Il deserto della politica. Una seduta del Consiglio dell’Unione

Mercoledì 11 febbraio 2009, ore 21, Consiglio dell’Unione Terre di Castelli. All’ordine del giorno, tra le altre cose, anche la modifica dello statuto dell’Unione e l’approvazione del bilancio di previsione 2009. Tre riflessioni a partire da altrettanti micro-episodi per gettare luce sulla politica locale e lo “svuotamento di significato” delle istituzioni “rappresentative”.
[1] La legge regionale n.10 del 30 giugno 2008, Misure per il riordino territoriale, l’autoriforma dell’amministrazione e la razionalizzazione, dispone, all’art.14, comma 4, che la giunta delle Unioni di comuni sia composta esclusivamente da sindaci. Questa misura nasce sulla spinta della pressione, autoimpostasi dal Governo Prodi sin dal 2006, per una riduzione dei “costi della politica”. In realtà l’efficacia pratica della norma, nel contesto dell’Unione Terre di Castelli, risulta pari a zero. Nell’Unione, infatti, è vero che l’attuale giunta è composta dai 5 sindaci e da 5 assessori, ma questi ultimi sono già “a costo zero”, visto che non beneficiano di alcuna indennità aggiuntiva rispetto a quella di (eventuali) assessori comunali. E qui, spiace dirlo, si misura la distanza tra norme demagogiche e norme efficaci. Ma tant’è, oggi la legge regionale impone una modifica dello Statuto, l’approvazione della quale richiede o una maggioranza qualificata (i due terzi dei consiglieri) oppure una doppia votazione a maggioranza semplice intervenuta entro trenta giorni. In effetti la modifica dello statuto è approvata, la prima volta, a maggioranza semplice nella seduta del 28 gennaio. In quell’occasione il Presidente Roberto Adani afferma l’intenzione di addivenire ad un accordo anche con le opposizioni (che nella seduta del 28 gennaio votarono contro la delibera, pur trattandosi del mero recepimento di quanto disposto dalla legge regionale). Epperò si arriva all’11 febbraio senza aver affrontato il tema, con le opposizioni che per approvare la modifica allo Statuto chiedono che vengano soddisfatte alcune loro richieste: la concessione di un dipendente dell’Unione che svolga, per le minoranze, una funzione di segreteria (richiesta non accoglibile!) e la possibilità di comunicare ai cittadini tramite il TG d’area di TRC (sino ad ora riservato solo agli amministratori dell’Unione) – richiesta invece legittima ed accoglibile. La seduta (dell’11 febbraio) viene temporaneamente sospesa prima di porre in discussione il punto. Il presidente Adani procede a “negoziare” con i capigruppo dell’opposizione – ritenendo preferibile che una modifica dello Statuto (una sorta di “costituzione” dell’Unione) non venga approvata solo con i voti della maggioranza. Tuttavia la trattativa assume la forma di una “negoziazione” tra parti private, senza possibilità di contraddittorio ed argomentazione per tutti gli altri consiglieri. Le opposizioni ottengono la promessa della concessione di un budget per l’attività dei gruppi consiliari (anche di minoranza) e della possibilità di avere voce nei TG d’area su TRC. Le modifiche allo Statuto vengono approvate (anche con il voto favorevole di alcuni consiglieri di opposizione), ma con un metodo che richiama l’idea della negoziazione tra interessi privati, piuttosto che di una considerazione pubblicamente accessibile delle norme di (buon) funzionamento del Consiglio e del ruolo, in esso, delle minoranze. Invece di una considerazione del ruolo, pubblicamente riconoscibile, delle opposizioni e del loro compito di “controllo”, la prassi adottata richiama l’idea di una negoziazione tra interessi privati. Difficile che, in questo modo, lo Statuto possa essere riconosciuto (tendenzialmente da tutti) come il quadro delle norme principali che disciplina il funzionamento dell’ente Unione e dei suoi organi. Un “cinismo” istituzionale inevitabile?

Foto scattata presso il Parco dei Sassi di Roccamalatina

Foto scattata presso il Parco dei Sassi di Roccamalatina

[2] Per chi vuole capire cosa significhi ciò, arriva subito il secondo esempio. Un esempio che dovrebbe far riflettere tutti coloro che siedono nel Consiglio dell’Unione, sia che essi appartengano all’opposizione o alla maggioranza. All’ordine del giorno, infatti, c’era anche l’approvazione del Bilancio di previsione 2009. La legge richiede, al proposito, che il bilancio sia accompagnato da una “relazione programmatica”, ovvero un testo descrittivo dei programmi dell’amministrazione per l’anno di riferimento. Solo che il documento che sulla copertina riportava il titolo “Relazione previsionale programmatica triennio 2009-2011” non conteneva, in realtà, alcuna relazione, ma solo un insieme di schede contabili. Che cosa significa questo? Una cosa molto semplice, ovvero che il Consiglio viene chiamato ad approvare un documento contabile senza sapere a quali programmi – quali azioni, quali progetti – corrispondono le somme stanziate. Se così stanno le cose, come può il Consiglio esercitare quella funzione di indirizzo e controllo che la legge gli assegna? Pura finzione. Si palesa non solo il fatto che non è il Consiglio a fornire gli “indirizzi” alla Giunta (che il rapporto tra assemblee elettive ed organi esecutivi sia invertito, tanto a livello nazionale, quanto a livello locale, è cosa nota da tempo – e vi sono ragioni “strutturali” per ciò), ma anzi, risulta evidente, che il Consiglio non sa neppure a quali programmi, a quali azioni corrispondono le risorse stanziate! D’un solo colpo tanto la maggioranza, quanto la minoranza consiliare vengono spogliate della funzione che la legge assegna loro. Da tempo ho un nome per tutto ciò: “sciatteria istituzionale”. Nulla infatti impedisce che ogni anno, in occasione delle sedute di bilancio (previsione, consuntivo, ecc.), si possa fare una discussione seria dei programmi, a beneficio del Consiglio, delle forze sociali, dei cittadini. Ma per la Giunta è un passaggio superfluo, ed i gruppi consiliari, anche di maggioranza, sono troppo “deboli” per pretenderlo (per ragioni che varrebbe la pena comprendere – e correggere). Neppure la Presidenza del Consiglio sembra intendere o avere capacità di intervento.
[3] Con l’approvazione delle modifiche allo Statuto dell’Unione Terre di Castelli non ci si limita ad introdurre quelle variazioni alle norme toccate dai contenuti della nuova legge regionale (la composizione della Giunta dell’Unione). Viene infatti aggiunta – a fronte di un mio emendamento – una norma, un comma all’art.30 (Principi di amministrazione). L’emendamento introduce l’obbligo, per l’Unione, di redigere annualmente il Bilancio di Missione, in ottemperanza al principio della rendicontazione ai cittadini circa il proprio operato: “L’Unione adotta il Bilancio di Missione come documento annuale di rendicontazione della propria attività amministrativa e di verifica del raggiungimento degli obiettivi assunti in sede di Bilancio di previsione. Il Bilancio di Missione viene presentato al Consiglio dell’Unione ed alla cittadinanza contestualmente al Bilancio consuntivo.” Non vorrei sopravvalutare il significato di questa norma, ma nemmeno sottovalutarlo. Per la prima volta un ente locale in questo territorio si impegna a rendere conto ai cittadini (sul significato del tema: vedi). Dovrà dunque esserci un documento in cui l’Unione illustra come ha impiegato le risorse del proprio bilancio, quali servizi ha erogato (e relativi dati di attività, di performance), in che misura ha raggiunto gli obiettivi che si era prefissata. Insomma più trasparenza circa il rapporto tra programmi e risultati. Certo, bisognerà vigilare perché non si trasformi in un documento di puro marketing (in cui tutto va bene per definizione). Ma questo sarà il compito di domani (sia dei consiglieri di maggioranza che di opposizione). Confidiamo, ora, che con l’approvazione delle modifiche da parte dei cinque consigli comunali il principio del “rendere conto” venga fissato una volta per tutte (e magari si diffonda anche a livello comunale). Di questi tempi sarebbe comunque un risultato non irrilevante.

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