“Non basta autorizzare il dissenso, dobbiamo pretenderlo”. Una ricetta anche per la politica?

“Trovate persone positive e fatele litigare”. Così è intitolato il capitolo relativo all’idea strampalata numero 5 del libro di Robert I.Sutton, Idee strampalate che funzionano. Come promuovere la creatività e l’innovazione nell’ambiente di lavoro, Elliot editore, Roma, 2008 (vedi). Sutton, professore di scienze dell’ingegneria gestionale all’Università di Stanford, ha raggiunto il successo con il libro precedente, dal titolo inequivocabilmente esplicito: Il metodo antistronzi. Come creare un ambiente di lavoro più civile e produttivo o sopravvivere se il tuo non lo è, Elliot, Roma, 2007 (vedi). Ecco l’incipit del capitolo 5, quello, appunto, sul “far litigare” (p.137): “Per fare innovazione c’è bisogno di «guerrieri sorridenti», persone positive, che sappiano qual è il modo giusto di discutere. Sempre di più, la ricerca evidenzia che lo scontro di idee è un elemento salutare, soprattutto nei gruppi e nelle organizzazioni che si occupano di lavoro creativo. Il conflitto continuo alimenta la competizione sullo sviluppo e la sperimentazione di idee nuove e la varianza delle conoscenze e dei punti di vista. Uno studio, ad esempio, rivela che quando i membri di un gruppo di lavoro si scontrano su idee in contraddizione tra di loro, ciò li spinge a integrare le proprie idee con quelle dell’avversario, a pretendere dagli altri una giustificazione razionale per le loro proposte e a contribuire con altre idee. Le soluzioni che ne risultano sono più omogenee, integrate e ben fondate.” Perché queste considerazioni, sviluppate per le imprese “creative” non dovrebbero essere adatte per la politica? E per le decisioni prese dalle istituzioni pubbliche? Fare “litigare”, dunque contrapporre, provocare il conflitto. Ma fare litigare “persone positive”, persone che vogliono dare un contributo a costruire (non a distruggere), persone “positive” anche perché hanno un atteggiamento mentale che le predispone ad apprendere dalle ragioni altrui (ovviamente quando c’è da apprendere). Perché i personaggi politici, troppe volte, sono  lontani da questo “modello”? Perché i processi di apprendimento sono inibiti dal riferirsi rigidamente a posizioni “di parte”? Invece sono convinto che è dal confronto, anche acceso, ma basato su argomenti, su “ragioni”, che nascono decisioni migliori. E’ dalla contrapposizione tra punti di vista diversi che emergono con maggiore chiarezza i punti di forza ed i punti di debolezza delle rispettive posizioni e dunque si apre lo spazio per l’apprendimento. Non è solo una dinamica interpersonale, ma anche sociale.

Graffiti urbani a Vignola

Graffiti urbani a Vignola

Quanto ci ha messo la sinistra (o il centrosinistra) ad elaborare una propria solida visione in tema di sicurezza, riconoscendo pienamente le ragioni dei cittadini che si sentono minacciati dalla crescente criminalità? Quanto ci ha messo la sinistra (o il centrosinistra) a riconoscere l’importanza dei temi ambientali e dunque a declinare in termini di “sostenibilità” ogni prospettiva di “sviluppo” economico? Quanto ci ha messo la sinistra (o il centrosinistra) a riconoscere l’importanza della famiglia per il benessere della società e delle politiche familiari quali strumento per impedire che questa importante “risorsa sociale” venga a consumarsi irrimediabilmente? Abbiamo bisogno di rompere definitivamente gli schemi ideologici – e questo il PD lo sta facendo. Abbiamo bisogno, specie in un partito pluralista (ed in una società plurale), di momenti di confronto e discussione più accesi ed intensi, certo con atteggiamento “positivo”, certo per giungere a prendere una decisione.

Oppure, su scala diversa, i fenomeni di conflitto, ad esempio il conflitto promosso da un comitato di cittadini, davvero non insegnano niente alla controparte, ovvero all’amministrazione (vedi)? Dunque tra persone “positive” che voglio apprendere, discutono alla ricerca degli argomenti migliori, sono consapevoli del fatto che alla fine debbono prendere una decisione. Ma se le cose stanno così, se lo “scontro di idee” è positivo (cosa che io credo), allora non varrebbe la pena di “istituzionalizzare” la figura del “bastian contrario”, dell’avvocato del diavolo e smetterla, invece, di praticare la deferenza, producendo aggregazioni di yes-men? Interrogativo paradossale, ma forse non troppo.

Graffiti urbani a Vignola

Graffiti urbani a Vignola

Per chi fa l’amministratore pubblico i conflitti sono all’ordine del giorno. Per questo ritengo di grande importanza la “dotazione” di intelligenza emotiva nell’affrontare (positivamente) quei cittadini che non condividono i progetti dell’amministrazione (vedi). E, proprio in riferimento al conflitto “urbano” relativo all’intervento di Villa Braglia dispiace fortemente vedere l’amministrazione comunale inadempiente. Inadempiente nel senso che ad una petizione presentata nel marzo 2008 non ha ancora fornito una (completa) risposta scritta, come previsto dalle norme comunali. Come segnalato dal comitato “La vera Vignola” sulla Gazzetta di Modena dell’1 novembre. Costa tanto?

2 Responses to “Non basta autorizzare il dissenso, dobbiamo pretenderlo”. Una ricetta anche per la politica?

  1. Maria Luisa ha detto:

    Arrivo qui per caso. E’ un bellissimo post; anche io credo nel confronto costruttivo, ma credo anche che sia quanto di più difficile da raggiungere e da gestire. Proprio in questi giorni, nella scuola in cui lavoro, un collega ha proposto che tutti si possa frequentare un corso per la gestione dei conflitti. Che si possa imparare a “litigare”? Certo in una politica etimologicamente intesa, come arte di governare una comunità, il bene comune potrebbe fare da punto di riferimento per evitare rigidi arroccamenti, ma sappiamo bene che (ancora) così non è. Quanto alle mancate risposte dell’amministrazione, preferisco sorvolare (da vignolese che ha avuto occasione di chiedere lumi in merito ad altre questioni). Buona serata.

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Sempre più spesso l’amministrazione comunale di Vignola è chiamata a prendere decisioni complesse, con alte componenti di incertezza, ed in cui l’efficacia dipende anche dal consenso di altri soggetti (è il tema della governance, già trattato in questo blog). Se si voglio accrescere le chances di prendere buone decisioni occorre aumentare il confronto tra punti di vista diversi, a volte anche contrapposti. Anzi, dovrebbe essere primario interesse dell’amministrazione quello di suscitare punti di vista diversi, quello di farli emergere e dare loro la parola. Per questo mi ha colpito il capitolo scritto da Robert Sutton. Per questo da tempo cerco di “animare”, certo in modo “positivo”, la dialettica tra consiglio e giunta (anche tra forze di maggioranza e giunta). Mantenere “in tensione” i processi decisionali, tenere alta la soglia del “confronto”, tenerla aperta ai soggetti esterni (anche critici) è fondamentale. Molte vicende, anche recenti, lo testimoniano (nel bene e nel male). Pensiamo alla vicenda dell’area SIPE. Non si tratta di alimentare la “litigiosità” politica. Ci mancherebbe altro. Ma dare spazio ai conflitti “naturali”, quelli che riflettono i punti di vista diversi all’interno di un partito o di una società. E cercare di giocarli in positivo, appunto per essere in grado di tenere in considerazione i diversi punti di vista, i diversi argomenti in campo. Ed in tal modo prendere decisioni migliori. Sono convinto che “si può fare”.

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