Diario di scuola

“«Capisci? Capisci o no quello che ti spiego?» Non capivo. Questa inattitudine a capire aveva radici così lontane che la [mia] famiglia aveva immaginato una leggenda per datarne le origini: il mio apprendimento dell’alfabeto. Ho sempre sentito dire che mi ci era voluto un anno intero per imparare la lettera a. La lettera a, in un anno. Il deserto della mia ignoranza cominciava al di là dell’invalicabile b. «Niente panico, tra ventisei anni padroneggerà perfettamente l’alfabeto.» Così ironizzava mio padre per esorcizzare i suoi stessi timori.” (p.15) A parlare è Daniel Pennac, autore francese assai famoso anche in Italia per i romanzi che raccontano le vicissitudini di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio, e della sua colorita famiglia. Chi l’avrebbe detto? Uno scrittore di successo che a scuola era un somaro, un somaro vero. E in questo libro (vedi), non un vero e proprio diario, ma uno sguardo retrospettivo sulla propria esperienza scolastica, inframezzato da considerazioni pedagogiche (eh sì, Pennac è stato anche insegnante nei licei di provincia – dunque: dal banco alla cattedra e ritorno), si squarcia il velo del pensiero e delle emozioni del somaro e ci si interroga sul potere “trasformativo” della scuola, nel bene e nel male. Si getta luce sulla sofferenza patita dal ritrovarsi ad essere considerato un somaro, dal sentirsi un somaro. Sulla sofferenza di non capire, di non riuscire ad imparare: “ripetevo … instancabilmente, come un bambino che continua a masticare, a masticare senza inghiottire, a ripetere senza assimilare” (p.19). Con la particolarità, però, che a compiere quest’opera di “rischiaramento” sul somaro (che era) e dunque su una certa categoria di somari in generale, è uno scrittore (oggi) di libri di successo. Una “condizione”, quella del somaro, che lascia il segno, che scava progressivamente nella personalità: “è la prerogativa dei somari, raccontarsi ininterrottamente la storia della loro somaraggine: faccio schifo, non ce la farò mai, non vale neanche la pena provarci, tanto lo so che vado male, ve l’avevo detto, la scuola non fa per me … La scuola appare loro un club molto esclusivo di cui si vietano da soli l’accesso. Con l’aiuto di alcuni professori, a volte.” (p.20) E’ un’esperienza che segna in profondità, che definisce l’identità stessa del ragazzo: “ero negato a scuola e non ero mai stato altro che questo” (p.48). Ed ancora: “Per molto tempo mi sono portato dietro i segni di quella vergogna.” La vergogna di non essere all’altezza delle aspettative degli adulti ed in primo luogo degli insegnanti: “mi cadono le braccia …”, “non posso capacitarmi …”, “ma sei proprio duro di comprendonio!” E, se è vero che “possiamo anche guarire dalla somaraggine” – come testimoniato da Pennac stesso – “le ferite che essa ci ha inflitto non rimarginano mai del tutto.” (p.74)

Daniel Pennac

E’ un libro piacevole da leggere e, appunto, illuminante. Di sicuro interesse per chi di mestiere fa l’insegnante od il genitore – in quest’ultimo caso soprattutto se vostro figlio non ha almeno “buono” in tutte le materie più importanti (altrimenti potrebbe non essere per voi esistenzialmente importante un interrogativo come: “funziona davvero la scuola?”). Se invece siete insegnanti o genitori di figli non brillantissimi (o siete stati voi stessi non brillantissimi a scuola), allora dalla lettura del libro potrete essere stimolati a riflettere su almeno quattro temi.
[1] Dalla scuola occorre, a volte, difendersi – esserne protetti. Ovvero fare in modo che certe esperienze passino nel modo “più leggero” possibile, senza produrre guasti irreversibili. Non si vuole certo generalizzare, ci mancherebbe! Ma del fatto che un qualche rischio lo si può correre, occorre essere consapevoli. Sappiamo che per essere bravi insegnanti occorrono particolari abilità comunicative e capacità di coinvolgimento, oltre ad un impegno assiduo (e ciò non è sempre presente). Sappiamo da tempo che i meccanismi di selezione del corpo insegnante, così come i meccanismi di “incentivazione” di quelli più meritevoli non funzionano al meglio. Sappiamo anche che alcune routines organizzative e professionali finiscono con il nascondere il problema. Qualche sintomo? Lo troviamo nelle pagine di Pennac: “il giudizio più diffuso di tutte le schede di valutazione: mancanza di basi” (p.67). Per alcuni professori “eravamo sempre la peggior prima, seconda, terza, quarta o quinta della loro carriera, non avevano mai avuto una classe meno …” (p.213). Oppure, giudizi del tipo: “le capacità le avrebbe, ma non si applica”. Provocazione: non potrebbe essere il caso, come per i medici, ottenere almeno consapevolezza di ciò e dunque richiedere ai futuri insegnanti una sorta di “giuramento d’Ippocrate”? Primo: non nuocere!
[2] Prestiamo attenzione al fatto che l’esperienza di Pennac è stata condotta nella scuola francese, non in Italia. Dunque il problema è forse più generale – non sono in ballo solo i limiti (conosciuti) di un sistema scolastico (quello italiano). C’è in ballo, invece, un problema di matching tra routines pedagogiche e caratteristiche individuali. In alcuni casi può trattarsi solo di una “fioritura tardiva” (p.81). In ogni caso, quando l’alunno dubita radicalmente delle proprie capacità forse è bene riconoscere l’“inutilità degli interventi psicologici più benintenzionati.” (p.99) Non è un caso se, anche nell’esperienza personale di Pennac, ciò che mette in moto una dinamica positiva è l’essere posti (in modo nuovo) in condizione di agire: l’essere messi nelle condizioni di fare qualcosa, poter dimostrare, innanzitutto a se stessi, che si è capaci (di fare qualcosa che poi anche gli altri possono riconoscere ed apprezzare). Non c’è bisogno di scomodare Watzlawick e colleghi (vedi) per riconoscere che il problema è quello del Barone di Münchausen che si solleva dalle sabbie mobili tirandosi su per il codino (eppure può funzionare!). Si potrebbe concludere: meno psicologi, più “azione” (anche più “rotture” delle routines). Oppure: la soluzione è cambiare il contesto (il frame); ma la scuola sa e può farlo? Conclusione forse grossolana, ma che indica un orizzonte all’interno del quale si trova la giusta soluzione.
[3] La scuola può ferire, ma anche “salvare”. Lo sappiamo: “la scuola è fatta prima di tutto dagli inegnanti”(p.45). Tanti (e già questo aspetto – il numero, dunque la possibilità della differenza – è un elemento importante) e pure diversi tra loro. Alcuni “salvano”. Come quelli che hanno salvato Pennac e, probabilmente, come quelli che hanno “salvato” noi (o che, meno drammaticamente, ci hanno spinto in avanti, appassionato, dato fiducia, ecc. “Hanno capito che occorreva agire tempestivamente. Si sono buttati. Non ce l’hanno fatta. Si sono buttati di nuovo, giorno dopo giorno, ancora e ancora … Alla fine mi hanno tirato fuori. E molti altri come me. Ci hanno letteralmente ripescati. Dobbiamo loro la vita.” (p.33) E se Pennac può, con sentimento di riconoscenza, affermare di aver “sempre avuto la sensazione di essere uno scampato”, non è forse vero che “i somari irrimediabilmente perduti sono molto più numerosi”? (p.74) Non saprei. Ma vale la pena porsi l’interrogativo.
[4] Che la famiglia possa ferire o anche di più (lo ricorda anche Pennac a p.195: “l’80% circa dei delitti di sangue avviene nel contesto famigliare”) – anche questo lo sappiamo. Senza arrivare a tanto, è però già significativa la sindrome del “rinvio” (il problema lo affrontiamo domani, confidando segretamente che basti spostarlo nel tempo per “risolverlo”) descritta da Pennac – una delle forme di manifestazione dell’irresponsabilità del mondo adulto, questa volta genitoriale (bellissime le pp.67-69). Quando, pur percependo che nel rapporto dell’alunno (il figlio) con la scuola c’è un problema, si preferisce chiudere gli occhi, confidando che tutto andrà comunque a posto (o che, comunque, il “problema” non diventerà tale da richiedere di essere affrontato come tale – ovvero come un problema, da dichiararsi in modo esplicito), che il tempo sistemerà tutto senza che qualcuno debba metterci intelligenza ed energia. Non sempre è così, però.
Insomma, si tratta certamente di un libro da tenere ben visibile sulla cattedra (ma anche ben in evidenza sulla mensola dei libri, a casa).

Daniel Pennac e Stefano Benni parlano di Diario di scuola su You Tube:

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