Ancora su sicurezza ed immigrazione. Un appunto di Daniela Piani

Daniela Piani, medico ospedaliero e componente del Comitato Direttivo del PD di Vignola mi ha trasmesso questo testo in cui svolge considerazioni in parte “divergenti” rispetto a quelle che avevo svolto nel precedente post. La discussione (seria) è per me un piacere e dunque eccole qua.

L’episodio di violenza attualmente al centro dell’attenzione pubblica rimarrà tale per molto tempo, perché si inserisce in quella lunga serie di modificazioni che il nostro ambiente di vita e culturale ha subito in conseguenza del progressivo e rapido incremento della popolazione extracomunitaria o straniera in generale: in alcuni quartieri di Vignola non si sente più parlare italiano e proliferano attività di certo non degne o propizie al fiorite di un “centro commerciale naturale” e tantomeno del “salotto buono” del paese; nelle scuole si devono aumentare gli interventi e gli sforzi del personale docente NON per favorire la transculturalità (andiamo noi italiani con la mente in altre culture e conosciamo altre lingue!), ma la “alfabetizzazione italiana” di utenti (alunni) le famiglie dei quali sono ben disposte a lavorare in Italia, molto meno ad assorbirne la cultura e le tradizioni; i nostri servizi (scuola in primis, sanità subito dopo) sono pressati  da un aumento notevole della  richiesta di prestazioni e interventi, senza essere attrezzate per farvi fronte. Là dove deve intervenire poi la giustizia o le forze dell’ordine si apre la crisi più profonda: carceri…, rimpatri impossibili perché il ministero dell’interno non ha mai predisposto i mezzi…etc. Il problema non è qui il controllo come dice Andrea: una società civile non vive e prospera sotto il controllo sistematico di forze dell’ordine, della tecnologia, di sistemi di sorveglianza: non ci serve il grande fratello!
Ci serve una politica dell’immigrazione che risponda in primis a queste domande: che tipo società vogliamo/desideriamo per il nostro futuro e quello delle prossime generazioni? un’Italia/Europa senza confini, aperta a tutti perché tutti vogliono entrare e non possiamo fermarli? Accettiamo di mettere in discussione così la nostra identità di nazione e culturale e di esporla al pericolo di estinzione o di profondo stravolgimento che un’immigrazione prodottasi in modo rapido e massiccio (vedasi 46% di stranieri nel centro storico di Vignola!), senza i tempi necessari per un vero incontro tra civiltà,  una vera integrazione sociale comporta?   Perché l’integrazione tra nazioni si realizzi occorre tempo e luoghi di incontro/confronto adatti: dobbiamo certamente “assorbire” gli stranieri che vengono in Italia, non esserne travolti: ad esempio i Francesi sono molto sensibili alla tutela del territorio che per loro è cospicua fonte di introito economico per attività turistiche, ma i magrebini, che non condividono questo tipo di interesse, persistono nell’abbandonare lungo le coste e le spiagge ogni sorta di prodotto di rifiuto o di scarto; la raccolta differenziata è stata quindi imposta dalle autorità locali come obbligo per sensibilizzare tutti i residenti al problema! (sono spariti i cassonetti della spazzatura generici e lungo le strade si reperiscono solo quelli specializzati in vetro, plastica, rifiuti organici..).
Ciò che noi lasciamo ai nostri figli non è solo un patrimonio genetico, ma anche e soprattutto l’ambiente di vita: urbano, sociale, culturale. Sono quelli che “informano” la loro educazione, sviluppano le loro idee circa chi siamo/sono, quali valori difendiamo/eranno e  quale futuro immaginano. Un ambiente di vita caotico, problematico, spesso degradato da un uso inadeguato comunica insicurezza, confusione e può far sorgere reazioni irrazionali di difesa.  Non esiste un “carico  di immigrazione straniera sostenibile” come dice Andrea, se prima non rispondiamo a queste domande e scopriremo che, quanto più siamo legati a certe idee e anche superstizioni su come è e deve essere il nostro territorio, tanto meno siamo disposti ad accettare cambiamenti, soprattutto quelli che una immigrazione massiva impone. Il Centro Territoriale Permanente è certamente una buona iniziativa, ma richiede di selezionare, tra la popolazione che desidera entrare in Italia, quella quota che è motivata a integrarsi, a cooperare, a incontrasi con l’ospite, altrimenti questi centri andranno deserti.
E’ veramente etico accettare l’immigrazione di tante persone provenienti in particolare da paesi disagiati, senza avere prima stabilito in modo serio dei contatti diplomatici internazionali “seri=credibili=sistematici=con programmi e scadenze nel tempo”, volti a fondare e promuovere politiche credibili di sviluppo e di reciproco scambio con le nazioni di provenienza? Perché non accettare stranieri solo nell’ambito di programmi di interscambio economico/culturale/altro?
Abbiamo il  dovere morale di NON isolarci, ma anche il diritto di pretendere di scegliere quali sfide affrontare in futuro: il contatto e l’integrazione con nuovi stranieri è certamente benvenuto se si svolge in un cotesto e con le modalità che consenta ad entrambe le parti di conoscersi, affrontarsi e risolvere problemi; solo così si può aspirare allo sviluppo, altrimenti ci attenderà un declino e un impoverimento generalizzato. Per modalità mi riferisco all’assoluta necessità di migliorare le istituzioni principali del nostro stato: scuola e più in generale istruzione, sanità/tutela del diritto alla salute, regolamentazione attività produttive e commercio, perché queste sono le sedi di incontro, i punti di contatto tra nuovi arrivati e residenti e in tali sedei devono avere l’opportunità di incontrasi proficuamente. Il dovere dell’accoglienza per chi è già arrivato, seppure in modo illegale o clandestino, e vive del suo lavoro o “abbia ben meritato nei confronti dell’umanità” è comunque ASSOLUTO.

3 Responses to Ancora su sicurezza ed immigrazione. Un appunto di Daniela Piani

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Un tentativo di replica alle considerazioni di Daniela, nei due punti dove manifesta disaccordo con la mia posizione. Ho l’impressione che, in realtà, su quei punti stiamo dicendo la stessa cosa. Laddove parlo di controllo del territorio mi riferisco infatti soprattutto ad un controllo sociale. Certo forze dell’ordine e tecnologie giocano un ruolo importante, ma non sufficiente. Almeno ugualmente importante è il controllo che sul territorio è esercitato “naturalmente” da ogni presenza sociale: laddove c’é gente, dove c’é un negozio aperto, dove le realtà associative fanno attività, dove ci sono manifestazioni. In secondo luogo, uso l’espressione “carico di immigrazione straniera sostenibile” sapendo bene che non è questione di soglie percentuali (del tipo: “superato il 20% la convivenza è a rischio”). Questa “capacità” di accoglienza ed integrazione è sociale e come tale può essere modificata con azioni della collettività e delle istituzioni. E’ certo che se queste azioni non ci sono, molto presto si determinano tensioni legate alle difficoltà della convivenza, alle diversità culturali, ecc. Daniela, ad esempio, fa riferimento a differenti abitudini di “rispetto dell’ambiente” (un aspetto su cui ci sarebbe da litigare anche con molti italiani). Comunque se tali abitudini fossero presenti in misura diversa nei due sottogruppi – italiani e stranieri – questo porterebbe a tensioni. C’è invece un punto su cui effettivamente Daniela dice cose diverse da quelle che dico io e che mi sembra degno di attenzione. E’ dove lei suggerisce di “regolare” i processi migratori in base a più stringenti accordi internazionali. E’ un aspetto da approfondire.

  2. ivana ha detto:

    Trovo molto interessante, il dibattito che si sta costruendo su questo blog relativamente al problema dell’immigrazione.
    Sono convinta e vorrei dirlo senza inutili ipocrisie, che noi donne sentiamo maggiormente il problema dell’immigrazione, perché ci obbliga a confrontarci anche con culture che non sempre vedono la donna come persona intorno alla quale sussistono diritti fondamentali.
    Oltretutto stiamo assistendo già da parecchi anni, su altri fronti, ad uno svilimento e ad una banalizzazione della figura femminile che ci offende e ci degrada, e che attenzione, sta scivolando silenziosamente dalla tv ai luoghi di lavoro, ai luoghi della vita sociale.
    Credo che sul senso, percepito o reale della sicurezza, si potrebbe incominciare ad affrontare l’argomento delle libertà delle donne.
    Trovo che sarebbe utile riparlarne, confrontarsi, riformularlo nuovamente forse, anche con l’apporto delle sensibilità delle giovani donne.
    Dico questo perché quando si parla di sicurezza si toccano inevitabilmente i temi delle libertà, dei diritti della persona.
    Il grado in cui le donne sono a pieno titolo soggetto di diritti e libertà individuali, (non solo formali) ci dice molto dello sviluppo e della democrazia di una società.

    Un altro piano invece riguarda le misure che realmente possono essere adottate per limitare i flussi dell’immigrazione.
    Domanda: possiamo evitarla? Ridurla? La risposta per me è no! lo dicono i numeri semplicemente.
    Lo dicono il numero di abitanti dell’India e della Cina, lo dicono la fame, le guerre, le carestie, le epidemie, insomma le speranze di vita che milioni di esseri umani hanno nei loro paesi d’origine.
    Chi può fermare un essere umano disperato e affamato? nemmeno i muri posti dagli Usa al confine con il Messico, nemmeno il timore di essere inghiottiti dalle onde del Mediterraneo, ecc. ecc.

    Quale futuro dunque, per i nostri figli, per i nostri giovani, per le generazioni future?

    Posto che non possiamo nemmeno tentare di cambiare la rotta dell’economia globale, delle multinazionali, degli interessi delle case farmaceutiche, delle lobby del petrolio, dell’oro, dei diamanti, in virtù dei quali in Africa si combattono guerre fratricide e si mandano bambini soldato ad ammazzare.
    Posto che non possiamo fermare le lobby delle armi, dei rifiuti tossici inviati nei paesi del terzo modo, degli OGM, dell’industria alimentare, per la quale anche il grano è diventato bisness, posto che non possiamo fermare il crimine organizzato nella tratta di questi stranieri schiavi, utilizzati in lavori massacranti in nero, a giornata, a meno di voler essere considerati fanatici, estremisti e comunisti, non ci resta che lavorare a favore dell’integrazione.

    L’integrazione (conoscenza, scambio ed educazione) è tutto ciò che possiamo fare, e per citare Emma Bonino in una sua recente intervista a radio Radicale, “non per bontà, ma per necessità”.

    Allora anch’io, seguendo la falsariga dell’intervento di Daniela Piani vorrei fare una domanda.

    Sul nostro territorio quali interventi concreti possiamo attuare, che abbiano un minimo di respiro e non si esauriscano nel giro di qualche anno o di qualche slogan? Quale futuro per i nostri figli?

    Siamo sicuri che i nostri figli abbiano bisogno di nuovi centri commerciali di appartamenti su appartamenti? O forse non è il caso di incominciare a guardare al futuro con nuovi occhi? Magari che guardino la realtà a tutto campo.

    Io credo che possiamo provarci.

    Potremmo cominciare dall’idea che il territorio non può essere visto solamente come qualcosa da sfruttare e spolpare.

    Magari possiamo provarci rivedendo anche l’idea di comunità, che non sia solo l’insieme di quei cittadini, che diventano cittadini quando smettono i panni di lavoratori stanchi e se ne tornano nelle loro case per guardare la tv.

    Io partirei da qui.

    Grazie Ivana

    Sull’argomento immigrazione, se non l’avete già visto vi consiglio “In questo mondo libero” di Ken Loach, si trova anche in Dvd.

  3. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ivana, quante cose dici, quanti temi tocchi nel tuo intervento! La risposta non può stare in un solo post od in un solo commento. In realtà è l’intero blog che vuole provare ad essere una risposta. Anche il titolo – AmareVignola – decisamente melenso (me lo dicono in tanti, me l’ha detto per prima mia figlia quindicenne) vuole richiamare la prospettiva che tu assumi nel tuo intervento. Inutile qui introdurre distinzioni rispetto alle cose che dici – distinzioni che pure vorrei fare (ed ho provato a fare in alcuni post), soprattutto sulle politiche di “contrasto” della clandestinità. Inutile introdurre distinzioni, perché la visione che sta dietro al tuo intervento la condivido ampiamente. Il Dvd del film di Ken Loach ce l’ho, anche se non ho ancora trovato il tempo per guardarlo. Io ti suggerisco un altro filmato, prodotto localmente. Si tratta del video “Racconto straniero” prodotto dall’Unione Terre di Castelli e con la regia di Daria Menozzi (è uno dei frutti di un progetto che ho promosso da assessore). Racconta appunto la vita, le tribolazioni, i sogni di alcuni stranieri che abitano qui da noi. E’ da vedere. Se vuoi te ne posso dare una copia (VHS).

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