Primarie vere, primarie efficaci. A Bologna e altrove

Ore convulse dopo l’annuncio della non ricandidatura del sindaco di Bologna, Sergio Cofferati. Nel giro di poche ore si annunciano due candidati di rilievo per le primarie del PD di Bologna, previste per il 14 dicembre. Si tratta di Virginio Merola, assessore all’urbanistica nella giunta di Cofferati (vedi), e Flavio Delbono, ex-assessore comunale con Vitali ed attuale assessore al bilancio e vicepresidente della Regione Emilia-Romagna (vedi). Persone entrambe stimate e che hanno dimostrato grande capacità (Merola ha condotto in porto il primo PSC di Bologna). A cui se ne aggiungono altre. Con andamento altalenante (prima forse, poi no, quindi sì) nasce infatti anche la candidatura di Maurizio Cevenini, attuale presidente del Consiglio Provinciale (vedi). Ma c’é tempo fino al 17 novembre per raccogliere le firme ed avanzare una candidatura. Si tratta di avvenimenti che interrogano la capacità del PD di tenere fede all’idea guida della “competizione” per la leadership, competizione da condurre con il “dispositivo” delle primarie. Un passaggio tutt’altro che semplice per le tensioni che la competizione tra più candidati determina all’interno del partito. E che, anche per questo, merita una riflessione.
[1] “E’ necessario imboccare la via maestra: le primarie, primarie vere, è questo che vuole la gente” – questa l’unica presa di posizione significativa di Romano Prodi all’indomani del ritiro di Cofferati (Corriere della Sera, 11 ottobre 2008, p.15). Arturo Parisi che tenacemente si è speso per il cambiamento del modo di selezione dei vertici del nuovo partito ribadisce anch’egli: primarie vere “aperte a tutti i cittadini”. Ma anche Salvatore Caronna, segretario regionale del PD, annuncia: “primarie e nessuna scelta calata dall’alto” (vedi anche il comunicato sul sito del PD dell’Emilia-Romagna: vedi). E pure Salvatore Vassallo, docente di scienza della politica ed attuale parlamentare del PD, mente pensante sul rinnovamento della forma partito, afferma: “io dico che mai come in una situazione così, le primarie devono essere vere” (La Stampa, 11 ottobre 2008, p.15). Infine, questa è la posizione anche di Andrea De Maria, segretario provinciale del PD di Bologna: “Non ci sarà un candidato ufficiale del partito, degli organismi dirigenti. Non ci saranno caminetti che spartiscono poltrone. Chi vuole candidarsi lo fa. Chi prenderà più voti sarà candidato sindaco, e tutti gli altri saranno tenuti a sostenerlo. (…) saranno primarie con pari opportunità per tutti. Il PD non sposerà nessuno dei candidati. Invito gli iscritti-elettori a scegliere il candidato che riterranno migliore, senza logica di appartenenza. (…) Nessuno verrà forzato a ritirarsi. Non intendo imporre nessun nome con la logica del gruppo dirigente che decide. Non farò azioni che mettano in discussione la libera scelta degli elettori delle primarie” (Il Resto del Carlino – Bologna, 13 ottobre 2008, p.24). Primarie “vere”, dunque. Un uso linguistico che, in verità, tradisce il fatto che le primarie possano anche essere “non vere”. Distinzione forse sottile, ma che va ricordata e su cui conviene interrogarsi.

[2] Primarie senza un’indicazione “vincolante” dei vertici del PD, dunque? Interrogativo che va posto. Stando ai resoconti dei giornali la candidatura di Flavio Delbono avrebbe il sostegno di Vasco Errani, presidente della Regione, e di Salvatore Caronna, segretario regionale del PD. Un sostegno esplicito a Delbono è stato invece affermato pubblicamente da Cofferati stesso. Ora questo è un punto delicato: tenere assieme il fatto che “non ci sarà un candidato ufficiale del partito” con il fatto che, stando ai giornali, esponenti di rilievo del PD non solo bolognese sono già schierati con Delbono. E’ soprattutto problematico l’intervento del “livello regionale”, nelle istituzioni e nel partito – se risulterà confermato e non solo una “cattiva” interpretazione della stampa. Inevitabile che gli esponenti del PD di Bologna giungano a prendere posizione – anche se il segretario provinciale De Maria rinvia, per sé, questo momento: “I singoli dirigenti si esprimeranno, ma non le strutture organizzate. Io dirò la mia quando le candidature saranno state presentate”. Ma l’intervento dei livelli superiori è un intervento di cui non si vede l’opportunità, almeno nel caso di “primarie vere”. In ogni caso, converrà aspettare ancora qualche giorno per verificare le dichiarazioni pubbliche ed intendere, in questo modo, il grado di assimilazione della nuova cultura politica – una cultura che dovrebbe garantire competizione e autonomia come fatti “normali” della vita del partito, anche in passaggi delicati come questo.
[3] E’ bene, in ogni caso, non rinunciare ad interrogarsi sui punti di forza delle primarie ed anche sugli eventuali punti di debolezza. E’ bene, in altri termini, interrogarsi sulle condizioni che massimizzano l’efficacia delle primarie. Volendole fare (così infatti è scritto nello statuto del PD) è infatti opportuno farle al meglio. E’ un tema richiamato da Gianfranco Pasquino su l’Unità del 25 settembre (vedi). In sostanza, ricorda Pasquino, le primarie consentono (1) di mobilitare gli elettori: cittadini più coinvolti, messi in grado di “contare” nella scelta del candidato a sindaco, plausibilmente si impegneranno di più per far vincere il loro candidato; (2) ed anche di far conoscere meglio i candidati, le loro caratteristiche, i loro programmi. Per questo motivo è bene che impegnino i candidati in un percorso “vero”, confrontandosi con temi diversi ed in un arco temporale sufficientemente ampio, così da poter approfondire la conoscenza delle loro qualità, le idee, il carattere, ecc. Da questo punto di vista le primarie possono fungere da “test” della capacità di affrontare questioni complesse e di offrire visioni del futuro della città più o meno in sintonia con i desideri degli elettori. Ma consentono anche di richiamare l’attenzione sul candidato, le sue competenze, le sue capacità testimoniate dalle cose fatte. Se si vuole aumentare la probabilità che ciò accada, allora, si dovranno organizzare eventi ed occasioni di confronto tra i candidati, tra le loro biografie, tra i risultati eventualmente già acquisiti dal lavoro politico-amministrativo.


[4] Tutto bene, dunque? E’ bene riconoscere che ci sono anche caratteristiche meno positive, forse non delle vere e proprie controindicazioni, ma aspetti che vanno tenuti in considerazione (e che debbono portare ad adottare soluzioni organizzative che ne minimizzano l’impatto). (1) Innanzitutto le primarie sono “competizione” – “non sono mai concorsi di bellezza” ricorda Pasquino – dunque provocano tensioni o anche “lacerazioni” nei partiti. Occorre una corrispondente cultura politica per gestire questi “fenomeni” (esemplare il comportamento di Hillary Clinton dopo la sconfitta da parte di Barack Obama nella corsa per la nomination). (2) In secondo luogo l’efficacia delle primarie per la selezione di leader politici dipende dalla consistenza del “voto d’opinione”, quello di elettori che cercano di analizzare “razionalmente” ogni candidato e quindi di scegliere quello giudicato migliore. Nella misura in cui dovesse prevalere un “voto di appartenenza”, invece, risulterebbero determinanti meccanismi di fiducia nei confronti dei dirigenti che invitano a votare per l’uno o l’altro candidato, piuttosto che il giudizio sui candidati ed il loro operato. Il rischio che il “blocco” delle indicazioni del gruppo dirigente si traduca in “primarie-plebiscito” non può essere escluso a priori. Ma certamente anche le indicazioni del vertice, da sole, non garantiscono l’esito. In ogni caso l’investimento nell’informazione (oggettiva) può aiutare a valorizzare le componenti di “opinione” dell’elettorato. E sarebbe bene che il PD organizzasse e gestisse le primarie con l’intento di massimizzare questo aspetto.
[5] Insomma il tema delle “primarie vere” e delle “primarie efficaci” (primarie che aiutano a scegliere candidati con alte chances di successo) è un tema che merita una doverosa riflessione. Se non altro perché esempi in negativo ci sono. Siamo partiti da Bologna, ritorniamo a Bologna. Ma la Bologna del 1999, quella della sconfitta del candidato a sindaco DS, Silvia Bartolini, e della vittoria di Guazzaloca. Come andò allora l’ha ricordato poco tempo fa la stessa Silvia Bartolini: “Avevamo la presunzione che anche il cavallo di Caligola sarebbe potuto diventare sindaco” – così una sua dichiarazione riportata su La Repubblica – Bologna del 25 maggio 2008. Ed in effetti la Bartolini risultò ampiamente vincente nelle primarie di coalizione (ottenendo quasi l’80% dei voti – evidentemente con competitors non molto … competitivi). Cosa che però non fu sufficiente. Venne infatti sconfitta al secondo turno, consentendo a Guazzaloca di diventare sindaco di Bologna (per un’analisi della vicenda si consiglia il libro Baldini G., Corbetta P., Vassallo S., La sconfitta inattesa. Come e perché la sinistra ha perso a Bologna, Il Mulino, Bologna, 2000). Tra i diversi fattori che determinarono quell’esito vi fu certamente anche il modo in cui vennero organizzate le primarie. Eccone la descrizione da p.287 de La sconfitta inattesa : “L’imprimatur dei DS sulla candidata rende le primarie un esercizio di democrazia diretta poco più che fittizio: Silvia Bartolini appare vincente ancora prima che il risultato delle urne sancisca la sua incoronazione ufficiale come prima donna candidata alla carica di sindaco di Bologna.” C’è dunque davvero bisogno di primarie “vere” (attenzione però: prerequisito è che ci sia più di un candidato e che i candidati in lizza siano davvero competitivi). E di primarie “efficaci”. Che il risultato sia questo non è scontato. Si dice che la distinzione tra il paradiso e l’inferno stia nei dettagli. Sarà bene curarli.

Il 5 settembre la Conferenza dei segretari territoriali e provinciali e l’Esecutivo regionale del Partito Democratico (Emilia-Romagna) hanno approvato il Regolamento attuativo sulle primarie (vedi i documenti sul sito PD Emilia-Romagna). Nei comuni capoluogo di provincia si terranno il 14 dicembre. Nei restanti comuni, dunque anche a Vignola, entro il 31 gennaio 2009.

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