Vignola e Spilamberto: nuovi segretari del PD. Una riflessione

Sabato 11 ottobre si è svolta a Vignola l’assemblea del Partito Democratico, convocata per l’elezione del nuovo segretario, dopo le dimissioni (per motivi familiari e lavorativi) di Vera Ricci. Dopo un percorso articolato, sia l’esecutivo, sia il Comitato Direttivo hanno avanzato la proposta di una candidatura unitaria: quella di Giancarlo Gasparini, pediatra ed attuale capogruppo del PD in consiglio comunale a Vignola. Giancarlo è stato eletto (a voto segreto) con 52 voti, su 55 partecipanti al voto (3 gli astenuti). Nello stesso fine settimana anche a Spilamberto il Partito Democratico è stato chiamato ad eleggere il nuovo segretario. In quel caso i candidati erano due: Marco Villa, 22 anni, studente e Daniela Barozzi, insegnante ed  assessore all’Istruzione a Spilamberto. Alla chiusura delle urne, alle 12 di domenica 12 ottobre, Daniela Barozzi è risultata eletta con il 65,1% dei voti (125 su 192 votanti). Daniela Barozzi ha proposto la sua candidatura in una fase avanzata del percorso, quando sembrava che a Spilamberto dovesse esserci un’unica candidatura, quella di Marco Villa. Proprio questa situazione ha spinto Daniela a candidarsi, come ha ricordato in una sua lettera, per essere coerente con le proprie convinzioni: quelle che si richiamano ad un’idea di partito in cui la democrazia (interna) si intreccia con l’apertura della competizione, nel tentativo, ogni volta, di mobilitare le energie migliori. Ciò significa, come scrive Daniela, “elezioni formali (scrutinio segreto, procedure trasparenti) e con più di una candidatura”. Un meccanismo, questo, di “selezione” del segretario di partito profondamente diverso dalla tradizionale prassi della cooptazione. E questa innovazione non è casuale. Ma risponde ad una precisa visione che il Partito democratico ha assunto, sia a livello nazionale che a livello locale: leadership forti ma contendibili, per usare l’efficace formula coniata da Salvatore Vassallo. Ad entrambi, Giancarlo e Daniela, vanno gli auguri di buon lavoro. Auguri che è bene accompagnare con qualche riflessione.

Una vignetta di Altan sul Partito Democratico (vogliamo davvero che cresca forte)

Una vignetta di Altan sul Partito Democratico (vogliamo davvero che cresca forte)

La costituzione di un nuovo partito non è mai operazione semplice, risentendo anche di spinte non convergenti  sia in merito alle politiche (i contenuti), sia in merito all’organizzazione partitica (il contenitore) – per richiamare una nota coppia concettuale usata da Michele Salvati (vedi). In questo contesto mi interessa sviluppare la riflessione sul contenitore, ovvero circa il modo in cui stiamo provando ad organizzare ed a far funzionare il partito. Questione che interessa pochissimo all’esterno, ma che non può assolutamente essere accantonata, visto che dal modo di funzionare del Partito Democratico consegue la minore o maggiore capacità di “efficacia politica” (con riferimento alle principali funzioni proprie dei partiti: selezionare una classe dirigente all’altezza, sviluppare politiche rispondenti al bisogno del paese, influire nella formazione dell’agenda politica e sollecitare il consenso degli elettori). Troppo spesso, anche all’interno del nuovo partito, il “ceto politico” di più lunga esperienza dimentica che il PD è nato non solo per creare un più forte soggetto “riformista”, ma anche per provare a superare i “limiti” dei vecchi partiti: difficoltà ad intercettare nuovi aderenti e difficoltà a misurarsi con i problemi più diffusamente percepiti dalla società. Nei primi mesi di vita il PD, almeno in provincia di Modena, ha conseguito un lusinghiero risultato proprio rispetto alla capacità di apertura e di inclusione di nuove persone: il 30% degli aderenti è infatti costituito da persone che per la prima volta si iscrivono ad un partito. Sin qui, dunque, il PD ha saputo intercettare quella disponibilità, ancora sufficientemente diffusa, di una parte non piccola di cittadini ad impegnarsi in politica nell’ambito di un partito – un tipo di “organizzazione politica” che certo non ha goduto negli anni, né gode tuttora, di larga considerazione e stima. Questo è il punto. Bisogna che, con grande onestà intellettuale, riconosciamo che la forma partito non ha goduto di apprezzamento anche perché afflitta da alcuni evidenti mali, le cui manifestazioni più fastidiose sono state denunciate da tempo anche da una letteratura divenuta di massa (“la casta” & C.). E bisogna che, con altrettanta onestà intellettuale, arriviamo a riconoscere che non si tratta solo di “mali” nazionali, ma che una loro qualche declinazione è presente, a volte, anche a livello locale. Se dunque vogliamo essere coerenti con l’intento della fondazione del Partito Democratico, ma, soprattutto, se vogliamo davvero essere credibili quando parliamo del PD come di un “partito nuovo” – ed in tal modo continuare ad esercitare appeal – abbiamo il dovere di perseguire e proseguire un’opera di innovazione del fare politica. Chi vuole recuperare la piena consapevolezza del compito che sta davanti al Partito Democratico – sul fronte, appunto, dell’organizzazione del partito e dei suoi rapporti con la società – farebbe bene a rileggersi la relazione tenuta da Salvatore Vassallo al convegno di Orvieto del 6-7 ottobre 2006 (apri il pdf). Alcune citazioni danno il senso della direzione di marcia: “richiamare alla partecipazione politica quei tanti cittadini italiani che da tempo non sono più attratti, o si sentono addirittura respinti, dalle tradizionali strutture di partito” (p.2). I più di 3 milioni di cittadini che il 16 ottobre del 2005 hanno partecipato alle primarie per la scelta del leader della coalizione (Romano Prodi) ed i 3,5 milioni di cittadini che due anni dopo, il 14 ottobre 2007, hanno partecipato alle primarie per la scelta del segretario nazionale del PD (Walter Veltroni) testimoniano che, a determinate condizioni, nella società italiana c’è ancora disponibilità alla mobilitazione politica. Per questo, osserva Vassallo, “il Partito Democratico deve avere, nella sua forma organizzativa, porte aperte e canali larghi per la partecipazione.” (p.3) Arrivando così ad una conclusione che occorre sempre tenere a mente: “il disegno organizzativo [del PD] dovrebbe rendere massimi, nelle forme oggi possibili, i valori della partecipazione, del pluralismo e della capacità di governo.” (p.3) Che cosa significa esattamente ciò? Senza voler qui entrare nei dettagli ci si può limitare a dire che ogni atto concreto di questo partito, spesso finalizzato ad obiettivi di breve termine, deve anche risultare coerente ad obiettivi di medio-lungo termine: quelli di far crescere una cultura politica ed una prassi organizzativa che promuova più partecipazione, valorizzi il pluralismo interno come elemento di ricchezza, rafforzi la capacità di governo (ovvero di pensare e poi realizzare politiche efficaci). La cosa significativa che è successa in questi mesi è che questa visione non è risultata propria solo del “cittadino” e scienziato della politica Salvatore Vassallo, ma, tramite l’elezione di Walter Veltroni a leader del PD, con il metodo delle primarie, essa è divenuta elemento fondativo di questo nuovo partito. Scrive Veltroni nel suo “manifesto” La nuova stagione (vedi): “Il PD al quale penso è un partito che intende mettere al servizio di un incisivo programma riformatore tutta la forza della partecipazione democratica, la mobilitazione delle energie intellettuali e morali, civili e politiche, delle quali dispone una società viva come quella italiana.” (p.25) Ed ancora: “Per questo il Partito Democratico dovrà essere un partito davvero nuovo. (…) [Ovvero] come una istituzione civile, che svolge una funzione pubblica e che come tale appartiene a tutti i cittadini che intendono abitarlo.” (p.26) Il compito di far sì che questa visione non sia solo retorica – rischio sempre presente – è particolarmente impegnativo. Ad oggi il PD ha compiuto atti importanti (spesso non adeguatamente valorizzati dai suoi stessi iscritti e militanti). Ma ci sono ancora adempimenti ugualmente importanti rispetto a cui siamo in mezzo al guado. Bisogna dunque lavorare con determinazione per evitare il rischio di riproporre modalità consolidate (ma obsolete) di funzionamento, salvando l’eredità migliore delle forme precedenti di organizzazione politica. Anche per questo gli auguri di buon lavoro a Daniela e Giancarlo sono davvero sentiti.

Ho trattato della nascita del PD di Vignola e della competizione per l’elezione del segretario del febbraio 2008, che mi ha visto coinvolto, in alcuni post (vedi1, vedi2, vedi3).

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3 risposte a Vignola e Spilamberto: nuovi segretari del PD. Una riflessione

  1. Marco Villa ha detto:

    Innanzitutto, vorrei presentarmi.
    Mi chiamo Marco Villa e chi ha letto questo post (buono e ben articolato, che condivido QUASI totalmente) avrà già capito che ero uno dei due contendenti alla carica di segretario del PD di Spilamberto lasciata vacante da Moris Carnevali lo scorso maggio per motivi personali. In secondo luogo, vorrei complimentarmi con il creatore di questo blog, segnalatomi da un amico. Nella parentesi poco sopra ho evidenziato la parola “quasi” per un motivo preciso: credo che chi legga possa avere l’impressione (o almeno, io l’ho avuta) che il fantomatico Marco Villa sia stato il candidato unico “posto” dai dirigenti in una gara studiata appositamente per lui; successivamente, che sia arrivata Daniela Barozzi, attuale assessore (e non insegnante, quello è stato un errore dell’ufficio stampa del partito) all’Istruzione del comune spilambertese, a salvare la democrazia del partito candidandosi e vincendo. Questo – sempre sostendo questo ragionamento implicito – sarebbe la prova che i cittadini sono stufi della cooptazione e così avrebbero punito il virtuale candidato unico, cioè il sottoscritto.
    Ora, da quanto ho sentito, posso affermare con certezza che molti è proprio a questo che stanno pensando. Tuttavia, le cose non sono andate affatto così. La prima candidatura ufficile alla segreteria non fu la mia: fu della signora Vallì-Baraldi. In un secondo momento, ufficializzai la mia candidatura (a luglio) e parlai faccia a faccia con quella che credevo sarebbe stata la mia avversaria, la cui candidatura in seguito saltò. In conflitto con la tesi del candidato unico, inoltre, è lo spostamento della data ultima per la presentazione delle firme per potersi candidare: se si fosse rispettata la data inizialmente decisa, sarei effettivamente rimasto l’unico candidato. Tuttavia, proprio per incentivare la partecipazione degli iscritti e di altri eventuali candidati, la data fu spostata. Questa operazione incluse l’invio di un ulteriore giro di lettere ai quasi 700 iscritti e un altro esborso economico non proprio “leggero”.
    Infine, vorrei difendere la mia dignità scrivendo quanto segue: mi sono iscritto ai DS nel 2006, quando si cominciò a parlare del progetto di PD e solo per un partito del genere mi potevo candidare perchè io credo nel PD: DS e DL non esistono più, chi pensa all’attuale partito con questa divisione non ha ancora capito come deve essere costruito, a mio avviso. Quando mi presentai la prima volta nel circolo, nessuno sapeva chi fossi e da dove venissi ed è facile immaginare che un individuo del genere non fosse cooptabile….Di recente, infine, quando a tre giorni dal termine delle presentazione delle firme ho scoperto chi avrei avuto come avversaria, ho impulsivamente pensato di ritirarmi, sapevo che avrei perso (un assessore conosciuto e capace contro uno sconosciuto studentello di Sociologia?). Però non l’ho fatto. E questo proprio perchè credo che due candidati siano meglio di uno soltanto. Sono rimasto e ho perso, è vero, e come perdente mi congratulo con chi la nuova segretaria perchè la vittoria se l’è meritata. Ma penso di aver perso a testa alta, non certo come “un raccomandato” poi sonoramente bocciato grazie a una sorta di “trionfo della giustizia”.

    …e pensare che non amo le giovanili proprio perchè le ho sempre ritenute un “recinto” dentro al quale “i grandi” possano pescare il giovane più gradito e meglio imbottito di disciplina di partito. (a questo proposito, ho preso in prestito le parole di un amico, Umberto Costantini, che spero non si irriti per questo. Inoltre, gli amici della giovanile sanno benissimo come la penso perchè ne ho parlato in una riunione proprio assieme a loro e spero, quindi, che non si sentano offesi neppure loro.)

    Detto tutto ciò, spero di non essere stato troppo prolisso e ringrazio anticipatamente l’autore del blog per lo spazio concessomi.

    Un saluto,
    Marco Villa

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Caro Marco,
    le parole che scrivi ti fanno onore. Non compete certo a me – anch’io come te “perdente” nella competizione per l’elezione del segretario del PD di Vignola l’8-10 febbraio scorso – ringraziarti per non essere indietreggiato di fronte alla sfida. Ma posso certo dire che apprezzo chi, come te, tiene fede, anche temendo la sconfitta, al principio “competitivo” che questo partito si è dato. Le cose che dici sono chiare e condivisibili. Da parte mia ti assicuro che non ho avuto certo l’intenzione di dare l’idea di una tua “cooptazione”, non da ultimo perché non conoscevo la vicenda delle candidature (prima che tu ne illustrassi la storia). Ma che la cooptazione dei dirigenti sia un elemento di fragilità della classe dirigente di un partito io non ho dubbi (pur riconoscendo, con altrettanta onestà, che ogni metodo di selezione – dunque anche le “primarie” – ha sia pro che contro). In ogni caso buon lavoro! Spero di poterti incontrare presto per proseguire questo confronto faccia a faccia. Ciao
    Andrea Paltrinieri

  3. Marco Villa ha detto:

    Salve,
    grazie per la cordialità della tua risposta, condivido il tuo pensiero e immaginavo che il post fosse in buona fede, ma mi rammarica vedere come l’opinione pubblica tenda spesso e volentieri a “fare di tutta un’erba un fascio” circa a cooptazione eccetera e ho sentito doveroso fare chiarezza riguardo a queste elezioni.
    Ringrazio ancora di aver ricevuto una tua risposta e gli auguri di buon lavoro, che ricambio.

    Arrivederci,
    Marco

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