Bulli a scuola, pupe al ministero

“Il bullismo preoccupa anche il governo” avrebbe affermato il presidente del consiglio Berlusconi in occasione dell’incontro con il segretario di stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, il 4 ottobre 2008. Ed in effetti il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini ha motivato alcuni provvedimenti del governo – il 5 in condotta – ed una filosofia di fondo – rimettere “ordine” nella scuola – proprio con riferimento all’obiettivo di ridare serietà e credibilità all’istituzione scolastica e dunque anche prevenire episodi di violenza e sopraffazione al suo interno. Se stiamo alle parole, tutto bene. Ma l’interrogativo è lecito: vogliamo guardarci dentro? Infatti se non ci fermiamo alla superficie, se andiamo oltre alla dichiarazione di intenti emerge una realtà un po’ meno rassicurante. Ritorno al maestro unico ed ampliamento del gruppo classe (il numero massimo è portato a 29 alunni per la scuola dell’infanzia ed a 30 per la scuola elementare) non aiuteranno l’insegnante, unico adulto di riferimento nel contesto della classe, a “controllare” meglio la situazione. Anzi. Succederà esattamente l’opposto: una perdita, una riduzione della capacità di controllo. Il fenomeno del bullismo non riguarda frange marginali, insignificanti della scuola italiana. Gli studi condotti nel nostro paese evidenziano invece una diffusione significativa: secondo alcune indagini ne sarebbero rimaste vittime il 30% degli alunni delle scuole elementari. Si tratta, in realtà, di un valore molto alto e per questo non troppo credibile, dovuto probabilmente ad un’impostazione metodologica che, allargando di molto le maglie di rilevazione del fenomeno, raccoglie anche episodi che non sono strettamente identificabili come bullismo, ovvero come un esercizio continuato di sopraffazione e violenza psicologica da parte di un gruppo su una singola vittima. Un dato però è certo: il bullismo esiste nella scuola italiana, così come nella scuola di ogni paese e, più in generale, in ogni luogo di aggregazione di bambini e adolescenti. Esiste. Ma come altri fenomeni sociali – la violenza sui minori che si esercita in famiglia, la violenza sessuale nella coppia o tra familiari, il mobbing nei luoghi di lavoro – è stato sino a non molto tempo fa un fenomeno nascosto, un fenomeno “non visto”.

Immagine della campagna informativa contro il bullismo, Ministero dell'Interno

Immagine della campagna informativa contro il bullismo, Ministero dell'Interno

“Come fare perché gli insegnanti vedano, i genitori parlino, i compagni soccorrano?” si chiede Ada Fonzi, nella postfazione, dedicata alla ricerca sul bullismo in Italia, al libro di Dan Olweus (vedi), pionieristico studioso norvegese del fenomeno del bullismo? Già come fare? Basta leggere poche righe del libro per arrivare subito alla conclusione che il 5 in condotta non basta. Anzi è assolutamente insufficiente. Anzi, non c’entra davvero con il tema. Perché il vero tema di fondo è come far percepire ad alcuni alunni che quei comportamenti di prevaricazione non possono essere considerati normali. E come far percepire agli adulti – insegnanti e genitori – che certi comportamenti non possono essere tollerati e che certi silenzi, certe sofferenze “mute”, ugualmente non possono essere tollerate, ma debbono essere innanzitutto riconosciute, percepite. E deve essere percepito il fatto che dietro a quei silenzi, a quelle timidezze, a quell’isolamento dai compagni può esserci una sofferenza che ha anche origini sociali. E per introdurre e diffondere questo tipo di sensibilità, di cultura non basta il 5 in condotta. Occorre tempo per relazionarsi con tutti gli alunni (un “affare” decisamente più complicato se si porta il rapporto insegnanti/alunni a 1 a 29/30). Occorre una sensibilità ed una finezza psicologica oggi non molto presente. Occorre una capacità di intervento in larga parte da formare (un insegnante in grado di parlare ed intervenire sulla vittima, sugli oppressori, sugli altri insegnanti, sui genitori degli alunni coinvolti). La “guerra” al bullismo è una guerra che va combattuta, soprattutto in un paese come l’Italia che arriva buon ultimo, tra i paesi del mondo occidentale, a riconoscere la diffusione di comportamenti “carichi di violenza” in quote non trascurabili del mondo degli adulti e dei minori (vedi). Ma è una guerra rispetto a cui il 5 in condotta può fare poco – essendo il 5 in condotta “solo” un segnale, un segnale che giunge a posteriori e che può forse funzionare solo con ragazzi relativamente grandi. Di questo sarebbe bene esserne consapevoli. I bulli a scuola ci sono e, temo, ci saranno anche con i provvedimenti promossi dal ministro Gelmini. Che, in tal modo, si candida a fare la “pupa”: a sedurre l’opinione pubblica, ma non a risolvere i problemi della scuola. Neppure quello del bullismo.

Dall’inizio del 2007 (governo Prodi) il Ministero dell’Istruzione ed anche il Ministero dell’Interno hanno avviato propri progetti di contrasto del bullismo. Se ne trova traccia nel sito web “Smontiamo il bullismo” (vedi) e nella presentazione della campagna informativa e di prevenzione del Ministero dell’interno (vedi).

One Response to Bulli a scuola, pupe al ministero

  1. Marcello ha detto:

    In un paese dove i bulli hanno il potere, che campagne antibullismo si possono fare ?

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