogan della campagna del PD per le primarie 2009. Ebbene sì, anch’io ci tengo. Magari qualcuno non ci crede. Eppure alla sorte del PD ci tengo per davvero, così come tengo davvero alla sorte di questo paese. Inutile dire che, per me, le due cose sono intrecciate. Solo che non mi va di raccontarla e di raccontarmela per l’ennesima volta. E’ che, a fianco dei meriti di questo partito – l’avere riunificato, pur con molte difficoltà, i “riformismi” italiani – vedo anche un po’ di problemi che da tanto tempo (troppo tempo) ci trasciniamo dietro. Non sono certo l’unico che li vede. Con grande lucidità, ad esempio, Salvatore Biasco ci ha scritto sopra uno dei libri più convincenti che mi siano capitati tra le mani negli ultimi tempi (vedi). E’ un libro sulla cultura politica del PD o, per essere più precisi, sul deficit di cultura politica del PD. Un deficit che non può essere imputato per intero al nuovo partito, ma che, semmai, è un tratto caratteristico ereditato dai suoi progenitori politici. Eppure un altro degli slogan di questa campagna per le primarie 2009 è: “Primarie PD. La buona politica nasce da qui”. Affermazione temeraria, temeraria per davvero. A due anni dalle primarie dell’ottobre 2007 – dopo che una parte consistente dell’entusiasmo di allora è stato dissipato – è bene dunque abbinare all’invito a partecipare anche un serio riconoscimento delle cose che non vanno. “Non fateci sognare, svegliateci!” – come recita un’azzeccatissima vignetta di Altan.

Una vignetta di Altan (da la Repubblica, 30 agosto 2007)

Una vignetta di Altan (da la Repubblica, 30 agosto 2007)

E’ bene cercare di essere svegli, vigili ed usare anche il momento delle primarie per dare un messaggio a questo partito ed alla sua dirigenza, anche locale. Non sarebbe male, mentre ci si appresta a depositare la scheda elettorale nell’urna, cogliere l’occasione ed avanzare qualche osservazione, anche qualche rimostranza, verso il PD, affinché qualcuno non sia tentato di pensare che la mobilitazione comunque vasta che ci sarà (anche se inferiore a quella del 2007) sia comunque solo testimonianza di adesione incondizionata od acritica. E’ bene che non sia così.
[1] Cosa si intende per deficit di cultura politica? Innanzitutto la convinzione di poter prendere scorciatoie per tirarsi fuori d’impaccio (assieme alla rinuncia a chiamare per nome i problemi che si hanno davanti). Sul versante della costruzione e poi realizzazione del programma questo si traduce in un’enfasi sul marketing, sulla comunicazione politica, sull’uso di simboli – come se questi aspetti potessero supplire alla carenza di un pensiero politico (necessariamente faticoso e che si conquista con il tempo – pensare stanca …) e dunque di capacità e competenze solide. Epperò questo partito troppo spesso ha imboccato questa strada. Io ritengo la proposta politica di Franceschini quella più convincente (vedi), ma non è che godo quando vedo l’attuale segretario cedere alla ricerca del simbolismo ed andare alla sorgente del Po a piantare il tricolore (rovesciando quella ritualità strumentale a cui ci ha abituato la Lega Nord). Tutto si aggiusta con una “trovata” politica – troppe volte questo sembra essere il principale portato della cultura politica del PD (in questo non differenziandosi affatto dai DS)! Ma forse questo si manifesta nel modo più evidente quando si tratta di programma. “La mentalità che porta alla ricerca della «grande trovata» è l’esatto inverso di ciò che la situazione richiede. Quasi sempre il cuore del problema non è questa o quella misura, giocata come miracolistica, ma la capacità di riportare a modello l’insieme degli interventi, di situazioni istituzionali e giungle normative, di controllarne gli effetti, verificarne la coerenza, coordinare le sedi di decisione, operare la manutenzione della legislazione.” (Biasco S., Per una sinistra pensante, Marsilio, Venezia, 2009, p.87) Basta vedere l’approssimazione od anche l’improvvisazione con cui vengono prese certe decisioni politiche. Si potrebbe parlare di ottimismo della volontà – e scoprire immediatamente che tra intenzione e risultato conseguito c’è uno scarto assai ampio. Il valore della competenza, della conoscenza del problema è ritenuto secondario. Tutta roba “tecnica”. La politica sarebbe altro. Pensiamo ai problemi di governance che sono emersi nell’ultimo decennio a fronte dei processi di esternalizzazione di servizi, da un lato, e di creazione di organi politico-amministrativi di secondo livello (es. Unione di Comuni, ASP, ecc.), dall’altro. L’assetto istituzionale si è fortemente complessificato, complicato. Ma al tempo stesso i meccanismi del governo democratico locale non sono stati ripensati. Forse non si percepisce neppure l’esistenza di un problema – il perdere di trasparenza dei processi decisionali, l’incertezza sulle attribuzioni di responsabilità, il progressivo svuotarsi di potere dell’assemblea elettiva locale (il consiglio comunale). Qualcuno è convinto che competenza e capacità di visione non siano affatto indispensabili, ad esempio, per stare in giunta. Basta godere della fiducia (o non-sfiducia) del sindaco. Ma sono cose che nel medio periodo si pagano, anche nel caso si riesca ad attutirne la visibilità. Questo ce lo dice in modo chiaro proprio l’ultima legislatura vignolese.

Una vignetta di Altan (da L'Espresso)

Una vignetta di Altan (da L'Espresso)

[2] Ma lo stesso lo si ritrova anche al di fuori della sfera del governo, dell’azione amministrativa. Ad esempio sotto forma di una schizofrenia tra un nuovismo prevalentemente giocato sul piano comunicativo ed invece un’inerzia pesantissima nei comportamenti. Un nuovismo per cui si gioca l’innovazione ed il ricambio generazionale come facciata per coprire il permanere di pratiche cooptative che riproducono una cultura politica vecchia. Siamo riusciti – come PD – anche a piegare le primarie alla logica della cooptazione, facendole diventare uno strumento (certo più complesso da gestire ed un po’ più dispendioso di energie) per cooptare in modo nuovo  (vedi)! Con questo “giovanilismo” di facciata saltano, allo stesso tempo, tutti i percorsi di formazione, essendo inevitabilmente, necessariamente la formazione un’esperienza progressiva – non si diventa “imparati” in un momento. Non si ha il coraggio di tener fermo il fatto che per ricoprire in modo efficace incarichi politici od amministrativi un minimo di percorso formativo è indispensabile – altrimenti si consegnano le “nuove leve” in balia ai politici od amministratori di lungo corso. Non si ha il coraggio di riconoscere che, in un organo come il Consiglio dell’Unione, è forse opportuno mettere almeno un po’ di gente (non dico tutti!) con esperienza in merito all’Unione od all’amministrazione comunale. Invece nella quasi totalità dei casi i consiglieri dell’Unione sono persone alla prima esperienza! Non è che sia una scelta obbligata, bisogna dirlo. Anche in questo caso raziocinio vorrebbe che si procedesse in modo progressivo: hai rinnovato ampiamente i gruppi consiliari nei consigli comunali? Forse ci può stare. Ma fare lo stesso nel consiglio dell’Unione significa, inevitabilmente, pagare una caduta di competenza e consapevolezza politico-amministrativa. Non venitemela a raccontare, per favore. Basta vedere il disorientamento della maggior parte dei consiglieri (vedi) e sapere che durerà ben oltre l’approvazione del primo bilancio di previsione – quello che dovrebbe dare il segno, anche perché deve essere accompagnato, come previsto dallo Statuto dell’Unione, dall’approvazione del programma di legislatura.

Una vignetta di Altan (da la Repubblica, 8 luglio 2009)

Una vignetta di Altan (da la Repubblica, 8 luglio 2009)

[3] Ma c’è altro che si può dire. Ripeto qui un po’ di cose già dette sul PD locale. E’ vero che lo statuto del PD dice che vi deve essere parità di genere in tutti gli organismi dirigenti e che, invece, questa non c’è nella segreteria del PD di Vignola? Perché bisogna darsi delle norme per poi disattenderle (solo perché fa comodo)? E’ vero che il rispetto per le istituzioni richiederebbe che chi fa il vicepresidente della Fondazione di Vignola (leggi Liliana Albertini) non possa stare nella segreteria del PD, ma invece questo avviene senza che nessuno abbia niente da dire? (vedi) E’ vero che il segretario locale del PD, Giancarlo Gasparini, aveva annunciato le sue dimissioni, essendo stato eletto presidente del Consiglio Comunale (carica di garanzia), e però oggi, pur essendo passati più di tre mesi è ancora al suo posto? E’ vero che lo Statuto del PD prevede il diritto, per gli iscritti al partito, di “prendere parte alle assemblee dei circoli” (art.2, comma 4, lettera g), ma che a Vignola (non so altrove) nessuno si è mai preso la briga di fare quel minimo di informazione necessaria per la partecipazione dei semplici iscritti? E che, sempre lo Statuto, prevede che “gli elettori possono partecipare, senza diritto di voto, alle attività dei Circoli” (art.14, comma 3) – cosa, però, mai messa in atto? Insomma un partito che a parole si dichiara aperto, ma poi nei fatti risulta chiuso. Viene in mente la battuta di Sebastiano Messina su la Repubblica del 30 luglio 2007 a proposito del fatto che, in Italia, sono in tanti quelli che dichiarano di voler fare “non un nuovo partito, ma un partito nuovo”. E subito dopo aggiunge: “ecco perché ne abbiamo così tanti, di partiti nuovi, mentre scarseggia l’usato sicuro”.

Una vignetta di Altan (da L'Espresso, 16 ottobre 2009)

Una vignetta di Altan (da L'Espresso, 16 ottobre 2009)

[4] Se dico queste cose è perché al PD ci tengo. E’ perché lo vorrei vedere distinguersi dai vecchi modi di fare politica, dove la lotta politica (e l’interesse personale) si mischia troppo facilmente con la vita delle istituzioni (da noi troppo fragili). Dove le sedi decisionali “ufficiali” servono per “decidere” cose che sono già state decise prima (tra pochi intimi). Non vale l’argomento che altri partiti fanno peggio. Il fatto è che nessun partito più del PD è nato affermando con forza la volontà, l’esigenza di un nuovo modo di fare politica. Per tutte queste ragioni invito coloro che guardano con simpatia al PD, alle sue persone, ai suoi programmi o anche, semplicemente, alla sua funzione di perno dell’opposizione contro la deriva populista (e di autoritarismo strisciante – specie per l’uso spregiudicato dei mass media) di Berlusconi e del suo governo ad andare a votare alle primarie del 25 ottobre. Ma anche, in quell’occasione, a manifestare in ogni modo possibile l’urgenza per il PD di superare lo scarto tra il dire ed il fare.

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One Response to Primarie del PD 2009. Invito al voto (senza rinunciare a parlare chiaro)

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    L’aspetto che personalmente valuto nel modo più critico, nel PD in generale e, soprattutto, nel PD vignolese, è la selezione e la formazione (!?) del cosiddetto “gruppo dirigente”. Difficile poter credere che i “meccanismi” in atto nel partito producano esiti di qualità. Ovviamente questa mia impressione potrebbe risultare falsata. Proprio per questo mi piacerebbe un tentativo di rendere più oggettiva possibile questa valutazione. I meccanismi di cooptazione che da parecchio tempo vigono nel PCI-PDS-DS-PD vignolese riproducono una cultura politica vecchia, anche quando si traducono in rinnovo generazionale. Questo dovrebbe essere un grosso motivo di preoccupazione.

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