Formarsi un’opinione, scegliere un candidato. Riflessioni sulle primarie (anche vignolesi)

In una campagna elettorale che prende il via il 4 e termina il 25 gennaio, 21 giorni dopo, la questione del come gli elettori, i cittadini che partecipano, si formano un’opinione dei due candidati e giungono quindi a votare per l’uno o per l’altro non può essere trascurata. E’ una questione che dovrebbe stare a cuore a tutti, ma soprattutto al Partito democratico, il partito (l’unico!) che ha adottato le primarie come “dispositivo” per la selezione dei candidati alla carica di sindaco (come recita l’art.18 dello Statuto del PD: “vengono in ogni caso selezionati con il metodo delle primarie i candidati alla carica di Sindaco …”). Ed in effetti è bene che a questa prima esperienza di primarie locali il Partito Democratico si interroghi sulla loro “efficacia”, ovvero sulla capacità delle primarie di scegliere davvero il candidato “più forte”, intendendo con questa espressione sia “più capace” di amministrare, sia maggiormente in grado di ottenere il massimo del consenso nella successiva competizione elettorale (quella vera)! Non è scontato che le primarie producano questo risultato. Ed anche i sostenitori convinti delle primarie (come me) fanno bene a considerarle non un “feticcio”, non un “mito”, ma qualcosa da osservare con grande attenzione, qualcosa da leggere anche criticamente. Dobbiamo riconoscere, infatti, che non basta dire “primarie” per aver risolto ogni problema – per così dire. Ci sono primarie e primarie. E le modalità con cui vengono organizzate, i “dettagli” che le caratterizzano, finiscono con il distinguere primarie che funzionano (e sono efficaci), da primarie che non funzionano (o funzionano male). Ho già citato (vedi) il caso delle primarie bolognesi del 1999 – primarie di coalizione, ma non proprio “primarie vere” – che portarono alla “sconfitta inattesa” (questo il titolo del libro che analizza il caso bolognese, scritto da Baldini, Corbetta e Vassallo).

azevedo_fi_ott2008Che cosa possiamo dire sull’efficacia delle primarie (o delle primarie “efficaci”)? Almeno due cose. Due cose che, perché le primarie siano efficaci, bisogna riuscire a tenere insieme. La prima riguarda la “composizione” degli elettori, il loro mix. Bisogna cioè che il “voto di appartenenza” non risulti preponderante rispetto al “voto di opinione”, per usare le note categorie elaborate da A.Parisi e G.Pasquino. Per intenderci: il “voto di appartenenza” è il voto motivato da un legame sociale (es. “ci conosciamo da tanto tempo”, “abbiamo lavorato insieme in questi anni”, “apparteniamo allo stesso gruppo”, “stessa corrente” ecc.); il “voto di opinione” è invece motivato principalmente da un giudizio sul candidato. E’ evidente che quando il “voto di appartenenza” risulta preponderante rispetto al “voto di opinione” ad essere premiata non è la capacità, il talento, il merito (da intendersi “politicamente”). In questo caso vince semplicemente il candidato espressione del gruppo sociale, della corrente più consistente. Per minimizzare questo rischio occorre stimolare una partecipazione ampia, visto che più grande risulta il gruppo dei non-militanti che prende parte al voto, minore è l’influenza del “voto di appartenenza” (che non è di per sé negativo ed è un fenomeno in ogni caso ineliminabile; come abbiamo provato ad argomentare è piuttosto una questione di giusto mix). Con la seconda questione introduciamo un secondo elemento di complessità, una seconda caratteristica che può fare la differenza in termini di “primarie efficaci”. E’ la questione della “qualità” del voto di opinione, ovvero della “solidità”, della “fondatezza” dell’opinione. Potremmo parlare di opinione informata o di opinione qualificata – intendendo un’opinione non volubile, ma basata su una discretamente approfondita conoscenza dei fatti (ovvero: i candidati, le loro caratteristiche umane, le loro passate esperienze, i risultati conseguiti, le loro capacità politiche ed amministrative, la loro capacità di visione e di costruzione del consenso). Non è un dato di fatto naturale l’esistenza di un elettorato di opinione con queste caratteristiche (od anche solo di una quota sufficientemente ampia, ancorché minoritaria, di elettorato di opinione “di qualità”). Un gruppo di cittadini-elettori in grado di valutare adeguatamente i candidati e di esercitare influenza su altri elettori, anche per via della competenza di giudizio loro riconosciuta. Chi vuole il buon funzionamento della democrazia deve lavorare per allargare questo gruppo (sempre minoritario) di cittadini: i cittadini bene informati (o discretamente informati), capaci di valutare caratteristiche e storie dei candidati (così come dei partiti, ecc.). E perché dei cittadini si formino un giudizio qualificato occorre offrire loro informazioni (chiare e precise) e farli interagire in discorsi pubblici, dare loro la possibilità di mettere a confronto argomenti e controargomenti. Per questo – ad esempio per valutare l’operato di un amministratore uscente – sarebbe importante aver predisposto degli strumenti sofisticati di rendicontazione (lo richiede, tra l’altro, anche lo Statuto del PD dell’Emilia-Romagna, art.20, comma 4; vedi). Per questo motivo insisto personalmente perché ogni ente pubblico, ogni istituzione pubblica (anche il Comune di Vignola) si doti di un “bilancio di missione” (o “sociale”, ecc.), in cui siano rappresentati i risultati conseguiti (e magari la perfomance di un comune sia posta a confronto con quella di altri dimensionalmente simili). Per questo insisto sull’importanza di contribuire a predisporre un ambiente ricco di informazioni (e di proposte di “interpretazione”). Ed oggi, anche grazie ad Internet, informazioni di questo tipo possono essere facilmente accessibili a tutti e possono diventare la base, in un esercizio non episodico, ma continuato nel tempo, di un’opinione qualificata, sufficientemente solida, sulla “qualità” di un amministratore, di un candidato, di un partito, ecc. Per inciso: anche questo blog vorrebbe contribuire a ciò! Senza un’analisi delle cose fatte o non fatte nel passato, senza una rendicontazione degli obiettivi raggiunti (o non raggiunti), senza una valutazione della complessità dei progetti realizzati, diventa troppo facile parlare solo del futuro, dei progetti che si faranno, degli impegni che si prendono per domani …

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