Pro/Testo. Giovani poeti per una nuova poesia “impegnata”

“E per certuni quella lapide è patetica,/ porta tristezza alla mattina presto a questi/ che si recano al lavoro. Gradirebbero piuttosto/ un cartellone che la sostituisca,/ qualcosa d’esplosivo, una pubblicità di sconti/ eccezionali, di prezzi bomba, qualcosa/ d’inimmaginabile, che colpisca le coscienze,/ che sui passanti abbia un effetto devastante.” E’ un brano di una poesia di Matteo Fantuzzi sull’indifferenza od il fastidio con cui passanti distratti guardano alla lapide che ricorda i caduti nella strage del 2 agosto 1980 a Bologna. Fa parte di un’antologia di 23 giovani poeti, tra cui Marco Bini, classe 1984, vignolese. Pro/Testo – questo il titolo (vedi). L’etichetta “poesia della protesta” è riduttiva. Anzi, forse è addirittura fuorviante.

Non sono poeta né critico letterario. Frequento poco la poesia, ma un poco sì. Ciò che mi ha incuriosito prima e colpito poi – assistendo alla presentazione dell’antologia il 26 settembre, nell’ambito del PoesiaFestival, e quindi sbirciandone le pagine – è questa poesia che si rivolge alla collettività, per offrire uno sguardo nuovo sui fatti della vita, su certi fatti della vita che testimoniano di quanto la nostra essenza più intima sia inserita in trame collettive, partecipi della storia dei nostri tempi, sia ferita dalla in-cultura e dalla in-civiltà (troppo) diffusa. Una poesia del civile – mi sembra si possa definire. Che risulta tanto più convincente – almeno per me – meno manifesta esplicitamente il suo intento, meno “urla” questo suo intento “politico”: il richiamare ciascuno di noi a guardare alla realtà in modo nuovo, con una nuova sensibilità “etica”. Luca Paci, nella presentazione, e Mimmo Cangiano, nell’introduzione, tracciano le coordinate per interpretare quest’impresa collettiva. Una poesia che mette in discussione le usuali percezioni, il modo “normale” di “vedere” la realtà, le normali griglie di attribuzione di rilevanza (ciò su cui si focalizza l’attenzione, spingendo altri fatti ed altri eventi nell’ombra e nell’indifferenza). Una poesia che colpisce, innanzitutto, per esercitare una selezione della realtà, per adottare un frame, differente, ovvero dissenziente. “E allora il mio e il tuo compito, lettore, è quello di dissentire (…) Il dissenso è un atteggiamento fondamentale che ci permette di percepire il mondo sotto prospettive inedite e diverse. Dissentire, ovvero sentire diversamente.” (dalla Presentazione di Luca Paci, p.8) E nel momento di rompere il velo e mostrare che la “realtà” potrebbe sempre anche essere altrimenti possibile – uno dei temi dell’opera pittorica di Magritte (vedi La chiave dei campi, 1933) – proporre nuove visioni, per la “costruzione” di una nuova comunità. “Il poeta è distruttore e coltivatore, non ha paura di parlare di mondo, di giustizia, di guerra, di fame, di razzismo, d’inquinamento, di berlusconi. Il movimento di distruzione è inutile se non è accompagnato da quello della semina. Si dissoda la terra per seminare” – dice Luca Paci nella Presentazione (p.7).

Presentazione dell'antologia di poesie Pro/Testo, sabato 26 settembre 2009 presso la libreria La quercia dell'elfo a Vignola

Presentazione dell'antologia di poesie Pro/Testo, sabato 26 settembre 2009 presso la libreria La quercia dell'elfo a Vignola

Dunque una poesia che si prefigge di contribuire a superare la “paralisi conoscitiva” ed in tal modo, contraddicendo la “realtà”, intende “restituirgli vitalità, movimento” (p.13), intende contribuire a costruire una nuova “comunità”. Si tratta, come dice di nuovo Luca Paci nella presentazione (p.8), di “un lavoro poETICO che deve necessariamente implicare «la comunità che viene».” Due diversi autori si confrontano con la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Un altro con il dramma dell’immigrazione clandestina – la ricerca di un sogno che si trasforma in tragedia. Fare poesia su questa realtà. E’ la cosa che mi colpisce. Usare l’arte per recuperare e riportare all’attenzione troppo spesso distratta quei brani di storia individuale che, da uno sguardo eticamente sensibile, possono essere riconosciuti come i nodi portanti della struttura della storia di una collettività. Tessere un filo che lega frammenti della vita quotidiana delle persone con gli eventi che segnano la storia di un territorio, di una città, di un paese. Mi colpisce, per questo, una poesia di Marco Bini che usa l’espediente del giorno prima e del giorno dopo l’11 settembre 2001 (pp.32-33). Lo spazio del giorno mancante, essendo già questo saturo di significati per tutto il mondo occidentale (e non solo), viene incorniciato da emozioni e piccoli fatti quotidiani del giorno prima e del giorno successivo. Non risulta banale la vita di tutti noi – soprattutto quella di un giovane studente – di fronte a quell’evento? E cosa significa andare in bicicletta (spensieratamente?) il giorno dopo? Questo è quanto mi suscita – semplice lettore – quel testo.

10 SETTEMBRE 2001, di Marco Bini

E’ papà che attende al varco, agli sgoccioli delle vacanze
perché «ormai si torna a scuola, e ancora non c’è niente
che tu abbia fatto, guarda che il futuro i tuoi comodi non li aspetta!»
e lo dice con la tv sul notiziario, che ogni giorno sembra
sempre più precipitare la situazione, «ma tu non senti fretta?»,
dando sulla voce al mezzobusto non poi così in ansia se fibrillano
i mercati.

12 SETTEMBRE 2001, di Marco Bini

Sei riuscito tutto a un tratto a metterti alle spalle i volti
corrucciati l’audio che va e viene la tensione della diretta
mentre godi della quiete tardo estiva e fili in bicicletta.
Ti sbilancia un refolo di vento che solleva e rimescola
polvere scontrini accartocciati e mozziconi di sigaretta.
Pensi alla faccenda della farfalla in volo laggiù in Giappone
sogghigni e credi che sia un’onda d’urto che viene da lontano.

La chiave nei campi (1933), di René Magritte

La chiave nei campi (1933), di René Magritte

Oppure l’immagine della quotidianità di una donna – andata a fare la spesa e quindi giunta alla stazione ferroviaria di Bologna per ritornare a casa in treno – che si intreccia con l’atto terroristico più grave compiuto in Italia, in una poesia di Natàlia Castaldi (p.52). Od ancora uno dei tanti fatti tragici dell’immigrazione clandestina in Italia – ed al contempo manifestazione di cinismo di troppi italiani. Poesia di Fabio Franzin (p.109). Insomma. Certamente l’arte poetica non necessita di temi civili per svolgere efficacemente la propria funzione: dischiudere mondi, offrire nuove percezioni, dilatare emozioni e sentimenti, cogliere potenzialità inesplorate nell’uso del linguaggio. Purtuttavia è da salutare positivamente lo sviluppo di una poesia che non considera impoetiche la politica e la cronaca. Anzi. A questa poesia è bene dare il benvenuto, specie nella nostra epoca. Essa incrocia infatti il grande bisogno di questo paese di coltivare una più forte sensibilità verso l’intreccio delle storie della “gente comune” con LA storia di un paese che rischia sempre più di smarrirsi, preda delle manipolazioni di élites che perseguono interessi di brevissimo respiro. Essa incrocia anche il grande bisogno di questo paese di coltivare efficacemente la memoria – un tema sollevato proprio pochi mesi fa a proposito della strage di Bologna e, per la nostra città, dell’eccidio di Pratomavore (vedi). Poiché il PoesiaFestival non vuole essere semplicemente un evento, ma vuole piuttosto dipanarsi e diramarsi in più direzioni nell’arco dell’intero anno, perché, dunque, non pensare – tra le altre cose – ad un concorso di poesia finalizzato a trasmettere la memoria dei fatti che hanno punteggiato la resistenza partigiana e, tra questi, proprio l’eccidio di Pratomavore? Perché non ricercare il modo, anche tramite la poesia, anche tramite l’impegno artistico delle più giovani generazioni, di recuperare collettivamente la memoria di quegli episodi e ridare vitalità al rito (vedi)?

ERO UNA DONNA – 2 AGOSTO 1980, di Natàlia Castaldi

Ero una donna,
camminavo per strada:
pesanti i sacchi della spesa,
scendevo le scale della stazione.

Tornavo all’odore dei miei panni,
ero una donna
con la spesa per la cena.

Sono brandelli di carne
Nello scoppio di un odio senza nome:
– lo chiamano ideale …
Ma io non ho più avuto amore –

La firma in bianco (1965), di René Magritte

La firma in bianco (1965), di René Magritte

Da “Canti dell’offesa”, di Fabio Franzin

Povere statue. Mai state scolpite
Mai state toccate da arte o scalpello
Scaricate dalla stiva sull’asfalto

bollente dell’estate stese e per le
storte pose degli arti derise. Statue
del gelo nell’algore che ci avvolge.

Impresse nel display di qualche
telefonino quale esotica immagine
di viaggio da mostrare ai mostri amici

le angurie fresche a fette nei tavoli
il ghiaccio nei cocktail a cubetti
quel ghiaccio triturato dai sorrisi.

[Il 14 luglio 2007, nell’area di servizio Bazzera, a Mestre, da un camion tedesco che trasportava angurie, furono estratti i corpi congelati di tre clandestini iracheni. I giornali raccontarono le risa divertite dei turisti di passaggio, le foto ricordo fatte coi telefonini.]

PS. Dare dignità poetica anche alla realtà dell’immigrazione, ai suoi mondi, alle sue storie e sofferenze. Non è cosa recente. Si veda la poesia Italy di Giovanni Pascoli, dall’opera Primi poemetti (1897-1904), che ho avuto il piacere di ascoltare dalla voce di Giovanni Giudici quando ero studente. Ovviamente, in questo caso, gli “emigrati” erano italiani.

2 Responses to Pro/Testo. Giovani poeti per una nuova poesia “impegnata”

  1. Marco Bini ha detto:

    Ringrazio Andrea di questo bel post dedicato al libro che abbiamo presentato proprio sabato scorso.
    E devo dire che le osservazioni che ha svolto sono molto interessanti e puntuali; davvero nulla da invidiare ad un buon esegeta!
    In effetti, il rischio di cadere nell’atteggiamento “punta-dito”, quando ci si prefigge di scrivere immersi nel proprio tempo, è alto, e il prezzo da pagare in quel caso sarà piuttosto salato. Chi scrive (o usa altri mezzi espressivi) per conseguire questo scopo deve tenere sempre presente che ha a disposizione alcune potentissime armi da utilizzare, e non deve rinunciare a quelle per dire qualcosa “di troppo”, qualcosa che non gli compete. Nessuno scrittore deve pensare neanche per un istante di poter dettare il pensiero al lettore, egli non è un legislatore del mondo, ne è un interprete e una cassa di risonanza (il che è già una responsabilità non da poco); e così neppure il lettore deve aspettarsi delle verità, e rimanere deluso se non le trova esplicitate nelle pagine di un libro.
    Il dialogo tra scrittore (o scrivente) e lettore avviene su un piano totalmente differente, che sulla realtà può avere però ricadute concretissime: la realtà non è solo un nastro in continuo trascorrere, essa è piena di nicchie, nascondigli, interruzioni, discontinuità (come insegnava lo storico Carlo Ginzburg), ed è lì che la letteratura può infilarsi ed evidenziare che non tutto è come sembra, o almeno che non tutto finisce solo dove i sensi da soli riescono ad arrivare. Scriveva Montale: “La storia non è poi / la devastante ruspa che si dice. / Lascia sottopassaggi, cripte, buche / e nascondigli. C’è chi sopravvive.”
    Si tratta di gettare una certa luce sullo scenario quotidiano (un po’ come fa un direttore della fotografia in un film), e di mostrare le cose, le stesse cose che già conosciamo, in un modo che non avremmo mai pensato. Operazione da compiere nella cura più assoluta della lingua, strumento formidabile e mai fino in fondo domabile. Il primo compito “civile” di un poeta è proprio questo: avere cura della lingua, rispettarla ed utilizzarla al meglio delle sue potenzialità, innescando tramite essa il dialogo più fruttuoso con chi legge. E’ questo il profitto che traiamo dalla poesia: riaccenderci tramite le parole e cambiare grazie ad esse prospettiva. Se avremo scritto con queste intenzioni ben chiare, conta meno “che cosa” o “di che cosa” avremo scritto: avremo già compiuto uno degli atti più “politici” che ci è concesso fare.
    Per questo le comunità da sempre hanno avuto cura delle forme di espressione: esse sono il tesoro più prezioso che la civiltà ha dato loro in sorte, talvolta custodiscono l’essenza stessa delle comunità. Se qualcuno crede che la banalizzazione e la mortificazione della parola servano l’utile e l’ordine della comunità, sbaglia largamente. La parola ridotta ad unidimensionalità cancella la complessità, ma mette a repentaglio la stessa civiltà, che senza parola non è difficile immaginare che non sarebbe mai iniziata.

    Grazie ancora ad Andrea, anche per questo spazio.

    Marco Bini

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Caro Marco, grazie per questo tuo intervento ed ancora complimenti per questo tuo impegno e per queste tue opere. Ribadisco che ho apprezzato tantissimo, tra le tue poesie pubblicate nell’antologia, le due citate (10 settembre 2001 e 12 settembre 2001). Il prima ed il dopo, nella quotidianità, sapendo che ciò che sta in mezzo è assolutamente eccezionale – forse “una cesura nella storia mondiale” (J.Habermas). Lo penso davvero: la formula che hai adottato è stupenda, direi geniale. E l’altra cosa che ho apprezzato è la leggerezza del “racconto” del prima e del dopo. Non c’è bisogno di essere espliciti, diretti. Basta ancora descrivere dei piccoli gesti della quotidianità e, nonostante questo, si percepisce il senso della tragedia consumatasi nello spazio del giorno mancante. Riuscire a dire cose dense di significato in modo leggero, con un sol tocco del linguaggio – questa è davvero poesia. A me sembra tale. Buon lavoro!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: