Facciamo partecipare i cittadini alla progettazione della città!

Alcuni interventi di riqualificazione urbana scatenano l’attenzione (ed anche la protesta) dei cittadini assai più di altri. Scarsa, ad esempio, è stata l’attenzione della città sulla realizzazione del parcheggio interrato in Corso Italia – solo a posteriori tanti cittadini hanno manifestato perplessità sul mantenimento del parcheggio anche in superficie (oltre a riconoscere la scarsa qualità estetica degli edifici di superficie). Forte, invece, l’attenzione ed anche la protesta sulla riqualificazione della piazza davanti a Villa Braglia (vedi1 e vedi2). Non so se oggi la realizzazione ha convinto anche gli oppositori più accaniti di ieri – ed in effetti sarebbe interessante saperlo e provare a misurare il “successo” dell’intervento (vedi). Ugualmente accesa è l’attenzione e la protesta nei confronti dell’ipotesi di riqualificazione di via Libertà (vedi su google maps l’iniziativa “Non il mio nome”) – un intervento messo in programma anche per via dei necessari lavori di interramento lungo la via dei tubi del teleriscaldamento (progetto METE). Questi esempi testimoniano dell’esigenza di ripensare i percorsi di progettazione degli interventi di riqualificazione urbana aprendoli alla partecipazione dei cittadini. Proviamo a ragionare sul perché e sul come.

Il parcheggio di via Corso Italia (foto dell'8 novembre 2008)

Il parcheggio di via Corso Italia (foto dell'8 novembre 2008)

[1] Prima però un chiarimento. In diverse occasioni il sindaco Roberto Adani ha affermato di aver sempre coinvolto i cittadini nella progettazione dei nuovi interventi. In più occasioni io, allora consigliere comunale DS prima, PD poi, ho ribadito che più è ambizioso il progetto di trasformazione della città, più occorre investire nella comunicazione e nel coinvolgimento dei cittadini – cosa che non è avvenuta. Proviamo ad approfondire. “Rimane la considerazione che questa Amministrazione ha praticato la partecipazione dei cittadini sui progetti nei fatti. Nessun progetto è stato realizzato senza essere presentato o discusso e spesso modificato con le osservazioni dei cittadini.” (Comunicato stampa n.49/2009 a firma di Roberto Adani) E’ davvero così? Bisogna intendersi. Prendiamo l’intervento di riqualificazione della piazza davanti a Villa Braglia. Dopo un lungo iter progettuale – con aggiustamento del progetto in risposta alle osservazioni della Soprintendenza (che concesse infine l’autorizzazione il 28 febbraio 2008) – l’intervento è stato illustrato ai cittadini in un incontro pubblico il 4 marzo 2008. Dopo due settimane parte il cantiere. All’incontro del 4 marzo diversi partecipanti hanno fatto osservazioni od avanzato critiche. Ma è di un anno prima la costituzione di un “comitato” di cittadini che, tuttavia, è stato tenuto all’oscuro delle soluzioni progettuali via via definite e delle controproposte avanzate alla Soprintendenza. Dunque, l’informazione c’è stata (ma limitata all’incontro pubblico del 4 marzo 2008), la “partecipazione” no. Il comitato ha avanzato osservazioni e richieste anche tramite una petizione. Tuttavia, nonostante le norme comunali prevedano obbligo di risposta alla petizione entro 30 giorni, parecchi mesi dopo il Comitato era ancora in attesa della risposta da parte dell’amministrazione. Ma non fermiamoci qui. Quale informazione è stata data? Un’informazione verbale, ovvero la relazione fatta da un tecnico nell’incontro pubblico del 4 marzo. Nessun documento progettuale è stato messo a disposizione, né dei cittadini convocati (l’incontro non ha avuto pubblicità, sono stati informati di esso solo i residenti o gli esercenti della piazza), né della cittadinanza in generale. L’informazione c’è stata, ma è stata solo verbale e “costretta” nei tempi (e nelle modalità) di una riunione pubblica. Delle osservazioni che i cittadini hanno avanzato in quella sede può darsi che qualcuna sia stata recepita dall’amministrazione ed abbia anche contribuito a modificare il progetto. Ma certamente l’amministrazione non si è sentita in dovere di giustificare ai propri cittadini perché alcune osservazioni o richieste di modifica erano accolte e perché invece altre non lo erano. In ogni caso non c’è alcuna comunicazione scritta in merito a ciò. Una (molto) parziale risposta ai quesiti posti dalla petizione è poi giunta nel giugno 2008, ma il cantiere era già avviato da marzo! Quando il sindaco Roberto Adani parla di informazione e partecipazione dei cittadini intende questo. Ovvero la partecipazione garantita dalla presenza ad una serata (due ore?) di presentazione del progetto e l’informazione esclusivamente verbale – e faticosamente “estorta” dai cittadini del comitato settimana dopo settimana. Di quel progetto – come di tutti gli altri interventi di riqualificazione – non si trova traccia nel sito web del Comune di Vignola. Non che fossero mancate le idee per farla, questa informazione. L’assessore Francesco Galli aveva realizzato nel 2006 un CD-Rom con il programma delle opere pubbliche del comune di Vignola. Questo materiale attendeva solo di essere trasformato in un sito web (molti comuni presentano tramite il web il piano degli investimenti ed il programma delle opere pubbliche). Tuttavia a fine 2006 l’assessore Daria Denti, ottenuta la delega ai lavori pubblici, ha cancellato questo programma di informazione via web (a testimonianza della forte volontà informativa alla cittadinanza!) che, dunque, non non ha più visto la luce. In conclusione la prassi dell’amministrazione può così essere riassunta. Informazione: poca e “tribolata” (a riprova: c’è forse qualcosa nel sito web del Comune sul progetto di riqualificazione di via Libertà?); partecipazione: prossima allo zero. Questo è lo stato delle cose che, purtroppo, non riguarda solo i “lavori pubblici”, ma anche la pianificazione territoriale, ovvero il PSC (vedi).

"Non il mio nome", iniziativa di difesa dei tigli di via Libertà (foto 18 luglio 2009)

"Non il mio nome", iniziativa di difesa dei tigli di via Libertà (foto 18 luglio 2009)

[2] Sulla trasformazione della città l’amministrazione comunale ha spesso dato l’impressione di avere un atteggiamento del tipo: “non disturbate il manovratore”. “I cittadini ci chiedono di decidere” – ha affermato in più occasioni il sindaco Roberto Adani. E usava aggiungere: “in tanti mi dicono: «altrimenti perché vi avremmo eletti?»”. Considerazione pertinente, che però è solo metà della storia. Perché, invece, altrettanti cittadini chiedono di poter dire la loro anche dopo aver eletto il sindaco e la maggioranza consiliare, ovvero chiedono di poter dire la loro anche in una democrazia rappresentativa. Ovvero non equiparano la rappresentanza ad una delega, come se in un regime democratico la partecipazione dovesse essere limitata al solo momento elettorale (quando si sceglie da chi essere governati). E’ vero che esiste una duratura teoria della democrazia – che ha probabilmente il suo esponente più forte in Joseph A.Schumpeter e che arriva sino a Giovanni Sartori – che dice che le moderne democrazie di massa si caratterizzano per il metodo di elezione dei governanti (tramite “la competizione che ha per oggetto il voto popolare”) e che la partecipazione del cittadino deve dunque limitarsi al momento elettorale. Una volta eletti, i “governanti” prenderanno le decisioni politiche sulla base della rappresentazione di ciò che massimizza le chances di rielezione – e questo è ritenuto sufficiente. Questa concezione si riflette in una visione del cittadino che è passivo tra elezione ed elezione e che si “riattiva” politicamente solo in occasione del momento elettorale. Cittadini che “devono capire che, dal momento in cui hanno eletto qualcuno, l’azione politica spetta a quest’ultimo, non più a loro” (Schumpeter). Questa descrizione è però adeguata solo a metà: non tutti i cittadini sono passivi, specie quando vengono toccati su “valori” per loro importanti (per stare all’oggi: ad esempio la salvaguardia del verde pubblico, il decoro della città, la sicurezza del proprio ambiente di vita, ecc.). Alcuni, inoltre, ritengono un valore la partecipazione in sé (ed è buona cosa!). Si tratta di comportamenti che traggono alimento da teorie della democrazia alternative (e concorrenti) a quella di Schumpeter & C. Nadia Urbinati, ad esempio, osserva che una “teoria democratica della rappresentanza (…) dovrebbe includere l’idea che i cittadini sovrani conservano un potere negativo che consente loro di vagliare, giudicare, influenzare e censurare i propri governanti non soltanto all’atto del voto.” (Urbinati N., Lo scettro senza il re. Partecipazione e rappresentanza nelle democrazie moderne, Donzelli, Roma, 2009, p.57). Questo “potere negativo” – articolato in “sorveglianza” (ad esempio vedi), “interdizione”, messa sotto giudizio del politico – è l’oggetto del bel libro di Pierre Rosanvallon, La politica nell’era della sfiducia, Città Aperta, Troina (EN), 2009. Ora è davvero singolare che gli amministratori del PD vignolese esibiscano una visione così striminzita della democrazia da non riuscire a cogliere il tema della messa a punto di strumenti e metodi – e di una conseguente prassi – della partecipazione dei cittadini alle decisioni più importanti della città! Di strumenti, metodi, prassi finalizzati a volgere “in positivo” quel potere negativo che i cittadini conservano anche in una democrazia rappresentativa. Questo è il tema! E non è un tema “astratto”. E’ invece un tema che, con una certa prepotenza, è stato messo in agenda per il governo di Vignola nella legislatura 2009-2014 dal risultato delle elezioni amministrative del giugno scorso! E’ chiaro che, se così stanno le cose, le proposte che ruotano attorno a webcam in consiglio comunale e simili risultano ampiamente sotto-misura rispetto alla sfida di trovare modalità innovative per coinvolgere i cittadini nel governo della città.

"Non il mio nome" iniziativa di difesa dei tigli di via Libertà (foto del 18 luglio 2009)

"Non il mio nome" iniziativa di difesa dei tigli di via Libertà (foto del 18 luglio 2009)

[3] Una amministrazione che ascolta i cittadini. Una amministrazione che li ascolta “più che in passato”. Questo sembra essere diventato uno dei principi guida per la legislatura che si apre. Si deve però osservare che il termine “ascoltare” ha un significato ambiguo. “Ti ascolto” può voler dire: faccio come dici. “Ti ascolto” può voler dire, però, anche “ti sto a sentire” (ma poi decido comunque io). La promessa di un maggiore ascolto dice dunque poco fino a quando non si chiarisce quale significato è inteso. Oltre a ciò si deve anche osservare che l’ascoltare può rimanere un fatto sostanzialmente “privato”: ogni soggetto viene ascoltato separatamente ed in tal modo le informazioni, le osservazioni, gli argomenti degli uni rimangono separati – e non “interagiscono” – con quelli degli altri. Il rischio è quello di una prassi paternalistica (e privatizzata) dell’ascolto. Oltre a questa pratica – assai poco innovativa, in realtà – ve ne sono altre che possono essere messe in campo. Ciò di cui abbiamo bisogno non è solo di “più ascolto”, ma è piuttosto di procedure più trasparenti e più partecipate di formazione della volontà. Si muove in questa direzione, ad esempio, la deliberazione legislativa n.91/2009 “Governo e riqualificazione solidale del territorio” approvata dall’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna il 30 giugno scorso. L’art.1 di tale legge recita: “La Regione favorisce le iniziative che a livello locale promuovono la partecipazione dei cittadini alla definizione degli obiettivi della riqualificazione urbana attraverso l’istituzione di processi partecipativi o di laboratori di urbanistica partecipata e incentiva il ricorso da parte dei Comuni a procedure concorsuali che consentano la scelta del progetto che meglio corrisponde agli obiettivi di qualità attesi.” Il Consiglio Comunale è chiamato, su proposta della giunta, ad individuare “le modalità di svolgimento dei processi partecipativi dei cittadini interessati dalle successive fasi di elaborazione e approvazione del programma di riqualificazione urbana” (art.2). Tali “processi partecipativi” sono svolti “con particolare attenzione al coinvolgimento dei cittadini che risiedono o operano nell’ambito da riqualificare ovvero negli ambiti interessati dagli effetti della riqualificazione”. Particolare attenzione, recita la delibera; non dunque “esclusiva”. Il che significa che ogni cittadino deve avere la possibilità di partecipare, anche nel caso non sia residente od esercente nell’area. La deliberazione legislativa supera dunque le ambiguità della semantica dell’ascoltare. Ciò che è richiesto alle amministrazioni – seppure a titolo volontaristico (non c’è obbligo) è piuttosto di definire caratteristiche e modalità di tali “processi partecipativi”. I tratti essenziali di una tale pratica non possono che essere i seguenti:
•    messa a disposizione del progetto e di tutte le informazioni tecniche necessarie per valutare le diverse opzioni progettuali, i pro ed i contro di ciascuna, le ricadute a breve ed a lungo termine;
•    un tempo congruo affinché i cittadini possano “mobilitare” competenze ed expertise ed in tal modo abbiano la possibilità di verificare le soluzioni proposte dai progettisti ed approfondire gli elementi di incertezza o ritenuti controversi;
•    completa pubblicità (non solo trasparenza!) degli argomenti e dei controargomenti che i diversi attori mettono in campo in merito al progetto e dunque possibilità di acquisire, per ogni osservazione avanzata dai cittadini, una risposta scritta da parte dell’amministrazione;
E’ evidente che qui non si tratta più di “ascolto”, ma di processi di empowerment, ovvero di procedure che assegnano una certa dose di “potere” (seppure in merito alla istruttoria del progetto ed alla formazione dell’orientamento circa le soluzioni progettuali sulle tematiche più importanti) ai cittadini.

L'ex-mercato ortofrutticolo: sarà oggetto di progettazione partecipata?

L'ex-mercato ortofrutticolo: sarà oggetto di progettazione partecipata?

[4] Occorre considerare, con grande trasparenza, che la partecipazione dei cittadini ai processi di riqualificazione urbana non significa automaticamente un miglioramento dei progetti – qualsiasi cosa si intenda con tale espressione. La potenzialità di progetti di più alta qualità – nel senso di maggiormente rispondenti alle esigenze della “collettività” – è indubbiamente offerta da processi partecipativi. Come quando, ad esempio, un edificio pubblico (es. una scuola) viene progettato con la partecipazione degli utenti (ovvero tenendo in considerazione le loro osservazioni). Ma perché questa potenzialità si traduca in un risultato effettivo occorre che vengano soddisfatti requisiti non banali. Ma non è tema, questo, che possa essere trattato in questa sede. E’ in ogni caso certamente vero che una prassi partecipativa alla progettazione degli interventi di riqualificazione urbana risulta maggiormente coerente con un’idea di cittadinanza che intende se stessa come qualcosa che non si limita a manifestarsi nel solo momento elettorale, ma piuttosto che si esercita nelle routines quotidiane del vivere comune. Pratiche partecipative, se bene impostate, potrebbero avere un effetto non trascurabile sulla consapevolezza dei vincoli dell’amministrare questa città e sulla formazione di un più solido senso civico. Aiuterebbero a far crescere una nuova cultura della città e del come intervenire per dare agli spazi urbani quelle caratteristiche che aiutano a “produrre” più qualità della vita. Forse non è poco.

Sul radicamento delle pratiche partecipative nella teoria della democrazia (non strimizita) segnalo due articoli di Nadia Urbinati. Su la Repubblica del 20 agosto 2008 il tema è l’importanza del dissenso nelle società libere (vedi). Su la Repubblica del 31 ottobre 2008, invece, il tema è la legittimità di forme di “contro-potere”, protesta e “bloccaggio” (vedi). Di Pierre Rosanvallon si veda un articolo su Il Giornale del 9 giugno 2006 (vedi) ed un’intervista da la Repubblica del 15 dicembre 2008 (vedi).

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2 Responses to Facciamo partecipare i cittadini alla progettazione della città!

  1. Monica Maisani ha detto:

    Vorrei aggiungere qualche elemento alle sempre interessanti riflessioni di Andrea, facendo presente che il fenomeno delle liste civiche , così dirompente in queste ultime elezioni sul nostro territorio(e non mi riferisco solo a Vignola) sono proprio la prova che i cittadini hanno bisogno di riappropriarsi della loro capacità di decidere sull’uso e sulla tutela dei beni comuni ( in fondo nei tempi passati non si faceva così?). I motivi sono molti: sfiducia nella delega in bianco, come già evidenziato, ma anche maggiore autonomia dai partiti tradizionali di massa che una volta fungevano da ” attrattore politico ” e che ora sono scomparsi (?), desiderio di contare di più , di essere informati e di poter decidere sul proprio futuro e su quello dei propri figli su temi importanti e strategici per il territorio( mi riferisco per esempio al tema delle cave, della Sipe, del consumo di suolo ecc..). Non mi sembra che questo fenomeno sia stato adeguatamente esaminato e compreso. L’esperienza del ballottaggio a Vignola ne è una prova, passato lo spavento non si discute più di rappresentanza politica a sinistra.
    Quanto all’informazione e alla partecipazione aggiungo alcune riflessioni.
    Informazione: sarebbe necessaria non solo sui progetti, ma anche sui loro costi ( economici e ambientali), sull’uso del denaro pubblico in generale ( mi riferisco alle c.d. “esternalizzazioni”, al fenomeno dello”spin off” ..) e del patrimonio comune ( a quando la relazione in Consiglio Comunale dell’Amministratore Unico della Vignola Patrimonio S.r.l.? Cosa ne sanno i cittadini del Bilancio, del Programma Triennale delle opere pubbliche e del Piano delle alienazioni?).
    Partecipazione: sono d’accordo sui laboratori di progettazione partecipata per i parchi pubblici e per i cortili e giardini scolastici , per i c.d. progetti di ” riqualificazione urbana”, ma anche sull’uso e sulla ripartizione delle risorse come ad esempio nella costruzione del bilancio comunale ( c.d. ” bilancio partecipato”)o nelle scelte strategiche di pianificazione territoriale ed ambientale: piano energetico comunale, piano di gestione dei rifiuti, piano strutturale comunale.
    Uso del suolo, energia, rifiuti,utliizzo dei beni comuni: questi sono i temi su cui occorre conoscenza,informazione/ formazione e partecipazione.
    La pratica democratica è complessa e faticosa, ma solo così potremo dire di aver contribuito al benessere della comunità.Un consiglio alle Amministrazioni e ai partiti : è bene affrontare questi temi al più presto: qualcosa e cambiato!

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Già, Monica ha ragione. Il rischio è quello di un crollo verticale di attenzione al tema della partecipazione e del coinvolgimento. Ribadisco che è fonte di grande sconforto vedere che manca l’attenzione su queste tematiche, a livello locale (ma non solo), proprio da parte del PD. Chi pensa il contrario vada a rileggersi il programma di legislatura: risulta evidente che manca un pensiero strategico in proposito … E’ bene dunque insistere. Riprendo ancora Nadia Urbinati (p.124): “Il diritto dei cittadini di godere di un’eguale opportunità di determinare la volontà politica con il VOTO dovrebbe essere accompagnato da quello di avere un’opportunità non aleatoria di formarsi e far sentire le proprie idee e infine controllare chi opera nelle istituzioni.
    Questo spostamento di attenzione dall’autorizzazione elettorale alle forme indirette di partecipazione ha come scopo pratico quello di invitare i legislatori e i cittadini a raffinare la loro immaginazione istituzionale per dotarsi di nuovi mezzi legali e costituzionali, capaci di migliorare la funzione di trasparenza e di controllo su quel sistema intricato che è il giudizio: di rendere fattiva l’interdipendenza tra eletti e cittadini; (…) di tutelare l’indipendenza dei sistemi pubblici di informazione dal potere delle maggioranze politiche; di tutelare il pluralismo delle fonti di informazione dal monopolio privato.” Tutte cose che valgono per l’ambito nazionale (è evidente che Nadia Urbinati, scrivendo, pensa a quello), ma anche per l’ambito locale.

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