Dare vitalità al rito. Ancora riflessioni sulla commemorazione dell’eccidio di Pratomavore

Monumento ai caduti di Pratomavore (foto del 31 maggio 2009)

Monumento ai caduti di Pratomavore (foto del 31 maggio 2009)

Anche i riti muoiono. Sono “caduchi”, come tutti i prodotti “sociali”. Una lingua non parlata muore, così come muore un comportamento sociale non reiterato. Muoiono piano piano, quando la “popolazione” dei praticanti si assottiglia sempre più e, dunque, quando se ne perde la misura della rilevanza. Anche in questo post il tema è dunque quello del mantenere vitale uno dei riti civili più importanti della comunità vignolese: la commemorazione dell’eccidio di Pratomavore, avvenuto il 13 febbraio 1945. Ma in questo caso la sollecitazione non proviene dall’invito di Aldo Balzanelli a rinnovare la cerimonia del 2 agosto a Bologna (vedi). Tema di riflessione è invece il confronto tra il rito civile della commemorazione del 13 febbraio e la processione religiosa del primo sabato di maggio, rito celebrato dalla Parrocchia di Vignola a seguito di un voto fatto alla Madonna della Pieve nel 1775.
[1] L’atteggiamento dell’osservatore “distaccato” è certamente un atteggiamento che disturba chi si sente paretecipe, chi si sente coinvolto. Alla distinzione tra atteggiamento performativo ed atteggiamento dell’osservatore non possiamo tuttavia rinunciare – è al fondamento tanto dell’agire umano, quanto delle scienze sociali. Mi scuso comunque in anticipo se (già solo) il mio osservare i riti – anche quello religioso – potrà “disturbare” qualcuno. La traccia di questa riflessione è la seguente: negli anni recenti oltre un migliaio di persone prende parte alla processione del voto, il primo sabato di maggio; assai meno partecipano invece al rito civile della commemorazione dell’eccidio di Pratomavore. Perché? Che cosa ci può dire questo confronto?

Un momento della processione "del voto" alla Madonna della Pieve (foto del 2 maggio 2009)

Un momento della processione "del voto" alla Madonna della Pieve (foto del 2 maggio 2009)

Vorrei precisare sin da subito che ciò che mi preme mettere in luce è il fatto che affinché un rito viva occorre un “investimento” da parte della comunità. Senza nulla togliere al valore degli episodi che stanno all’origine dell’uno e dell’altro rito, penso che dal confronto tra i due riti possano emergere considerazioni utili per provare a ripensare forme e modalità del rito civile di Pratomavore – pur consapevole di tutte le attenzioni e le cautele che vanno usate quando si prospetta un intervento deliberato su qualcosa che, essendosi sedimentato nel tempo, appare a molti come un fatto naturale, ovvero come l’unico modo possibile (e concepibile) per ricordare quell’episodio e le vittime di quell’eccidio. Usare un confronto tra rito civile e rito religioso è tutt’altro che agevole, inoltre, anche perché in una certa misura, forse non oggi, ma certamente in passato, riti civili e riti religiosi sono stati anche in competizione tra loro, come ricorda una bella ricerca dell’antropologo David I.Kertzer che, nel quartiere Lame della città di Bologna, ha studiato, all’inizio degli anni ’70, la competizione sviluppatasi anche sul terreno del rituale – ed in particolar modo dei “riti di comunità” (distinti dai “riti di passaggio” come battesimo, comunione, cresima, matrimonio, funerale che allora erano invece saldo appannaggio della chiesa) – tra partito comunista e chiesa cattolica (cfr. Kertzer D.I., Comunisti e cattolici. La lotta religiosa e politica nell’Italia comunista, Franco Angeli, Milano, 1981). Non è la prospettiva, oggi assai meno rilevante rispetto a quarant’anni fa, della competizione sul terreno rituale, che qui ci interessa. E’ invece, come già detto, il tema dell’investimento sociale necessario per mantenere vitale un rito, sia esso religioso o civile.

[2] Secondo lo storico Luca Tosi, nel 1775 “le febbri putride che … infestarono molti paesi e città d’Italia invasero altresì Vignola e fu molta la mortalità degli abitanti, i quali si portarono processionalmente all’Oratorio della Pieve, onde ottenere la cessazione del morbo la quale avvenne poi nel successivo anno 1776” (citazione da La parrocchiale di Vignola, p.69). Nel 1875, per ricordare il primo centenario del voto, all’ingresso della sagrestia del Santuario fu posta una lapide con parole latine: «I Vignolesi grati – ob depulsam pestilitatem – per essere stati liberati dalla peste, rinnovano il Voto, decisi ad osservarlo in eterno» (p.70). La narrazione che ne fa Alessandro Plessi nelle Istorie vignolesi del 1885 risente dell’influsso di una cultura “scientista” che equipara religione a superstizione: “nel 1775 molta parte d’Italia fu invasa da febbri putride, le quali assai mieterono di vite umane; ed in Vignola tale fecero una strage, che quel popolo stimò non potere aver salvezza che per l’aiuto del Cielo; furono pertanto fatte pubbliche preghiere, e processioni di penitenza all’Oratorio detto della Pieve. Il morbo diminuì a grado a grado, finché nell’anno appresso era totalmente cessato: il popolo sempre facile ad attribuire certi eventi a cause soprannaturali, anziché giudicarli un effetto delle divine leggi di natura, credette pienamente che la scomparsa delle febbri putride si dovesse ad una speciale grazia di Dio, interceduta dalla Santissima Vergine, venerata nel detto Oratorio sotto il titolo della Natività di Lei; e nella foga dell’entusiasmo religioso votò di andare ivi ogni anno processionalmente, in commemorazione della grazia ricevuta. Tale voto fu maisempre adempiuto, e si adempie tuttora nel primo sabato di maggio.” (Plessi A., Istorie vignolesi, Tipografia di Antonio Monti, Vignola, 1885, p.74) Ancora oggi, il primo sabato di maggio si celebra la processione del voto, dalla Chiesa Plebana alla Pieve. Ciò che colpisce negli ultimi anni è la ripresa della partecipazione dei vignolesi, con molti giovani, molte famiglie, tante realtà associative. Ciò a testimonianza del fatto che ancora oggi l’impegno, l’«investimento» della Parrocchia di Vignola è in grado di mobilitare almeno un migliaio di fedeli che si sentono coinvolti in questo rito religioso che ha le sue origini in un voto fatto 234 anni fa.

[3] Perché la stessa cosa non succede per la processione civile di commemorazione dell’eccidio di Pratomavore? Non so quanti fossero i partecipanti negli anni ’60 e ’70 – plausibilmente assai di più di quelli di oggi. Nelle celebrazioni degli ultimi dieci anni i partecipanti non sono mai stati più di 200-250. Del tutto assenti i giovani. Presenti, di fatto, solo gli anziani più “vicini” temporalmente all’episodio. Qualche amministratore e qualche politico. L’impressione è che la diminuzione della partecipazione testimoni l’incapacità di rinnovare la memoria, di ribadire la rilevanza di quell’episodio – un sacrificio di vite umane per chi si era opposto al fascismo ed all’invasore nazista – anche per la cittadinanza vignolese di oggi. In questo caso forma e modalità del rito sembrano aver perso la presa su una parte significativa della città, anzi sulla quasi totalità della città. Non è certo solo un problema che riguarda la memoria dell’episodio vignolese – ce lo ricorda Aberto Melloni, storico, allievo di Giuseppe Alberigo, a proposito di un recente volume di ricostruzione storica dell’eccidio di Marzabotto (vedi), in una recensione sul Corriere della Sera del 28 luglio (vedi). Un primo dato che colpisce è la “scomparsa” della storia dietro alla retorica della Resistenza. Sempre più i discorsi, anche quelli ufficiali, prescindono dai fatti storici accertati. Evitano di preoccuparsi di dare conto, di spiegare che cosa, come, perché successe questo come altri episodi di uccisioni di “partigiani” o comunque di “resistenti” al regime nazista e fascista negli ultimi mesi della guerra. Troppo spesso manca un puntuale riferimento ai “fatti” – e manca pure l’impegno a trovare un modo nuovo per raccontarli, questi fatti. In un modo che possa rendere queste narrazioni avvincenti per chi allora non era ancora nato – e sono la maggior parte degli attuali residenti a Vignola! Un video, forse, oppure un fumetto. O qualche altra modalità ancora. Un racconto. Una poesia. Nel sito web dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna vi sono alcuni estratti dei fumetti realizzati sull’episodio (vedi; vedi la scheda dell’editore BeccoGiallo). Roberto Baldazzini, noto disegnatore di fumetti vignolese, ne sta realizzando uno sui partigiani – fiction, certamente; ma non potrebbe destare l’attenzione, la curiosità su un capitolo della nostra storia che tendiamo a sorvolare con troppa disinvoltura? Mille ancora possono essere i modi di produzione di cultura storica – lo hanno dimostrato le scuole elementari vignolesi con il bellissimo progetto sulla Costituzione della Repubblica Italiana: la “Signora Costi”. Volendo – ed offrendo sostegno e risorse – modalità innovative per richiamare l’attenzione anche delle giovani generazioni sugli episodi della Resistenza a livello locale non mancano! Forse questo è una delle cose che è mancata (e che dovrebbe essere “recuperata”). La mancanza di una narrazione storica sufficientemente puntuale – una conoscenza dei fatti, del contesto, delle motivazioni personali di chi si schierò da una parte o dall’altra (e dei tanti che stettero semplicemente “nel mezzo”) – priva, come scrive Melloni, “più generazioni di una conoscenza senza la quale la più santa delle memorie non può far altro che afflosciarsi.”

Cerimonia di commemorazione dell'eccidio di Pratomavore (foto dell'11 febbraio 2007)

Cerimonia di commemorazione dell'eccidio di Pratomavore (foto dell'11 febbraio 2007)

Ma c’è un altro aspetto che va rimarcato – oltre a questa cronica mancanza di investimento per rinnovare le forme della memoria, passando per la rievocazione dei fatti, per il “recupero” della storia. Ed è questo. Per troppo tempo questo rito civile è stato impostato come un rito anche della propaganda comunista (espressione forte, ma che consente di intenderci). Certo, ci sono delle buone ragioni per questo (la Resistenza è stata fatta in larga parte dai “comunisti” stessi). Però questa “antica” forma è divenuta oggi una gabbia che limita le possibilità di innovazione della celebrazione del rito, della commemorazione. Basta guardare le bandiere che sono portate nella manifestazione. Basta guardare i relatori che anno dopo anno sono chiamati a parlare alla folla – anno dopo anno meno numerosa – dal palco allestito in piazza Caduti di Pratomavore. Anche qui, se si vuole ridare forza e vitalità al rito, occorrerebbe capacità di innovare e, probabilmente, di distaccarsi da una politicizzazione di quest’evento, da una “liturgia” oramai impostata in forme obsolete. Forse questo è il modo per salvare il nocciolo politico che in questi eventi – di grande importanza per la formazione di una coscienza civica della nostra comunità – deve essere salvaguardato. Forse una adeguata innovazione potrebbe recuperare la capacità di attrazione dell’evento, la capacità di parlare ai cittadini di oggi – insomma potrebbe consentire di nuovo a tanti cittadini avvicinarvisi e prendervi parte.

4 Responses to Dare vitalità al rito. Ancora riflessioni sulla commemorazione dell’eccidio di Pratomavore

  1. Marco Bini ha detto:

    La parola giusta per sintetizzare questa bella riflessione è “liturgia”. Perché la processione coinvolge un cospicuo numero di persone e le celebrazioni civili no (e, assieme alla commemorazione di Pratomavore metto anche il 25 aprile)?
    Da ragazzino ho partecipato alcune volte a quella processione e, pur non essendo credente allora come adesso, ho ben impresso nella memoria quel senso di coinvolgimento e di comunità, di trasporto collettivo che quell’evento creava nelle persone. Io credo che tra i partecipanti stessi vi siano persone che non conoscono bene l’origine di quella manifestazione, ma accettano e sono contente tuttavia di prendere parte ad una liturgia semplice, popolare, accessibile.
    Questo non succede nelle “liturgie” civili, specie quelle legate agli episodi della Resistenza. A parte l’ovvio problema della “lottizzazione” della Resistenza e dell’appropriazione sin troppo esclusiva ad opera di alcune forze politiche (mi permetto anche io un consiglio bibliografico: S. Peli, La Resistenza in Italia, Einaudi:
    http://www.einaudi.it/libri/libro/santo-peli/la-resistenza-in-italia/978880616433
    ottimo per chi voglia farsi una prospettiva storiografica completa e ben scritta), gran parte del problema risiede, come giustamente sottolineato, nei linguaggi e nelle forme adottate. Da anni ormai le celebrazioni sono identiche a sé stesse, con una retorica ben collaudata ma stantìa come assoluta protagonista. Ogni anno, per il 25 aprile, si rincorrono sempre le stesse occasioni: messa con vigili in uniforme, deposizione di una corona di fiori e, se va bene, discorso del sindaco. Quest’anno ho visto anche un coro di mondine, sacrificate in un angolo di Piazza Contrari sotto il sole delle 11 di mattina, su un palco a dir poco improvvisato. Neanche a dirlo, pochissime persone presenti. Segno che l’investimento non voleva essere troppo impegnativo. L’ultima occasione in cui sono stati esercitati linguaggi nuovi che io ricordi fu nel 2005, per il 60° anniversario della Liberazione. L’associazione Lavabo, di cui faccio parte, realizzò un video di circa un’ora sulla percezione della memoria 60 anni dopo la Liberazione. Un prodotto fatto in casa, ma ben confezionato, con interviste a testimoni (partigiani e civili) e a persone per strada, per fare il punto della situazione. Il 25 aprile 2005 lo proiettammo presso l’ex lavatoio, risultato: sala piena, di adulti, di giovani, di anziani (molti degli intervistati vennero e portarono parenti e amici). Una bella fetta trasversale di società civile applaudì ad un tentativo di rinfrescare la memoria collettiva, con linguaggi diversi dai soliti. Unico vulnus: neppure un amministratore o un rappresentante dell’amministrazione si presentò, pur essendo l’evento stato accolto nella pubblicità istituzionale ed essendo stati invitati per iscritto alcuni assessori. Avendo investito molto in energie sia fisiche che emotive, questa cosa ci dispiacque molto, ma ci fece anche capire “che aria tirava”.

    Uscendo dagli schemi politici più consolidati, direi che ormai il problema non risieda più nell’appropriazione di parte, quanto nell’appropriazione “di casta”. Se non si è politici, non si fanno discorsi; se non si utilizza il repertorio di parole e gesti (sempre lo stesso da 60 e più anni), allora si è irrispettosi delle forme.
    Il problema è che certe forme erano “popolari” ed emotive (ritengo che l’emotività sia basilare nelle commemorazioni) alcuni decenni fa, ora non lo sono più. La percezione delle cose cambia con la lontananza temporale, e se la memoria non si solidifica in alcune forme davvero popolari e “dal basso”, allora si perde, inevitabilmente. Pensiamo alla devozione dal basso di cui si diceva a proposito della processione, oppure allontanandoci da casa nostra, pensiamo alle usanze per l’Independence Day negli Stati Uniti, ormai caratteristico più per i pic-nic e i barbecue che non per il significato di quella ricorrenza. Però quel giorno gli americani festeggiano in modo spontaneo e condiviso, cosa che in Italia non siamo mai stati in grado di fare (si vedano anche le polemiche di questo periodo sull’ormai prossimo 150° anniversario dell’Unità d’Italia).
    La sinistra, che si sente depositaria unica della memoria della Resistenza e custode degli unici linguaggi ammissibili per celebrarla, ha quest’anno subito in questo campo uno smacco tremendo: Berlusconi, da sempre allergico al 25 aprile, ha tenuto quest’anno un discorso proprio in quel giorno a L’Aquila, in uno scenario insolitamente sobrio per lui, pronunciando parole equilibrate e con una morigeratezza che non ha precedenti (né seguiti…) nella sua storia politica. Non so se le dirigenze della sinistra hanno provato la mia stessa sensazione; io ho sentito che il monopolio stava esaurendosi. Ma è un paese maturo, l’Italia, per costruire finalmente una memoria condivisa? O rischiamo nuove lacerazioni, passando da una visione di parte ad un’altra?
    Ringrazio per lo spazio che ho usato per questa mia riflessione.

    Marco Bini

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Condivido le tue osservazioni, Marco. Il problema che mi sono posto è semplicemente quello del perché alcuni riti hanno più successo, in termini di partecipazione, di coinvolgimento, di altri. E perché alcuni riti, dopo un periodo di declino, tornano ad incrementare partecipanti e coinvolgimento. Così mi sembra sia avvenuto per quanto riguarda la processione del voto. Iniziare ad interrogarsi su questi perché è il primo passo per chi vuole imboccare la strada del “rilancio” – ovviamente ritenendo che quei riti che si vuole rilanciare debbano ancora oggi essere “rilevanti” per la nostra comunità.

  3. Cesare Venturi ha detto:

    I riti, come i monumenti, possono essere fragili e sgretolarsi nel tempo. Restano dei segni e se non sono compresi nella loro profondità ed autenticità difficilmente lasciano una traccia duratura; se non ci sentiamo partecipi dei significati che recano, finiscono per crearci indifferenza o peggio repulsione. Come davanti alle lapidi dei nostri antenati nei cimiteri finiamo per avere presenti i più vicini a noi, quelli che abbiamo conosciuto, con i quali abbiamo condiviso esperienze, sentimenti, ideali, ecc.
    Ritengo che la maggiore o minore affluenza di cittadini ad un rito, sia laico che religioso, non sia, di per sé, indicatore di presenza o assenza di senso civico o di adesione ad una fede religiosa.
    Il problema centrale, secondo me, è quello di condividere ed attualizzare coerentemente i significati ed i valori che dette forme rituali vogliono rappresentare: la fedeltà vera ad un credere, sia laico che religioso.
    Per quanto riguarda la Resistenza vista come lotta partigiana contro le brutalità nazi-fasciste ha acquisito un alone epico, talora non privo di retorica fumettistica, che sempre più sbiadisce nel tempo, come tante altre memorie storiche lontane, pur di altissimo livello e dignità. Il riportare all’oggi quei valori e quegli ideali per i quali tanti si sono battuti e hanno dato la vita, dovrebbe significare condividerne le scelte ed agire coerentemente per dar continuità ad esse. Cioè ad es.,ancora rispettare e vivere quei valori fissati nella costituzione, pur con i necessari adeguamenti ai nostri tempi. E’ vero – come alcuni hanno detto -che la resistenza non è mai conclusa e definitiva , ma è conquista quotidiana. Quali sono oggi i nemici di una vera democrazia? Si ha ancora voglia di lottare per avere una giustizia sociale, diritto al lavoro, difesa della vita in tutte le situazioni, difesa di libere opinioni?…L’elenco potrebbe essere molto lungo. Mi pare che tutto ciò sia diventato alquanto più flebile ed inefficace ed il tutto si perda in quel clima di crescente individualismo, di disinformazione sistematica, di superficialità e di sostanziale indifferenza … (io lo chiamo “berlusconismo”, che ha finito per ammaliare tanti che fino a ieri ne sarebbero stati fieri oppositori). Se poi non funzionano più i vecchi movimenti o gruppi organizzati (es partiti, sindacati, ecc.) si cerchino nuove forme, senza perdere di vista gli obiettivi.
    Qui mi pare il debole delle celebrazioni oggi.
    Quanto poi alla processione del voto alla Pieve, avrei tante cose da dire, soprattutto come credente (nel Vangelo, un po’ meno nel “vuoto” di tanto apparato ecclesiastico).
    La processione è anch’essa un gesto, un rito esteriore che di per sé non manifesta proprio la veridicità della nostra fede. Anzi spesso è esteriorità, moda, talvolta può essere occasione per mettersi in mostra e fare chiacchiere banali con amici e conoscenti. Forse poteva avere senso un tempo, per incontrarsi, fare sentire di più la vicinanza tra poveri, bisognosi, ecc. Oggi mi sa sempre più un rito folcloristico-culturale a cui si partecipa come si va a qualsiasi festa, ad una fiera, ecc. E quante ve ne sono in Italia e nel mondo, dedicate a santi e a vicende miracolistiche, le più strambe (qui l’illuminismo non è mai passato!) . Se poi c’è l’occasione per chiedere a Dio o ai santi un aiuto e protezione, ben venga. Chi è che non si sente bisognoso di ciò? L’uomo è per sua natura “religioso” anche per affrontare le tante difficoltà, i tanti pericoli nella vita, la morte, ecc. E la Chiesa continua a coltivare queste forme di aggregazioni che ,sì, muovono gente, magari aiutano le entrate, ma che non servono certo ad accrescere una fede autentica. L’adesione al Vangelo è altra cosa: richiede ricerca della verità ed amore verso il prossimo, a partire dai più deboli (fa’ agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te) e soprattutto scelte di vita conseguenti e concrete.
    La guarigione dalla peste, come da tante malattie odierne, la si ottiene con la ricerca scientifica, le cure mediche, l’igiene, l’alimentazione e l’aiuto alla persona attraverso la vicinanza, il servizio… Lasciamo agli ingenui credere ai miracoli. E questo è un problema che riguarda tutti gli uomini, credenti e non; anzi sempre più sedicenti atei si genuflettono, devoti più dei beghini, alle lusinghe di una chiesa, ahimè, assai povera profeticamente…
    Credo che se non aumenteranno una coscienza collettiva più egualitaria e senso di responsabilità civile e sociale, le cose continueranno ad andare così od anche a peggiorare: vedremo sempre più deserti i cippi della Resistenza e più affollate le processioni…: i fenomeni in fondo si equivalgono.

  4. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ciao Cesarino, le tue riflessioni affrontano questioni che ho volutamente lasciato a parte. Ma le condivido interamente. In effetti considerare il dato della partecipazione, dell’affluenza numerica, come “indicatore” di successo del rito è un po’ superficiale. Epperò vorrà dire qualcosa se per alcuni riti i partecipanti aumentano, mentre per altri diminuiscono. Questo è un primo dato a cui prestare attenzione. E’ un primo dato che interroga. Anche perché l’efficacia del rito – e su questo aspetto si svolgono le tue considerazioni – presuppone comunque la partecipazione. Più selettività, meno conformismo? Le dinamiche sulla “socializzazione” del rito, su come un rito diventa un evento “sociale”, partecipato, forse devono anche essere meglio comprese. Quanto si partecipa per “appartenenza sociale”, piuttosto che per condivisione del “messaggio” del rito, dei significati e della cultura che esso implica o “rappresenta”. Questa è la forza del “legame sociale” – che in un qualche modo prescinde dall’intima condivisione “culturale”. Ma certo questo non deve essere visto come un mettere in contrapposizione le due dimensioni – partecipazione per appartenenza sociale e partecipazione per condivisione del significato – sebbene entrambe siano presenti. Anzi, ritengo che uno dei motivi della crisi dei riti civili, come peraltro osservi anche tu, stia proprio nel non riuscire (e neppure provare, però) ad “attualizzare” il significato originario. Attualizzare il significato significa sia recuperare con maggiore profondità la conoscenza storica dei fatti che hanno originato il rito (e qui, purtroppo, bisogna dire che i riti civili sono tutti giocati in termini di retorica e, troppo spesso, come un’appropriazione per fini di propaganda), sia recuperare quella parte di significato che essi conservano per l’uomo di oggi. Sono le considerazioni che tu svolgi sull’attualità della Costituzione della Repubblica Italiana. Per fare questo “lavoro” occorrono “risorse”, sia materiali, ma soprattutto intellettuali. Certo è un compito che spaventa, ma solo perché da troppo tempo non praticato. Non si potrebbe costituire un comitato “promotore”? Ci sono, nella cosiddetta “società civile”, energie per un tale compito?

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