Il cortocircuito. Un articolo di Giuseppe Sciortino su clandestini, politica, sistema giudiziario

Al tribunale di Bologna arrivano gli ispettori, per comprendere come sia stato possibile che uno straniero con la fedina penale piuttosto macchiata non sia stato allontanato dal nostro Paese. Gli ispettori faranno il loro lavoro, che speriamo scrupoloso. Ma potrà difficilmente essere sufficiente. Di fronte a una ragazzina stuprata selvaggiamente da un uomo che non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, che almeno ci venga risparmiata la solita solfa del conflitto magistratura- politica. Per rispetto verso la vittima, è forse il caso di ammettere alcune scomode, ma assai banali, verità. In primo luogo si tratta di un reato odioso. La nazionalità dello stupratore è secondaria: è uno stupratore e basta. Sono proprio gli immigrati ad avere particolarmente bisogno di una politica della sicurezza minimamente decente e sono le donne straniere ad essere particolarmente esposte ai rischi di violenza. Non ha senso trasformare un conflitto tra lupi ed agnelli in uno scontro tra agnelli di diversa nazionalità. In secondo luogo, a prescindere dalle responsabilità individuali (che dovranno eventualmente accertate gli ispettori), chiunque conosca la situazione della giustizia italiana sa che questi eventi non sono spiegabili in termini di singoli errori umani. Quando si giunge al punto che è l’imputato a dover rivelare al giudice le condanne ricevute, il rischio della commedia degli equivoci è continuo. Col piccolo problema che le conseguenze non fanno affatto ridere. E’ l’epifania di un sistema investigativo e giudiziario al collasso. Le cause del collasso sono chiare: il combinato disposto di una classe politica che scarica a ritmi alluvionali nuove leggi e vincoli sul sistema giudiziario, e della chiusura a riccio di quest’ultimo nella protezione a prescindere del proprio malfunzionamento. Quando vediamo i politici fare la faccia feroce, ricordiamoci che sono gli stessi che non rendono possibile neanche la riparazione delle vetture della polizia e delle fotocopiatrici nei tribunali. L’annuncio di una nuova legge fa andare in tv, mentre riformare l’amministrazione che deve metterle in pratica è un lavoro faticoso. I politici lo evitano e continuano a moltiplicare miriadi di norme inapplicate. Ma, come dimostrato da quest’ultimo episodio, questo non assolve prefetture e ordine giudiziario. La disorganizzazione della macchina è ormai proverbiale, e l’inseguimento esasperato delle forme giuridiche produce danni al diritto almeno quanto la faciloneria. Forse è il caso che la magistratura ricordi la lezione degli strateghi: è proprio quando si è sotto attacco che diventa indispensabile mettere finalmente ordine in casa propria.

Giuseppe Sciortino

(Il Corriere di Bologna, 20 febbraio 2009)

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