La scuola delle tre “c” di Mariastella Gelmini

Viene naturale. Dopo le tre “i“ della scuola del governo Berlusconi 2001-2006, usare un’analogo artificio per ricercare i termini chiave che legano tra loro gli atti dell’attuale governo Berlusconi in tema di scuola. E’ un’artificio retorico, non c’è dubbio. E presenta un certo grado di arbitrarietà. In ogni caso questa è la mia proposta interpretativa dopo le prime misure contenute nel decreto legge “Disposizioni urgenti in materia di istruzione e università” approvato dal governo il 28 agosto e nelle connesse anticipazioni della ministra Mariastella Gelmini. Si tratta della scuola delle tre “c”.
Cittadinanza e costituzione. “Cittadinanza e Costituzione” sarà una nuova materia scolastica nel primo e secondo ciclo di istruzione, con un’ora di studio alla settimana (sottratta all’area di insegnamento storico-geografica e storico-sociale) e dunque 33 ore annuali (vedi). Brava Mariastella! Se la scuola vuole davvero provare a formare dei cittadini l’educazione civica è una materia importante. 33 ore all’anno non sono tante, però meglio che niente. Sarebbe bene affiancarle con “esperienze” reali di cittadinanza, del tipo consiglio comunale dei ragazzi. Sarebbe bene che, all’interno dell’insegnamento dell’educazione civica, si affrontasse anche il tema del rapporto tra stato e la crescente pluralità delle religioni. Dunque la laicità. Qui le idee non sono proprio chiare, ma un po’ di tempo per studiare c’é.
Condotta. E’ ripristinato il voto in condotta come voto che incide sulla valutazione complessiva finale dell’alunno. Un 5 in condotta determinerà la bocciatura. E’ “una risposta necessaria e molto urgente al moltiplicarsi degli episodi di bullismo”, come ha spiegato la ministra nel presentare il decreto legge appena approvato dal Consiglio dei Ministri. L’intenzione è ottima! Insegnanti e genitori (ed anche tanti studenti) chiedono che la scuola diventi in grado di indicare con autorevolezza agli studenti un modo di stare in mezzo agli altri caratterizzato da rispetto reciproco e, laddove un tale messaggio chiaro non dovesse essere sufficiente, anche di applicare adeguate sanzioni. Ma se così stanno le cose bisogna chiedersi: funziona la sanzione del voto in condotta? Perché la questione è che esso è stato abrogato perché non risultava quasi mai adottato dalle scuole. Che sanzioni ci debbano essere nessuno lo mette in discussione. Ma quali sanzioni risultano efficaci? E’ chiaro che oggi diventa importante, anche per le istituzioni scolastiche, riuscire a trasmettere un maggiore senso di responsabilità. Dunque se qualcuno imbratta i muri deve essere chiamato a tinteggiarli, mettendoci il proprio lavoro (ed i propri soldi). Ma il motivo della scelta sul voto in condotta non sembra legato a valutazioni di efficacia, ma piuttosto alla capacità di “entrare in risonanza” con l’opinione pubblica. Una società sempre più ossessionata dal tema legge e ordine sembra vedere bene un’estensione di queste due parole anche alle aule scolastiche. “Bisogna ripristinare ordine e ruolo”: obiettivo condivisibile. Vedremo i risultati.
Chiarezza. “Crediamo che nella scuola serva chiarezza.” Così ha affermato la Gelmini nel presentare il pacchetto di provvedimenti sulla scuola del 28 agosto. Dunque ritorno ai voti in sostituzione dei giudizi (alle elementari però i giudizi accompagneranno i voti). Anche in questo caso l’impressione è che il provvedimento sia stato preso anche (forse soprattutto) per la sua capacità di risonanza nell’opinione pubblica (nei tempestivi sondaggi online dei quotidiani i favorevoli oscillavano tra l’80 ed il 90%). Gli esperti sono divisi (vedi l’articolo su la Repubblica del 29 agosto). Personalmente non ho preclusioni. I giudizi risultano spesso “ritualistici” e non particolarmente informativi. Temo che il passaggio ai voti non cambierà la sostanza. Si tratta in entrambi i casi di indicatori, dunque di un “cruscotto” per leggere la situazione. Il problema vero è comunque il fenomeno che essi rappresentano – dunque l’apprendimento effettivo. Qui, al momento, nulla cambia. Ma anche il ritorno (ad oggi solo annunciato) al maestro unico nella scuola elementare (scuola primaria) fa parte del programma “chiarezza” dell’istituzione scolastica, almeno secondo la Gelmini. Un provvedimento che, in verità, non ha solo obiettivi pedagogici, visto che la stessa ministra ha riconosciuto che si punta a ridurre le spese (si taglierebbero circa 53mila posti), rafforzando l’effetto di “economia” prospettato dalla riduzione dell’orario delle lezioni (vedi). Questo mi sembra davvero un arretramento. L’attuale divisione del lavoro educativo tra più insegnanti “specializzati” risponde all’esigenza di accrescere l’efficacia della formazione, in un tempo in cui la scuola si trova sottoposta alla competizione con agenzie formative esterne molto più agguerrite e seducenti. Non è qui in discussione il tema del ritorno o meno al passato. Una revisione è sempre possibile se guidata da processi di apprendimento. In questo caso, invece, l’intento, neanche troppo mascherato, è di fare economia. Più che “chiarezza” si tratta di una insopportabile semplificazione. Insopportabile perché abbasserebbe la capacità di insegnamento a più ampio spettro che garantisce alla nostra scuola elementare una performance migliore rispetto agli altri ordini scolastici.


Ma c’è dell’altro. I primi provvedimenti del governo in tema di scuola rimangono in superficie, senza affrontare e dunque risolvere i nodi strutturali della scuola italiana. Anzi l’aver iniziato con i tagli imposti da Tremonti aggrava senza alcuna ombra di dubbio la situazione. Il governo gioca d’azzardo: scommette di riuscire a “riformare” la scuola e, per questo, taglia oggi le risorse. Ma è un’azzardo sulla pelle degli studenti, dei nostri figli, del paese. E’ bene che non vada così. Si è capito, osserva la Gelmini, che la scuola può anche durare meno, ma essere più efficace. Bene. Ma allora chiediamoci, come far sì che la scuola sia davvero più efficace? E’ giusto chiederselo e tutti noi (amministratori, insegnanti e genitori) ce lo chiediamo. La Gelmini al momento non risponde, rinviando al lavoro delle commissioni di esperti che istituirà nei prossimi giorni. Ma se l’interrogativo appare un po’ banale, è la qualità della risposta che fa la differenza. E la risposta oggi proprio manca. Dunque: giudizio sospeso. Ovvero: n.c. Anche se occorre rilevare che questo modo di procedere – enunciare obiettivi condivisi, senza però di essere in grado di dire come raggiungerli (dunque se è realistico aspettarsi di raggiungerli) – è davvero quanto di peggio possa esserci nella classe politica. Anche se probabilmente, almeno in questa fase di “luna di miele”, funziona nei confronti di un’opinione pubblica ben disposta ed ammaliata dai proclami (“Non sono, come qualcuno dice, per un ritorno al passato, ma piuttosto per una semplificazione. Un ritorno alla semplicità e ai compiti fondamentali: il trasmettere il sapere e in qualche modo l’educazione.” intervista a Panorama, 4 settembre 2008, pp.50-53). Intanto, però, i tagli alla spesa – alle risorse – sono già stati decisi (-7,8 miliardi di euro nel quadriennio 2009-2012; su un budget annuale di 42 miliardi; sugli effetti ad oggi attesi vedi l’allarme lanciato dal PD ripreso da la Repubblica del 30 agosto; vedi). E’ serio stabilire prima quanto spendere e (solo) dopo come spendere per garantire quel recupero di efficacia di cui la scuola italiana ha terribilmente bisogno? “La scuola è una macchina con il motore rotto. Inutile mettere benzina, bisogna aggiustare il motore” – come ci ha raccontato la Gelmini nel suo intervento al meeting di Rimini il 27 agosto (vedi anche la lettera della ministra a La Gazzetta dello Sport del 31 agosto; vedi). Sul fatto che il motore sia “rotto” o, più precisamente, che non “funzioni” affatto bene siamo tutti d’accordo. Ma è pensabile iniziare l’intervento di “riparazione” sottraendo benzina? Quale progettista opera in questo modo?


C’è da tempo una letteratura vasta (ed anche “politicamente” trasversale) che riconosce che la scuola italiana soffre di alcuni mali e che solo un intervento radicale di “riforma” può innalzarne realmente la qualità (vedi la sintesi di Antonio Schizzerotto, uno dei più noti sociologi dell’educazione in Italia, su Il Sole 24 ore del 25 agosto; vedi). Si tratta di: (1) gli insegnanti: la loro formazione, il loro reclutamento, l’assenza di un sistema premiante le capacità, il loro aggiornamento, la loro valutazione, la loro retribuzione; (2) metodologie didattiche antiquate e piani formativi eccessivamente frammentati; (3) la mancanza di un solido sistema di valutazione degli apprendimenti, sia a livello dell’intero sistema scolastico, sia di singolo istituto. E’ solo affrontando questi temi che la ministra Gelmini potrà darci la speranza di un sistema scolastico realmente in grado di migliorare in modo significativo. Queste cose, però, richiedono più risorse, non meno. Non vale dire che spendiamo mediamente come gli altri paesi europei. Questo è vero, ma la qualità del nostro sistema scolastico è più basso, come certificano gli studi OCSE-Pisa (vedi). Per risollevarlo occorre investire, certamente nella fase iniziale, più risorse, non meno. Arrivati a regime si potrà ridurre l’investimento. Ma oggi, per qualificare gli insegnanti, i programmi, gli edifici scolastici; per impiantare un solido sistema di valutazione; per insegnare davvero una lingua straniera ed anche i “nuovi alfabeti” dell’informatica, servono più risorse. Per l’integrazione dei quasi 700.000 studenti stranieri servono più risorse, non meno. Per adeguare l’offerta a numeri crescenti, anno dopo anno, di studenti (+26-27mila quest’anno) servono più risorse, non meno. Per fare finalmente decollare un sistema decente di educazione degli adulti servono più risorse, non meno. Fino a quando il ministro Mariastella Gelmini non ci avrà spiegato come farà a ribaltare il trend di crescente inadeguatezza della scuola avendo a disposizione meno risorse, ci riteniamo legittimati a dubitare dei suoi proclami. “Spendere meglio e liberare risorse”, come dice la Gelmini, va benissimo. Ma vorremmo sapere come si fa. Altrimenti tutto si riduce ad una politica degli annunci, circa obiettivi anche condivisibili, ma senza chiarezza sulla loro realizzabilità. Dobbiamo ricordare la scuola delle tre “i” (impresa, inglese, informatica) che Berlusconi aveva inserito come punto “qualificante” del suo programma di governo nel 2001? C’è oggi qualche studente, nonostante i maneggiamenti della Moratti, che esce da una scuola pubblica sapendo parlare decentemente l’inglese? Che l’insegnamento delle lingue faccia acqua lo riconosce la Gelmini stessa (ed anche ogni genitore!): “Abbiamo problemi sull’insegnamento dell’inglese. Non disponiamo di professori particolarmente preparati. (…) Penso a lezioni in inglese alle superiori con il metodo della full immersion.” (intervista a Panorama, 4 settembre 2008, pp.50-53; per fare questo non servono forse più risorse?)
Insomma, delle tre “c” enunciate ad oggi alcune sono convincenti, altre meno. Ma siamo ancora alla superficie del problema. I mali profondi della scuola italiana non vengono ancora toccati da questi provvedimenti. Occorre, in ogni caso, un esame serio della coerenza tra gli obiettivi annunciati ed i mezzi che verranno individuati e mobilitati per raggiungerli. Il Piano programmatico di razionalizzazione della scuola, previsto entro settembre, ci farà certamente capire di più. Ad oggi prevale, purtroppo, l’effetto annuncio. Anche noi ci sentiamo di condividere questo impegno: “La mia stella polare è la tenace volontà di dare ai cittadini italiani, ovunque essi vivano, una scuola di qualità, una scuola che sia ai primi posti nelle classifiche del mondo sviluppato” (lettera a Il Mattino, 26 agosto 2008, p.1). Vorremmo però capire come può stare assieme un tale impegno con i tagli di Tremonti (stessa cosa che si chiede Salvatore Settis su la Repubblica del 30 agosto; vedi).

3 Responses to La scuola delle tre “c” di Mariastella Gelmini

  1. Sara ha detto:

    Stiamo organizzando una raccolta di firme contro la riforma Gelmini e in particolare contro il ritorno del maestro unico : http://www.retescuole.net/contenuto?id=20080827165124

  2. vale ha detto:

    non penso che questa riforma ci faccia andare avanti, anzi ci farà sicuramente tornare indietro….il 5 in condotta forse forse, ma il maestro unico, tutti quei tagli…dai!!!!

  3. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Sì Vale, hai perfettamente ragione. L’introduzione del maestro unico e la riduzione dell’orario scolastico ci riporta indietro. Considera che il post è stato scritto prima che venisse pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il D.L. 137/2008. La “riforma” Gelmini è divenuta evidente con quel decreto. Insomma, condivido in pieno la tua valutazione, come ho argomentato nei post successivi.

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