Meno marketing, più democrazia! Per un’idea forte di democrazia locale

La breve anticipazione di un saggio di Giuliano Amato sul tema della “democrazia deliberativa”, apparso su la Repubblica di ieri, 29 maggio (vedi), capita a fagiolo. Esso presenta in modo chiaro una posizione che è emersa, oramai da più di un decennio, nella teoria politica e della democrazia e che oggi, dopo essere fiorita soprattutto negli USA e nel resto d’Europa, si diffonde anche in Italia – ad esempio tramite i lavori di Nadia Urbinati (vedi). A chiunque voglia leggersi l’articoletto di Amato e mettere a confronto quella prospettiva con le proposte contenute nel programma di coalizione che sostiene Daria Denti risulta evidente il profondo scarto esistente. Che vorrei riassumere così: a livello locale né il PD, né le altre forze della coalizione hanno una concezione organica di che cosa significhi sviluppo o rinnovo della democrazia locale. Le proposte che sono state inserite nel programma mancano infatti di organicità, banalizzano il problema e non danno l’idea di una visione avanzata (e consapevole). Non si coglie un pensiero che dimostri di aver appreso dall’esperienza fatta in questi anni. Non si coglie un disegno compiuto di rafforzamento delle istituzioni rappresentative e di loro integrazione tramite nuovi istituti partecipativi. E’ dunque evidente che l’affastellamento di più proposte senza un disegno coerente serve essenzialmente per riempire un buco (con scarsa convinzione, però) e per provare a tamponare l’insoddisfazione crescente montata in questi ultimi anni dell’amministrazione Adani. Proviamo a vedere.

Una originale forma di marketing (macelleria in centro a Faenza)

Una originale forma di marketing (macelleria in centro a Faenza)

[1] Parlare di democrazia deliberativa significa mettere in risalto il processo di formazione delle opinioni che precede il momento della decisione, il momento del voto. In particolare significa rafforzare il confronto pubblico delle posizioni, il confronto degli argomenti, per la formazione delle opinioni, dunque della volontà politica. Afferma Amato: “quando si chiede una fase deliberativa si chiede in sostanza che si discuta, che si confrontino le opinioni, che si renda possibile che l’opinione dell’uno influenzi quella dell’altro in modo che alla fine si possa poi raggiungere una conclusione che tiene conto di tutte le opinioni”. Non significa necessariamente che gli organi della democrazia rappresentativa (es. un consiglio comunale) si spoglino dei loro poteri e li consegnino ai cittadini – ad esempio tramite gli strumenti della democrazia diretta (es. il referendum). Il rapporto tra momento “deliberativo” e momento della decisione, mantenuto agli organi rappresentativi, è più complesso. Esso si basa piuttosto sull’idea che gli organi rappresentativi siano davvero permeabili ai buoni argomenti prodotti dalla discussione nella sfera pubblica. O meglio. Si basa sull’assunto che gli organi rappresentativi non possano ignorare per intero gli argomenti prodotti dal confronto tra i cittadini, anche quando questi argomenti vanno contro agli orientamenti che l’amministrazione stava assumendo. Non voglio però dare l’idea di essere un idealista. Non voglio dire che le decisioni amministrative sono prese solo sulla base di buoni argomenti – e non anche, invece, sulla base di solidi interessi. Sto però dicendo che il sistema politico locale non può ignorare (completamente) argomenti solidi che eventualmente emergano dal dibattito pubblico. Ed è per questo che un dibattito pubblico fatto come si deve accresce le chances di prendere buone decisioni. Ed è soprattutto un dibattito pubblico in cui si confrontano posizioni diverse quello in cui, aiutando a mettere in luce i diversi punti di vista implicati nella decisione, è più probabile prendere decisioni più ponderate. Ma se le cose stanno così, ciò di cui c’è bisogno per rafforzare la democrazia locale è qualcosa che consenta di far emergere con maggiore chiarezza la pluralità delle voci, dei punti di vista e delle opinioni. E poi di qualcosa che riesca a guidare queste diverse voci ed opinioni verso un punto di (relativa) sintesi, verso un consenso sufficientemente ampio (od un dissenso alquanto contenuto). Ad esempio una modalità trasparente di aggregazione delle opinioni, di reciproco apprendimento o, quando non possibile, di equo compromesso.
Purtroppo la prassi dell’amministrazione comunale è troppo spesso quella di decidere (secondo modalità che di fatto risultano poco trasparenti) e di mettere i cittadini di fronte al fatto compiuto.  Pensiamo alla tortuosa discussione sull’area commerciale presso l’area Sipe. Oppure alla sotterranea e limitatissima discussione sul documento che avvia il nuovo processo di pianificazione territoriale (il Documento preliminare del PSC) (vedi).

Una democrazia locale più forte ... tiene corto il naso!

Una democrazia locale più forte ... tiene corto il naso!

[2] Rafforzare la democrazia locale, introdurre più democrazia deliberativa, pur conservandone il carattere rappresentativo, può essere fatto operando in quattro direzioni:
[2.1] Più informazione e trasparenza. I documenti dei principali processi di pianificazione vanno messi a disposizione in tempo reale anche ai cittadini, appunto come documenti preparatori, preliminari. L’informazione serve infatti soprattutto quando si deve formare la volontà, ovvero quando i margini per influenzare il processo decisionale sono più ampi. Un processo trasparente è un processo che consente di comprendere i diversi “contributi” che vi sono stati apportati e come questi hanno influito (o non influito) sulla decisione stessa. Bisogna anche riflettere sul concetto di trasparenza quando la mole di informazioni messe a disposizione è particolarmente elevata. Non si può pensare di ritenersi assolti dagli obblighi di trasparenza mettendo a disposizione, es. via web, un documento che tra “principale” ed allegati supera le 1.000 pagine (è l’esperienza del PSC). Questa è un’altra forma di opacità. Trasparenza significa dunque rappresentare in modo chiaro (e sintetico) la posta in gioco, i nodi di maggiore rilievo.
[2.2] Rafforzamento del potere di controllo. Ad esempio rispetto rigoroso dei tempi di risposta alle interrogazione dei consiglieri comunali (per legge: max 30 giorni), magari a fronte di un “patto politico” per evitare che l’amministrazione ne sia inondata. Rispetto rigoroso dei tempi di risposta alle istanze dei cittadini! Pubblicità delle une (le interrogazioni) e delle altre (le istanze) e delle relative risposte, ad esempio tramite il sito web comunale.
[2.3] Più confronto pubblico (deliberazione). Sulle decisioni importanti per il futuro della città occorre attivare processi deliberativi. Ovvero processi allargati di confronto, di discussione. Sul PSC questo sarà fondamentale. Lo potrebbe anche essere sul “piano delle opere” della legislatura, tramite un percorso articolato quartiere per quartiere (vedi). Un Consiglio Comunale che voglia provare a riacquistare centralità non ha da fare lo sportello delle istanze del cittadino (un ulteriore livello, un ulteriore elemento di complicatezza, in genere inefficace). Ha invece da avviare percorsi deliberativi strutturati sui temi importanti della programmazione annuale o pluriennale  (es. politiche per gli stranieri, politiche per i giovani, PSC, ecc.). Tali percorsi hanno un nome: istruttoria pubblica (vedi). Sono da anni operanti presso il Comune di Bologna ed il Comune di Modena (e se non fosse stato per il voto contrario del consigliere di opposizione Ceci Leonardo li avremmo anche a Vignola!).
[2.4] Una seria rendicontazione (non autoreferenziale). Una democrazia locale più forte è una democrazia dove periodicamente gli amministratori sono chiamati a rendere conto. Nel programma elettorale di Daria Denti si prende l’impegno che “il bilancio a consuntivo venga redatto tenendo conto degli strumenti di rendicontazione sociale”. Bontà sua! Solo poche settimane fa, infatti, lo Statuto del Comune di Vignola è stato modificato con l’introduzione dell’obbligo del Bilancio di Missione (vedi)! Bisogna però intendersi. Bisogna evitare la proliferazione di “bilanci di mandato” del tipo di “Dieci” di Roberto Adani! Quello è infatti puro marketing! E non c’entra con la rendicontazione vera. E’ bene che la rendicontazione sia fatta “in contraddittorio”. Per evitare che ogni amministratore “se la canti” (e soprattutto la “canti” ai cittadini).

Il migliore antidoto al cattivo marketing della politica: il cittadino sveglio (vignetta di Altan, la Repubblica, 30 agosto 2007)

Il migliore antidoto al cattivo marketing della politica: il cittadino sveglio (vignetta di Altan, la Repubblica, 30 agosto 2007)

[3] Chi si prende la briga di leggersi il programma elettorale di Daria Denti, alla pagina 23, vedrà che manca proprio questo tipo di riflessione a supporto di proposte che appaiono dunque slegate, spezzettate, estemporanee. Si pensa a trovate folkloristiche come mettere una webcam in consiglio comunale, dimostrando così di non aver inteso alcune cose fondamentali. In primo luogo che è assai di più quello che non passa in consiglio comunale, ma che poi si traduce in decisioni pesanti. Quasi mai il consiglio comunale è il luogo delle decisioni vere. Queste vengono prese a monte. Vengono prese altrove. E’ dunque più importante quello che non si dice in consiglio comunale, che quello che lì si dice. E così via.
[4] Vorrei però anche aggiungere una considerazione sul tema della credibilità. A volte ho come l’impressione che qualcuno provi a raccontarmi che domani questo paese sarà completamente diverso da quello che è oggi. Che domani sarà un paradiso (della democrazia). Io credo poco nei miracoli e chiedo dimostrazione delle cose fatte in passato come prova di credibilità. Cambiare prassi, cambiare cultura politica non è come bere un bicchiere d’acqua. Se fino ad oggi sindaco Adani ed assessore Denti impiegano più di 900 giorni per rispondere ad una interrogazione di un consigliere comunale, mentre la legge (ribadisco: la legge) prevede un termine massimo di 30 giorni, io faccio fatica a pensare ad una fulminazione democratica sulla via di Tavernelle! Se l’amministrazione comunale impiega 5 anni per ripristinare le bacheche – voce delle forze politiche (e soprattutto delle forze politiche che dissentono) – io faccio fatica a cogliere l’afflato democratico! Se per 5 anni il sito web del Comune di Vignola ha svolto la funzione di bacheca informativa sulle sagre paesane, ma non ha mai (dico mai!) presentato, reso accessibile, reso comprensibile nessuno degli atti fondamentali dell’amministrazione (dal bilancio annuale al piano delle opere, dal PUT al PSC, ecc.) io faccio fatica a cogliere l’impegno, lo sforzo per dare più informazioni (e dunque avere cittadini più consapevoli – dunque anche potenzialmente più critici). Se il sindaco Adani racconta che il suo “bilancio di mandato” è costato solo 26.000 euro (ed intanto mette così a tacere chi lo accusa di spendere denaro pubblico per una campagna di marketing elettorale) e poi si scopre (solo insistendo, insistendo, insistendo) che la spesa è stata di 40.000 euro, io non mi ritrovo in questo concetto di trasparenza. Per tutto questo colgo davvero con favore il programma “meno marketing, più democrazia!”

PS Già negli ultimi anni il tema “più trasparenza, più democrazia locale” si è intrecciato con il tema della governance, ovvero del “governo” di servizi e funzioni “esternalizzate” (vedi). In alcuni casi affidate ad aziende od enti “controllate” almeno politicamente (es. ASP, Unione, società patrimoniale); in altri casi ad aziende od enti partecipate con quote di minoranza (Hera, ATCM, Strada dei vini e dei sapori); in altri casi ancora ad enti con cui si collabora “funzionalmente” (es. FER). E’ chiaro che questa situazione deve portare a ridisegnare i meccanismi di indirizzo e di controllo, deve cioè introdurre un nuovo e più forte livello di trasparenza (e di rendicontazione). Anche su questo un partito vero come il PD avrebbe dovuto scrivere qualcosa nel programma elettorale.  Un’altra occasione mancata!

PPS Un articolo interessante di Nadia Urbinati su libertà d’informazione, formazione dell’opinione pubblica e funzionamento delle istituzioni democratiche, da la Repubblica del 23 aprile 2009 (vedi).

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