Bologna e i nuovi rischi sociali. Un articolo di Elisabetta Gualmini

Riporto un articolo di Elisabetta Gualmini, docente di Scienze dell’amministrazione all’Università di Bologna, apparso sul Corriere di Bologna di oggi, giovedì 8 gennaio 2009. Le considerazioni sulla crisi economica e la reazione degli enti locali (nel caso specifico il Comune di Bologna) ci danno l’idea di un territorio, quello emiliano, in cui le amministrazioni comunali, come avvenuto anche in passato, non si sottraggono di fronte a responsabilità nuove, anche a fronte di uno Stato che invece non interviene in modo incisivo per fronteggiare una delle crisi più gravi. Allo stesso tempo c’è però l’invito ad evitare il welfare “fai-da-te” (di un solo comune, foss’anche il Comune di Bologna), ad esempio rafforzando il coordinamento tra comuni e Provincia. Stesse considerazioni valgono anche per il nostro territorio (come ho cercato di evidenziare al termine di questo post)!

“E’ decisamente positivo che Bologna si stia mobilitando per promuovere iniziative a favore delle categorie più colpite dalla crisi economica. I tavoli con le parti sociali annunciati da Comune e Provincia, insieme all’appello senza precedenti del cardinale Caffarra ci danno il polso della gravità della questione lavoro in una città sinora poco abituata ad affrontare disoccupazione e povertà. Secondo i dati forniti dalla Cisl provinciale, sono circa 2.400 i lavoratori bolognesi coinvolti in procedure di cassa integrazione straordinaria oppure iscritti nelle liste di mobilità, i due ammortizzatori che nel nostro sistema di welfare funzionano di fatto come sostituti del licenziamento collettivo. A questi si aggiungono i destinatari della cassa integrazione ordinaria, aumentata in numero di ore del 50 per cento tra la fine del 2007 e la fine del 2008. In questo contesto diventa più probabile che le imprese non rinnovino i contratti ai lavoratori flessibili (interinali, collaboratori a progetto, impiegati a tempo determinato) per i quali peraltro non esiste nel nostro paese alcun tipo di sussidio. Le iniziative anti-crisi annunciate da Cofferati assumono dunque una rilevanza particolare, dalla riduzione delle rette di iscrizione e refezione ai nidi, al contenimento delle tariffe dei trasporti urbani, alla possibilità di coinvolgere Hera per l’alleggerimento delle bollette. Lo stesso si può dire per la formazione ad hoc ai cassintegrati e ai precari tramite l’azione dei centri per l’impiego, di cui dovrebbe farsi carico la Provincia.

vignetta_economiaVi sono però due rischi a cui fare attenzione. Il primo riguarda la gestione organizzativa di tali strumenti. Per essere efficaci le politiche per l’inclusione sociale necessitano della stretta collaborazione di tutti i soggetti coinvolti: il Comune e la Provincia per le misure di propria competenza, la Regione per l’allocazione dei fondi europei, i sindacati e le associazioni imprenditoriali per il contributo all’analisi dei fabbisogni formativi. Su questo punto, la separazione in casa dei tavoli di concertazione tra Comune e Provincia risulta fuori luogo. Il secondo rischio, collegato al primo, ha a che vedere con il tipo di dialogo sociale che le istituzioni locali intendono avviare. Bologna ha storicamente vantato una tradizione forte di concertazione sui temi strategici di sviluppo della città, uno degli ingredienti centrali del «modello emiliano». È tempo ora di rompere gli indugi e di allargare quanto più possibile il circuito della partecipazione ai soggetti che possono giocare un ruolo sia nel reperimento di risorse che nella progettazione di servizi e prestazioni aggiuntive (associazioni del non profit, di volontariato, organizzazioni diocesane, queste ultime ad esempio favorevoli all’ipotesi di una carta di credito prepagata per le famiglie in difficoltà). Solo così si darà un segnale visibile di coesione e impegno comune.”
Elisabetta Gualmini

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