Che fare?

Lunedì 5 maggio una donna è stata violentata sul margine del fiume Panaro a Savignano. Un episodio di estrema gravità che colpisce tutti noi. L’aggressore, fermato dopo poche ore dalle forze dell’ordine, è un cittadino straniero, marocchino, ventenne, domiciliato a Vignola, ma tuttora con la residenza nella regione Campania. Un episodio che sconcerta e che deve chiamare cittadini e soprattutto amministratori ad un impegno ancora più forte per la sicurezza di questo territorio. Come ha affermato il Sindaco Adani: “Quello che è successo è di una gravità estrema e impone un impegno sulla sicurezza ancora più deciso e risoluto”. Cosa possiamo fare a livello locale perché episodi del genere non si verifichino più? La risposta è tutt’altro che semplice. La prima cosa è però prendere sul serio il problema. Essere seri, in tal caso, significa anche evitare strumentalizzazioni. Nelle dichiarazioni, specie dei politici, io non vorrei vedere né il riferimento ad episodi di violenza avvenuti in questi giorni in altre parti d’Italia (riferimento che sembra un distogliere lo sguardo che deve invece stare assolutamente fermo su quello che succede in questo territorio), né descrizioni allucinate come quelle che si riferiscono alla provincia di Modena come ad “una sorta di parco divertimenti per la criminalità”. La seconda cosa è potenziare il controllo del territorio. Potenziare la presenza delle forze dell’ordine (e questo è compito dello stato), della polizia municipale (e questo spetta all’Unione Terre di Castelli – che in effetti ha già in programma un potenziamento dell’organico), utilizzare a tal fine la tecnologia (il programma di installazione delle telecamere almeno nella zona del Centro storico deve essere realizzato con celerità), potenziare anche i controlli “sociali” (dai volontari per la sicurezza fino ad una più attenta distribuzione degli eventi di animazione che sono anch’essi forme di presidio del territorio). Ma forse anche questo potrebbe non risultare sufficiente. Occorrerà probabilmente mettere in campo ulteriori azioni – da individuare. E qui ho solo un suggerimento su un terzo aspetto: il tema della sicurezza (e della sua interrelazione con quello della presenza crescente degli immigrati stranieri) è un tema complesso che richiede la nostra migliore capacità di programmazione, attuazione, verifica dei risultati. Abbiamo bisogno di governare in modo integrato una pluralità di azioni. Abbiamo bisogno cioè di un Piano articolato di interventi. Ed abbiamo bisogno di misurare periodicamente l’efficacia delle nostre azioni, chiamando anche i cittadini a valutare i risultati conseguiti. La capacità di leggere, anche criticamente, i risultati conseguiti (o mancati) è fondamentale. Significa adottare consapevolmente un approccio che periodicamente “rende conto” – a noi come amministratori, a tutta la cittadinanza. Un’ultima cosa. Poter disporre di un’indagine che periodicamente ci dice quale percezione hanno i cittadini del grado di insicurezza/sicurezza del territorio e, soprattutto, di quanto i cittadini cambiano il loro comportamento per reagire all’insicurezza che percepiscono. Anche questo ci aiuterebbe a mantenere focalizzata l’attenzione, con continuità, su questo tema fondamentale per la comunità del territorio vignolese.

Domenica 4 maggio avevo scritto alcune considerazioni sul tema immigrazione e criminalità. Con l’episodio del giorno dopo sono divenute certamente obsolete. Ma forse non del tutto. In ogni caso è da qui che bisogna ripartire per progettare un’azione di controllo del territorio ancora più efficace. Sul tema vedi anche le riflessioni di Tito Boeri su LaVoce.info (vedi).

Immigrati e criminalità. Che cosa sappiamo? Che cosa possiamo fare?
Una recente indagine condotta in Emilia-Romagna ha evidenziato che il 28% dei residenti ritiene che la presenza degli immigrati stranieri contribuisca “molto” ad aumentare la criminalità. La percentuale sale al 75% se si sommano anche coloro che pensano che gli stranieri contribuiscono “abbastanza” all’aumento della criminalità (A.Colombo, Gli stranieri e noi. Immigrazione e opinione pubblica in Emilia-Romagna, Il Mulino, Bologna, 2007; vedi). Partiamo da questo dato. E’ una percezione corretta? Indubbiamente sì. Ce lo confermano alcuni dati. Il 30% dei detenuti nelle carceri italiane sono stranieri. Per molte tipologie di reato gli stranieri denunciati sono in proporzione assai maggiore rispetto ai cittadini italiani. E’ però importante introdurre sin da subito una precisazione: la stragrande maggioranza di questi reati sono commessi da stranieri clandestini. Ad esempio il 92% degli stranieri denunciati per violazione della legge sugli stupefacenti è priva di permesso di soggiorno; così anche l’89% di quelli denunciati per furto; e così via (per questi ed altri dati vedi Barbagli M., Regolarizzazioni, espulsioni e reati degli immigrati in Italia (1990-2004), in Barbagli M., Colombo A., Sciortino G. (a cura di), I sommersi e i sanati. Le regolarizzazioni degli immigrati in Italia, Il Mulino, Bologna, 2004, pp.201-222, vedi; dati più recenti sono nel rapporto curato da Barbagli per il Ministero dell’Interno vedi). Facile dunque giungere alla conclusione – corretta – secondo cui se si vuole ridurre la criminalità dovuta agli stranieri si deve contrastare l’immigrazione clandestina. Si deve anche cercare di “sottrarre” gli stranieri ai circuiti dell’illegalità (ad esempio sottraendoli al lavoro “nero”), ovvero offrire loro chances per entrare nella legalità (e poi starci). Questo significa anche lavorare per la loro integrazione: casa, lavoro, famiglia, figli – tutti fattori che riducono la probabilità di commettere reati. Insomma, le ricerche di cui disponiamo ci dicono che se si vuole ottenere una riduzione della criminalità degli immigrati occorre impostare politiche diversificate: di breve e di lungo periodo. Occorre, da un lato, impostare politiche che favoriscano l’integrazione dei cittadini stranieri – politiche la cui competenza ricade (prevalentemente) sugli enti locali. E queste sono politiche di lungo periodo (riguardano, ad esempio, la cosiddetta “seconda generazione”). Occorre, dall’altro, impostare politiche che riducano la presenza di immigrati irregolari, ovvero di clandestini (anche se è bene distinguere tra immigrati entrati clandestinamente ed immigrati entrati regolarmente, ma che poi non rinnovano il permesso di soggiorno). E queste sono politiche di breve/medio periodo e sono (prevalentemente) di competenza dello stato. E occorre perseguire le une e le altre, assieme. Occorre cioè avere l’intelligenza per evitare che le une (quelle di contrasto della clandestinità) danneggino le altre (quelle volte a favorire l’integrazione), come avviene invece con certe norme della legge Bossi-Fini che rende precario lo status di regolare (straniero con permesso o carta di soggiorno) perché lo lega in modo troppo rigido ad un contratto di lavoro e perché impone procedure amministrative che ciascuno di noi riterrebbe vessatorie (vedi). Il contenimento dell’immigrazione irregolare può avvenire quindi in due modi: rendendo più efficienti i controlli di frontiera per impedire l’ingresso di clandestini (attuando procedure di “respingimento”) e aumentando i controlli interni per individuarli e quindi espellerli. Tutte cose che oggi lo stato italiano non fa un granché bene e che dunque vanno migliorate. In effetti sta qui il punto debole dell’azione statale, giacché per procedere all’espulsione lo straniero deve essere identificato e deve esserne stabilita la nazionalità (per poterlo rimpatriare). A questo servono i Cpt: trattenere gli stranieri in attesa di identificazione e per predisporne il rimpatrio. Per questo forse non è male allungare i tempi di permanenza massima – come si sta discutendo di fare in sede UE (vedi) – pur garantendo loro condizioni dignitose (ed oggi non è sempre così).
C’è inoltre anche un terzo “modo” per ridurre gli stranieri irregolari: quello di trasformare il loro status giuridico promuovendoli da clandestini a stranieri regolari. E’ chiaro che meno efficaci sono le politiche di controllo degli accessi, più probabile diventano le sanatorie, ovvero le regolarizzazioni a posteriori. Ricordiamo che in Italia la sanatoria maggiore – legge n.189 del 2002 – l’ha realizzata il Governo Berlusconi, con la regolarizzazione di 634.728 stranieri: una cifra pari alla somma dei regolarizzati nelle 3 precedenti sanatorie del 1990, 1995, 1998. Se non si investe nel controllo delle frontiere (con quel che consegue in termini di accordi bilaterali per agevolare i rimpatri, ecc.), se non si investe nel controllo interno (controlli di polizia, ma anche ispezioni per ridurre l’offerta di lavoro non regolare), è inevitabile ricadere in sanatorie periodiche.
In ogni caso il controllo dell’immigrazione clandestina è di grande importanza, ai fini della riduzione della criminalità, proprio in quanto la maggior parte dei reati commessi da stranieri sono imputabili a stranieri clandestini. Se vogliamo che non passi l’equazione immigrazione uguale criminalità dobbiamo farci carico di una più efficace azione di contrasto dell’immigrazione irregolare e clandestina; dobbiamo lavorare di più e meglio per promuovere una piena integrazione degli immigrati regolari.

2 Responses to Che fare?

  1. Marcello ha detto:

    Cosa possiamo fare a livello locale perché episodi del genere non si verifichino più?

    Nulla perché non è possibile azzerare il rischio. Qualsiasi politica seria sulla sicurezza deve nascere dalla consapevolezza che non è possibile impedire del tutto e dappertutto certi reati. Possiamo solo tenere basso il rischio in generale o annullarlo in determinati luoghi e momenti.

    Partiamo da questo ragionamento.

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Certo, Marcello. Il senso della domanda, pur nella sua formulazione “retorica”, era proprio questo: cosa possiamo fare – a livello locale – per minimizzare il rischio? O, per essere più espliciti ancora, cosa può fare l’amministrazione comunale? Certo, anche qui sapendo che il compito di contrastare reati e delitti è innanzitutto delle forze dell’ordine, ovvero dello stato. Da tempo questi territori chiedono un potenziamento dell’organico delle forze dell’ordine. C’è probabilmente anche l’esigenza di un più intenso scambio informativo, ad iniziare dai dati sui reati denunciati, ecc. Detto questo, è anche vero, però, che ci sono alcune cose – e cose importanti – che le amministrazioni comunali possono fare. Alcune sono accennate nel mio post, altre vanno certamente messe a fuoco meglio.

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