La città sofferente. Il lato nascosto della città

Di quante città è composta una città? Questo paradossale interrogativo ci invita a riflettere sul fatto che la città, fenomeno complesso, come la vita, è “composta” da una pluralità di dimensioni. Non solo o non tanto dal punto di vista spaziale – centro storico versus periferia, città pubblica versus città privata, e tutte le gradazioni intermedie (una prospettiva articolata nella visione delle “sette città” richiamate dal PSC del Comune di Bologna; vedi). Ma soprattutto dal punto di vista sociale. O, meglio, delle funzioni sociali. Città che producono nuovi stili di vita, nuove culture, nuovi gruppi sociali, nuove “tribù” – un tema già sviluppato da Georg Simmel e da allora costantemente aggiornato (vedi). Città del consumo, dei consumatori, città che consumano e che, tramite il consumo (secondo modelli specifici e differenziati), danno vita a particolari identità e “culture” (vedi). Città che apprendono, ovvero luogo elettivo dei processi di produzione e diffusione delle conoscenze che avvengono nella densità delle interazioni sociali e tecnologicamente mediate: nelle piazze, nelle scuole, su Internet (vedi). Ma anche città che soffrono – città sofferenti. Una dimensione, in verità, generalmente trascurata, ma che oggi è portata alla luce da un bel ciclo di incontri – La città sofferente – curato da Maurizio Montanari, psicoterapeuta psicoanalitico, promosso dall’Associazione Comunità Educante (ACE) e dal Circolo Paradisi, e sostenuto dalla Libreria dei Contrari. Ecco il programma (vedi). Ma di quale sofferenza si tratta? Delle variegate forme di sofferenza psichica che si riscontrano appunto nella realtà urbana contemporanea: disturbi d’ansia, attacchi di panico, depressioni, disturbi del comportamento alimentare, fobie varie, ma anche alcolismo, tossicomania, comportamenti distruttivi ed autodistruttivi. “Il senso di precarietà che affligge molti individui, l’incapacità a capire cosa le istituzioni sociali vogliano da loro, la difficoltà a definirne un posto nella società del lavoro, nella trama del legame sociale, danno l’idea di quanto l’angoscia permei la contemporaneità.” Angoscia, o forse anche solo incertezza e scarto crescente tra le aspettative di autorealizzazione e di un futuro migliore ed una realtà di crescenti difficoltà e delusioni. Forse questa articolata fenomenologia del disagio ha qualcosa a che fare anche con “la lotta quotidiana per costruirsi una vita propria” – un compito paradossale come bene illustra il sociologo tedesco Ulrich Beck (vedi), uno degli osservatori più acuti delle moderne “società del rischio”– ed i suoi fallimenti. Sempre più, oggi, la pressione sociale ci spinge all’autonomia, a “progettare” la nostra vita senza la rete dei modelli consolidati, della tradizione, anche se, in realtà, le nostre “traiettorie di vita” risentono di forze sociali più grandi di noi: il traffico, i tempi morti, gli orari di accesso ai servizi che si restringono, un mercato del lavoro instabile, un’università “biglietto per un treno che non parte”; ma anche accadimenti “eccezionali” per un individuo (sebbene non infrequenti nella collettività) come una malattia, un incidente, la rottura dei rapporti tra parenti, un licenziamento, un’azienda che fallisce, un matrimonio che finisce, i figli che frustrano le aspettative dei genitori. Insomma, la vita, lungi dall’essere “propria”, dipende pesantemente dagli altri e dalle istituzioni, dalle opportunità che esse aprono e chiudono. Forse allora queste forme di disagio, di sofferenza, sono legate allo scarto che sempre più spesso sperimentiamo tra l’aspettativa di essere padroni della nostra vita e la realtà che ci svela quanto ciò sia un’illusione. In ogni caso è un bene che anche questa dimensione nascosta della città – la città sofferente, appunto – sia tematizzata. E’ un bene che gli individui siano chiamati a riflettere su forme di disagio e sofferenza più diffuse di quello che a prima vista appare. Ed è un bene che ogni individuo, assieme alle istituzioni, sia chiamato a sviluppare una maggiore capacità di lettura dei segnali del disagio – visto che spesso la “cura” sta nel recupero di una capacità di relazione con gli altri e, tramite questa via, con se stessi.

Oltre al disagio psichico, variamente inteso, sono altre le forme della sofferenza nella città: in passato, su questo blog, mi sono occupato di violenza sulle donne (vedi) e di malattie rare (vedi).

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