Quella magica parolina: governance

11 Giugno 2008 by Andrea Paltrinieri

Riflessioni sulla governance come nuova modalità del governo locale anche a Vignola.

Governance è un termine che sempre più spesso si ritrova nei discorsi sulla politica e sull’amministrazione anche in Italia. E’ solo una moda? O questa innovazione terminologica segnala qualcosa di sostanziale, un fenomeno nuovo? Buona la seconda, direi. In Gran Bretagna, dove il concetto si è sviluppato, il termine governance è stato adottato con l’intento di distinguere una nuova modalità di “governo” rispetto al tradizionale government. Quest’ultimo termine si riferisce all’esercizio dell’autorità legislativa e normativa delle istituzioni pubbliche di governo. Con leggi, decreti, atti di governo si assumono decisioni vincolanti per la collettività. Ma cosa succede quando ampi settori prima sottoposti alla regolamentazione statale o delle autorità locali vengono sottratte a questi poteri, ad esempio a seguito di politiche di de-regolamentazione o di privatizzazione? E’ quanto avvenuto in Gran Bretagna con i governi Thatcher. E’ qui che entra in scena un modo diverso di intendere il “governo” di un settore o di un ambito locale, appunto con il concetto di governance. Questo termine, infatti, fa riferimento all’azione di “regolazione” o di “influenza” esercitata in quegli ambiti dove le decisioni politiche vincolanti non possono (più) essere applicate o dove non risulterebbero efficaci per perseguire l’obiettivo che l’amministrazione si è posta. L’esercizio della governance, in altri termini, presuppone una capacità di “direzione” ed “influenza” che va oltre il confine entro cui l’amministrazione può assumere decisioni vincolanti. Esso richiede quindi, almeno in una certa misura, l’ottenimento del consenso da parte dei soggetti interlocutori o, perlomeno, un accordo circa il soddisfacimento dei reciproci interessi. Il fatto che anche in Italia il concetto di governance si sia diffuso, magari senza coglierne in modo chiaro le implicazioni di fondo, riflette il fatto che anche da noi cambia qualcosa di sostanziale nel fenomeno “governo”. Guardiamo cosa succede a livello locale, prendendo come riferimento proprio Vignola.

Szene vor der stadt - Paul Klee (particolare)


Per comprendere la nuova rilevanza del concetto di governance occorre riconoscere un fenomeno che ha investito le amministrazioni locali. Una serie di servizi pubblici locali (gestione rete gas e acqua, raccolta rifiuti, trasporto urbano, ecc.) sono stati, con soluzioni via via più “aziendalistiche” ed a scala più ampia, affidati ad enti terzi od aziende, in cui magari l’ente locale detiene partecipazioni azionarie, regolati da contratti di servizio. E’ il caso di Hera, AMO (l’Agenzia per la mobilità che presiede ai trasporti pubblici locali), ecc. Parallelamente, per rafforzare la propria capacità operativa e per dare maggior “peso” (anche politico) al territorio, le amministrazioni comunali hanno dato vita a diversi enti di secondo livello: l’Azienda di Servizi alla Persona (ASP) “G.Gasparini” (l’ex-Coiss) per la gestione dei servizi sociali, l’Unione di comuni Terre di Castelli a cui sono trasferite le funzioni relative alla scuola, al personale, all’informatica ed alle reti, alla polizia municipale, ora anche alla pianificazione territoriale (con il PSC); ma anche, per fare un esempio, la Strada dei Vini e dei Sapori per la promozione turistica ed “organismi” analoghi. Per semplificare possiamo dire che l’ente locale assume sempre più una configurazione di holding, con rapporti di partecipazione (e dunque di controllo), a volte forti a volte particolarmente deboli (pensiamo alle grandi aziende come Hera) nei confronti degli enti partecipati. La creazione di aziende, agenzie, ecc. mentre rafforza la capacità operativa, introduce però un problema di “governo” del sistema. Quest’ultimo non può più avvenire nella forma del comando diretto, se non altro per il fatto che in questi enti partecipano numerosi soggetti (altre amministrazioni comunali, a volte organizzazioni non profit, a volte privati). I nuovi enti risultano indubbiamente meno docili ai comandi dei vertici politici e/o amministrativi di ogni singolo Comune. Il quadro però è ulteriormente complicato da altri enti od organismi, spesso promossi dall’amministrazione comunale, ma poi divenuti formalmente autonomi. Pensiamo a Vignola Grandi Idee per la promozione del commercio, oppure alla Consulta del volontariato per l’ambito degli interventi sociali e sanitari. Questa è oggi la nuova configurazione del “governo” locale. E per questo occorre, coerentemente, parlare di governance, anziché di government. Anche a Vignola, come altrove, nel corso dell’ultimo decennio, si è ridotta la sfera di government e questo ha aperto uno spazio maggiore all’unica possibile forma di “governo” e “regolazione”, la governance, appunto. Su questa trasformazione mi sento di fare due considerazioni.
[1] Lo spostamento nell’equilibrio tra government e governance richiede nuove capacità delle istituzioni locali e degli amministratori. Occorrono nuovi strumenti informativi e di rendicontazione (es. Bilancio di Missione) per comprendere come operano gli enti a cui sono stati conferiti servizi o funzioni. Occorrono nuovi strumenti, anche locali, per rilevare il grado di soddisfazione degli utenti (che cosa sa oggi l’amministrazione comunale del livello di servizio percepito degli utenti di Hera o dell’ATCM?). Inoltre, ad una ridotta (e tuttora in progressiva riduzione) capacità di “comando diretto” occorre far corrispondere una crescita della capacità di influenza e di consenso sugli obiettivi alti delle politiche di settore. Difficile riuscire a fare ciò senza amministratori di alta competenza e di forte capacità di individuare i veri issues. Difficile riuscire a fare ciò senza nuove “infrastrutture” della comunicazione, dell’ascolto e della partecipazione che possano produrre un consenso ampio nei cittadini, nelle forze economiche e sociali circa gli obiettivi a cui l’amministrazione si impegna per la città. Su diversi di questi aspetti anche l’amministrazione comunale di Vignola è in ritardo. Ad onor del vero occorre anche dire che da noi il problema è più acuto per via di una configurazione di governo particolarmente complessa (pensiamo solo alle esperienze, assolutamente rare, dell’Unione di comuni e dell’ASP). Essendo stati innovatori su questi fronti oggi non abbiamo modelli consolidati di governance di complessità comparabile a cui riferirci per individuare soluzioni da applicare nella nostra realtà. Ma proprio per questo è di grande importanza e di somma urgenza l’aprire una seria riflessione e discussione su questi temi.
[2] Colgo da tempo segnali rispetto al fatto che questa nuova configurazione del “governo” locale non ha prodotto un’adeguata riflessione e risposta né nel sistema dei partiti, né negli organi politico-istituzionali. Il ruolo del Consiglio Comunale, ad esempio, viene pesantemente investito da questa trasformazione, visto che una serie di informazioni e di decisioni “puntuali” sono sempre più spesso sottratte alle assemblee elettive (che si limitano a prendere la “madre” di tutte le decisioni – la deliberazione del Bilancio di previsione – senza però avere gli strumenti, anche solo informativi, per comprendere come gli ingenti trasferimenti agli enti di secondo livello si tradurranno in politiche). Dal canto loro, i partiti, anche quelli di maggioranza, svolgono da tempo un ruolo puramente “reattivo” (e per questo marginale) nella configurazione dei nuovi processi decisionali e su molte decisioni che, nella nuova configurazione, sono assunte “lontano” da quello che una volta era il “centro” del sistema (la giunta). Pensiamo solo alla vicenda dell’Unione Terre di Castelli. Intanto va detto che, nonostante quanto previsto dallo Statuto, il Consiglio dell’Unione non ha approvato alcun programma per la legislatura iniziata nel 2004! Questo non significa certo che l’Unione “naviga a vista”, ma certamente l’azione dell’organo esecutivo non avviene all’interno di un quadro politico-programmatico di legislatura condiviso (o meglio: non c’è alcun atto formale che certifichi tale condivisione). Ma l’aspetto decisivo è che, mentre l’Unione Terre di Castelli è operativa dal 2002, oggi (6 anni dopo) nessuna delle forze politiche che ne sostengono la maggioranza ha dato vita ad un’organismo stabile di livello sovracomunale e che sia in grado di proporsi come interlocutore politico allo stesso livello di scala dell’Unione. Dal 2002 ad oggi non c’è mai stata una riunione delle 5 segreterie o dei 5 “comitati direttivi” del principale partito di maggioranza per discutere delle decisioni importanti assunte dall’Unione! Insomma ad una mutata “infrastruttura” istituzionale non corrisponde alcuna nuova “infrastruttura” politica. E con ciò siamo di nuovo al punto già evidenziato: la complessità della holding comunale sposta l’equilibrio tra “governo diretto” (government) e “governo indiretto” (governance) a favore di quest’ultimo. Sia le istituzioni, sia le forze politiche debbono prendere maggiore consapevolezza di questa trasformazione e delle sue implicazioni ed innovare sia negli strumenti di governance, sia nelle “infrastrutture” politiche. Se non si fa questo, la capacità di governo dell’intero sistema locale inevitabilmente peggiora. Qualche segnale c’è già. Conviene dunque affrettarsi a svolgere il nuovo “compito”.

Andrea Segrè (e il Last Minute Market) a Vignola

8 Giugno 2008 by Andrea Paltrinieri

Martedì 10 giugno, alle ore 21 presso la biblioteca Auris di Vignola, Andrea Segrè presenta il suo ultimo libro, Elogio dello –spr+eco, intervistato da Umberto Costantini, volontario della Bottega d’Oltremare-LAG di Vignola (vedi). Andrea Segrè è Preside della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, oltre che professore ordinario di Politica agraria della stessa facoltà (vedi). E’ inoltre l’ideatore del Last Minute Market, un sistema di recupero e di utilizzo dei prodotti alimentari invenduti dei supermercati (sul tema vedi sia un precedente libro di Segrè, Lo spreco utile, sia il sito web www.lastminutemarket.org). Tali prodotti, invenduti perché con difetti di confezionamento o perché a pochi giorni dalla scadenza, vengono raccolti e distribuiti ad organizzazioni di volontariato ed enti di assistenza. Nato da un progetto di ricerca portato avanti grazie all’impegno di alcuni studenti, il Last Minute Market è presto divenuto uno spin-off universitario: un’impresa cooperativa – Carpe Cibum – specializzata nella logistica e nella gestione amministrativa finalizzata, appunto, all’utilizzo delle eccedenze. Grazie al progetto Last Minute Market, attivo in 14 città in Italia, nel 2007 283 tonnellate di beni alimentari ancora perfettamente idonei al consumo sono stati salvati dallo smaltimento evitando che venissero gettati come rifiuti. I prodotti recuperati sono stati forniti gratuitamente ad associazioni benefiche in tempo utile per consentire loro un risparmio sull’acquisto di beni alimentari pari a 816.000 euro e la conseguente possibilità di offrire gratuitamente 504.671 pasti, garantendo l’alimentazione a 2.206 persone. La cosa di grande interesse di questa innovazione sociale è che realizza un modello win-win, dove cioè entrambe le parti vincono: la grande distribuzione perché evita i costi di smaltimento, il volontariato perché beneficia gratis di generi alimentari per i propri assistiti. E se provassimo a realizzare questo sistema a Vignola o, meglio ancora, sul territorio dell’Unione Terre di Castelli? AAA Cercasi assessori desiderosi di impegnarsi nell’impresa. Ma veniamo al libro. Composto da immagini, esperienze, letture interdisciplinari, giochi di parole, formule, il libro ruota attorno a due concetti fondamentali: quelli di spreco e di sufficienza. Iniziamo dallo spreco, un tratto distintivo della nostra società del sovraconsumo. Nei paesi occidentali una quota tra un quarto ed un terzo della produzione alimentare viene sprecato. Difficile organizzare le cose diversamente. Ciò che si può fare, allora, è la “valorizzazione” di questo spreco. Farlo diventare uno “spreco utile”. E’ appunto l’esperienza del Last Minute Market. Un modo innovativo per collegare due mondi altrimenti separati: quello di chi produce o accumula in eccesso e quello di chi, non avendo capacità d’acquisto, soffre la fame. Grazie a questa innovazione, lo spreco diventa una risorsa. Esperienza interessantissima già di per sé. Ma che lo diviene ancora di più se, come fa l’autore, la si carica di valenze culturali: “il fine ultimo del Last Minute Market è culturale. Viviamo in una società molto abbondante che spreca tanto e non se ne rende conto, rimuovendo dal suo immaginario scarti e rifiuti.” (p.75) Questa esperienza di “valorizzazione” dello spreco rappresenta alla società stessa un aspetto che altrimenti rimarrebbe nascosto e dunque non percepito. Appunto che questa società è possibile solo grazie a quote rilevanti di spreco. Rendere visibile questo fenomeno è importante visto che a livello sociale mancano dispositivi che consentono di riconoscere “quando abbastanza diventa troppo” (p.96). Mentre a livello individuale c’è una percezione dell’eccesso (sappiamo tutti quando abbiamo mangiato troppo), non è così a livello sociale. Il Last Minute Market dunque, oltre alla sua funzione sociale di redistribuzione, svolge anche una funzione culturale di segnalazione ed allerta. Ci segnala che qualcosa non va nella nostra società.
E arriviamo così alla seconda idea guida: quella di sufficienza. Concetto imparentato con quello di “decrescita” (o, meglio, di “a-crescita”) diffuso grazie ai lavori di Serge Latouche (cfr. Latouche S., Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, pp.136, 9 €). L’idea di “sufficienza” mette in questione la teoria classica della crescita economica. Anche perché quest’ultima è sempre meno credibile, sia per ragioni ambientali che sociali. Per ragioni ambientali perché il consumo di risorse dei paesi occidentali (es. un americano consuma energia come 30 africani) non può essere generalizzato a livello planetario, pena la castrofe (se il fattore di consumo del mondo occidentale venisse generalizzato, ciò sarebbe equivalente all’avere una popolazione mondiale più di dieci volte quella attuale; p.47). Ma anche per ragioni sociali, visto che la previsione di un trickle down effect (uno sgocciolamento verso il basso dei benefici della crescita, cioè verso le classi sociali inferiori) è palesemente contraddetto dai fatti. Negli ultimi decenni, in effetti, la disuguaglianza sociale, sia nelle principali società occidentali (anche in Italia!), sia nel mondo, si è accresciuta piuttosto che diminuire! Ma sufficienza (o a-crescita, sobrietà, ecc.) non significa certo una riduzione del benessere sociale. Anzi. E’ vero piuttosto che l’indicatore oggi comunemente usato per misurare la crescita – il PIL – è del tutto inadeguato per rilevare il benessere. Ingorghi, incidenti, inquinamento, ecc. fanno aumentare il PIL, ma non sono certo fenomeni che aumentano il benessere. La questione è nota da tempo – lo riconosce anche Segrè – ma attende ancora una risposta.

Retail Park all’ex-Sipe. Alcune considerazioni pacate (e sperabilmente solide)

5 Giugno 2008 by Andrea Paltrinieri

Nel luglio 2007 è stato stipulato, tra Immobiliare Grande Distribuzione (IGD) e la proprietà dell’area “Le alte” nell’ambito del complesso ex-Sipe, il contratto preliminare per la realizzazione di un complesso immobiliare ad uso commerciale (definito Retail Park). Nel progetto originario (vedi), oggi in corso di modifica, il complesso immobiliare era ipotizzato con estensione di 20.000 mq di superficie di vendita autorizzata (a cui si aggiunge ulteriore superficie per altre attività, fino al raggiungimento dei 39.700 mq previsti). Tale complesso non è previsto nell’Accordo di Programma stipulato nel 2004 tra gli enti locali, accordo che prevedeva comunque 39.700 mq destinati ad “attività commerciali e direzionali di tipo DT1”. Nella discussione di queste settimane, a fronte del generale apprezzamento per la bonifica e recupero dell’area e per la possibilità di finanziare la realizzazione del Parco Scientifico Tecnologico, è soprattutto su questo “Parco commerciale” – Retail Park che la discussione è risultata più accesa. E’ su questo “snodo” che vorrei pertanto concentrare alcune riflessioni, premettendo, a scanso di equivoci, che condivido pienamente gli obiettivi che con l’Accordo di Programma relativo all’area Sipe le amministrazioni comunali si sono poste: recupero di un’area degradata ed inquinata; acquisizione di aree verdi per la realizzazione di un ampio “polmone” verde per la valle del Panaro; realizzazione di un Parco Scientifico Tecnologico che promuova l’innovazione del tessuto produttivo del territorio.
[1] In questa discussione è bene partire da quanto previsto dai vigenti strumenti di pianificazione commerciale, ovvero dal POIC (Piano Operativo per gli Insediamenti Commerciali di interesse provinciale e sovracomunale) approvato dal Consiglio Provinciale il 19 luglio 2006. Come avviene oggi con gli atti di pianificazione, il POIC è stato definito grazie ad un percorso di consultazione istituzionalizzato di attori pubblici e privati, consentendo di acquisire un consenso ampio sugli scenari di sviluppo della rete commerciale di interesse provinciale e sovracomunale. Il POIC prevede, per il distretto “Valle del Panaro”, un incremento di 7.000 mq complessivi per il non alimentare (di cui 6.000 mq con localizzazione prevista nel Comune di Marano). Questo incremento è il frutto di valutazioni condivise in sede di Conferenza di Pianificazione. A queste valutazioni il Consiglio Provinciale si è attenuto anche nell’approvare la risposta negativa all’osservazione presentata dal Presidente di Green Village Spa, Erminio Petillo (che aveva richiesto di inserire l’area Sipe tra le aree di rilevanza sovracomunale ai fini della programmazione commerciale e dunque di inserire nel POIC la previsione di 20.000 mq di superficie di vendita: 10.000 mq per una grande struttura non alimentare e 10.000 mq per medie strutture). Nelle controdeduzioni si osserva che: “risultano attualmente insediabili nell’area, oltre ad esercizi commerciali di vicinato, strutture di vendita medio-piccole (fino a 1.500 mq), nonché aggregazioni di medie strutture di vendita la cui superficie di vendita complessiva non superi i 5.000 mq.” Qual è il senso di tutto cio? A mio modo di vedere questo. Con il POIC è stata analizzata la realtà del distretto “Valle del Panaro” ed è stato concordato in Conferenza di Pianificazione sia il fabbisogno di strutture commerciali, sia la risposta (appunto + 7.000 mq nel distretto). Quali sono i motivi che ci portano oggi, a neppure due anni di distanza ed a POIC vigente, a rivedere queste valutazioni? A mio modo di vedere è bene attenersi alle valutazioni, partecipate e condivise, che sono state formalizzate nel POIC. E’ bene, cioè, che le valutazioni sul fabbisogno precedano la negoziazione con il privato e non che sia quest’ultima a definire cosa è auspicabile od anche solo “sostenibile” per il territorio. Questo momento di una lettura socialmente condivisa (tramite un apposito percorso istituzionalizzato) del fabbisogno di strutture commerciali medie e grandi per la Valle del Panaro deve essere salvaguardato.
[2] C’è una seconda considerazione da fare. Ed è una considerazione – una preoccupazione – circa l’impatto sulla rete commerciale esistente dei 17.800 mq che l’ipotesi di accordo con la proprietà prefigura oggi. Si deve osservare che la superficie totale degli esercizi al dettaglio in sede fissa (non alimentare) è pari a 32.036 mq a Vignola (385 esercizi) e 9.771 mq a Spilamberto (158 esercizi) (CAIRE, Ricognizione rete commerciale al dettaglio, p.4; è un documento preparatorio al PSC dell’Unione Terre di Castelli), per complessivi 41.807 mq (543 esercizi). Il Retail Park IGD alla Sipe, con 17.800 mq di superficie di vendita corrisponde al 42,6% della superficie totale degli esercizi al dettaglio (non alimentare) nei due comuni. E’ alquanto difficile pensare che, stante queste proporzioni, il nuovo Retail Park non abbia un forte impatto negativo sulla rete commerciale esistente a Vignola e Spilamberto (e nei due centri storici). Dunque, è bene prendere sul serio gli interrogativi che in diversi hanno posto. E’ davvero poco plausibile ritenere che il Retail Park IGD nell’area Sipe andrà ad esercitare un forte impatto negativo su una rete commerciale che manifesta già diversi segni di fragilità? E’ davvero poco plausibile ritenere che tale impatto, sommandosi ad altri trend in atto, prefiguri un “prezzo da pagare” troppo alto per il territorio conseguentemente alla realizzazione del Retail Park? Consideriamo infatti due ulteriori trend che incidono comunque sulla rete commerciale esistente. Il primo è che, comunque, la rete commerciale sul territorio non è ferma. A Castelvetro ed a Spilamberto si sta realizzando un ampliamento dei centri Coop (strutture inferiori a 1.500 mq). A Vignola il POIC prevede la possibilità di crescita, tramite rilocalizzazione, dell’unica struttura con più di 2.500 mq di superficie commerciale (fino ad una superficie complessiva di vendita fino a 6.000 mq). A Vignola, inoltre, è stata di recente liberalizzata la localizzazione delle strutture medio-piccole (250-1500 mq), con previsione di una crescita della superficie di vendita nel medio periodo (per spostamento di strutture già esistenti e/o per accorpamento di “licenze” di esercizi fino a 250 mq). Sempre a Vignola sono state rese disponibili 4 nuove autorizzazioni per strutture non alimentari di classe dimensionale 250-1500 mq ed alcune sono in effetti divenute operative negli ultimi tempi. Il secondo è dato da processi di “degrado sociale” che iniziano ad interessare le zone centrali della città (in Centro Storico a Vignola gli stranieri sono il 46% dei residenti) – un processo che difficilmente può essere ritenuto coerente con la valorizzazione, anche commerciale, dei centri storici. Si tratta di processi in atto che, uniti all’impatto del Retail Park, rischiano di mettere pesantemente in difficoltà le nostre città, proprio a partire dalle attività commerciali localizzate “in centro”.
Questi due argomenti mi portano a ritenere che l’attuale dimensionamento ipotizzato per il Retail Park nell’area Sipe (17.800 mq) non possa essere ritenuto accettabile. Ritengo altresì che una “variante” alla pianificazione commerciale nel distretto “Valle del Panaro” non debba essere realizzata inserendo tale previsione nel documento di piano del PTCP, senza una preventiva fase di analisi e di concertazione (come invece fatto per il POIC). Mi sembra pertanto razionale la richiesta delle associazioni di categoria vignolesi (CNA, Lapam, Confesercenti), contenuta nel documento presentato alla stampa il 27 maggio, di limitare la superficie del Retail Park a quanto oggi consentito dal POIC per il Distretto Valle del Panaro.
[3] C’è un terzo argomento utilizzato nella discussione di queste settimane che dovrebbe, a mio modo di vedere, essere usato con maggiore cautela. Per giustificare la “razionalità” del Retail Park nell’area Sipe si è fatto a volte riferimento alla migrazione verso altri territori dei consumatori residenti nel Distretto. La localizzazione tra Vignola e Spilamberto del Retail Park fermerebbe questo esodo. Probabile che ci sia anche questo effetto. Occorre però considerare che non sembra essere questo il motivo per cui il Retail Park viene ad essere collocato in quest’area: non è, cioè, per soddisfare i bisogni dei consumatori del distretto, bensì per portare qui consumatori residenti su un bacino molto più ampio. Nella presentazione che ne fa IGD si dice infatti che “la localizzazione, tra l’autostrada e la Pedemontana che collega i due capoluoghi di provincia, consentirà di raggiungere un bacino gravitazionale 0-30 minuti di 450.000 abitanti.” Sono le affermazioni del “venditore” ed in quanto tali è bene farci la tara. Ma è su dati e ragionamenti di questo tipo che occorre fare i conti. Come ha già rilevato qualcuno ciò significa inevitabilmente aumento delle polveri sottili. Occorre infine considerare che l’aumento dell’autosufficienza commerciale del distretto potrebbe, plausibilmente, essere ottenuta con molto meno che i 17.800 mq prospettati oggi dalla proprietà.

Ho svolto questi tre argomenti sapendo che sono solo tasselli di un puzzle molto più ampio ed anche abbastanza complicato da comporre in modo razionale e soddisfacente per l’esito finale. Credo però che il processo decisionale possa solo beneficiare da una discussione pubblica ampia ed approfondita. E dove, sperabilmente, si riescano a mettere in gioco argomenti e controargomenti fondati, che aiutano a mettere a fuoco la scelta migliore. E’ un gioco che deve vedere il massimo impegno di tutti: istituzioni, forze politiche, associazioni di categoria, singoli operatori. La posta in gioco è alta. Ne va della qualità e del futuro di questo territorio.

Rendere conto. Possiamo chiedere più trasparenza sui risultati a politici ed amministratori?

2 Giugno 2008 by Andrea Paltrinieri

“Senza un «rendere conto» oggettivo e veritiero da parte degli amministratori non è possibile esprimere un giudizio consapevole, e quindi l’esercizio del diritto di voto perde il suo significato di espressione libera e razionale sull’operato di una classe dirigente e diventa un mero atto di fede (o di rassegnazione). Non è quello che ci si aspetta da un Paese civile.” Così scrive Stefano Pozzoli su Il Sole 24 Ore del 31 marzo 2008 (vedi). Rendere conto, ma come? Politici, sindaci ed amministratori non rendono già conto del loro operato? E così non fanno anche i partiti che li sostengono, ogni volta che si presentano alle elezioni? Non rendono già conto di ciò che fanno periodicamente sulla stampa? Tutto questo è vero, ma non è affatto sufficiente. Non è sufficiente se si vuole “spingere” la politica ad innalzare la propria capacità di fare. Troppo spesso, infatti, ci si ferma al momento dell’atto politico, dell’approvazione della legge, del lancio di un programma. Ma i risultati? Facciamo un esempio. Alla fine del 2003 il governo Berlusconi ha approvato una norma di legge che disponeva l’erogazione di un assegno di 1.000 euro per ogni figlio nato successivamente al primogenito (legge 24 novembre 2003, n.326). Norma poi riproposta con le legge finanziaria per il 2006, ma estendendo l’assegno anche ai primogeniti. Si tratta del cosiddetto “bonus bebè”. L’intervento era presentato come una misura “tendente a favorire la natalità”, una misura volta a contrastare il basso tasso di natalità che da tempo caratterizza l’Italia. Indubbiamente fa piacere a tutti ricevere 1.000 euro in occasione della nascita di un figlio. Ma la questione vera è: questa misura è efficace? Raggiunge l’obiettivo per cui è stata presentata? Ovvero, contribuisce a favorire la natalità? Il giudizio degli esperti è unanime: no (vedi). In realtà non serve neppure scomodare gli esperti. Basta leggersi il Libro Bianco sul welfare presentato nel 2003 dall’allora ministro Maroni. Vi si dice che la nascita di un figlio comporta una spesa aggiuntiva di 500-800 euro mensili. Capite? Mensili. Difficile pensare che 1.000 euro erogati una tantum possano essere un contributo che incide sulle scelte di natalità di una coppia. Ed in effetti l’assegno di 1.000 euro non ha inciso sul tasso di natalità, non ha spostato assolutamente niente. Ribadisco. Ricevere un contributo fa piacere, ma sono di ben altra portata le politiche efficaci a sostegno della famiglia e dei progetti di natalità delle coppie! Se i politici fossero stati chiamati a “rendere conto” di quella scelta (e del conseguente impiego di risorse, sottratte ad altri impieghi) oggi l’opinione pubblica saprebbe in modo più puntuale quello che ogni famiglia sa: serve molto di più per sostenere davvero la famiglia e per aiutarla ad affrontare il “costo dei figli”. E’ solo un esempio. Un esempio di un problema molto più generale e che riguarda sia la politica nazionale, sia quella locale. Scrive Roger Abravanel in Meritocrazia. 4 proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto, Garzanti, Milano, 2008 (vedi), pp.295-296: “Al contrario delle imprese, dove alla fine il mercato richiede risultati, le macchine pubbliche rispondono a logiche politiche: si premiano le dichiarazioni roboanti, si osservano gli «eventi» e non i risultati.” E’ possibile aiutare i cittadini (e pure gli amministratori) a focalizzare l’attenzione sui risultati? Qualcosa si può fare. Perseguendo una maggiore trasparenza: “la trasparenza, la completa trasparenza, quella che gli anglosassoni chiamano total disclosure.” (come precisa Michele Salvati sul Corriere della sera del 3 aprile 2008). La “battaglia” per la trasparenza, per l’informazione facilmente accessibile a tutti, per la rendicontazione, è una battaglia per il miglioramento della politica e dell’amministrazione (anche locale). Ad esempio almeno una cosa, importante, si può fare con relativa facilità a livello locale. Adottare il bilancio di missione come strumento annuale di rendicontazione dell’amministrazione comunale. E pubblicare sul sito web del comune un confronto puntuale tra gli impegni assunti in sede di bilancio di previsione e le cose effettivamente fatte. Sembra una cosa banale, ma c’é ancora qualche amministratore che è convinto che non valga la pena investire in maggiore trasparenza, ovvero in un’informazione accessibile a tutti, oggettiva e rivolta a confrontare gli impegni presi con i risultati raggiunti. E infatti si vede. Sul proprio bilancio – l’atto fondamentale rinnovato ogni anno – il Comune continua a produrre documenti illeggibili ai più. Così facendo riduce forse il rischio che qualcuno possa verificare qualche impegno disatteso, ma soprattutto rende più difficile ai cittadini comprendere dove l’amministrazione sta portando la loro città.

Sull’ex-Sipe. Considerazioni di Francesco Galli

28 Maggio 2008 by Andrea Paltrinieri

Ricevo e pubblico volentieri un appunto sul “progetto SIPE” di Francesco Galli, componente del Comitato direttivo del PD di Vignola ed ex-assessore. Il tema è ampiamente dibattuto sia all’interno del PD, che tra le forze sociali ed i cittadini (come si rileva dalla lettura dei quotidiani locali). Ogni intervento intelligente può aiutare a prendere la decisione migliore. Segue un commento di Letizia Riccovolti, anche lei componente del Comitato direttivo del PD di Vignola (AP).

60mila abitanti in più rispetto al 2005. Ma soprattutto più anziani, che arriveranno al 21 percento dei residenti, 50mila stranieri in più, il 16% del totale, e nuclei familiari più frammentati. E’ lo scenario demografico al 2015 ipotizzato dalla Provincia di Modena nel PTCP (vedi; sul PTCP ed il suo percorso vedi). Numeri che tutti devono considerare anche ora che stiamo discutendo di una piccola parte, ancorché importantissima per l’Unione Terra di Castelli, del tutto. Secondo la Provincia questa crescita va controllata e mitigata con specifici interventi, per impedire di consumare ulteriormente un territorio particolarmente delicato e limitato. Ma tutto sommato si ritiene sostenibile questo scenario. C’è invece chi pensa che questo scenario non sia sostenibile e che, per questo, sia necessario procedere ad un brusco cambio di rotta. Tanto per intenderci, imprese che necessitano di forza lavoro poco specializzata e a basso costo, richiamano inevitabilmente stranieri, la cui presenza, sempre più numerosa nella società modenese, genera paure, al di là dei singoli gravissimi episodi criminosi. Ma ci sono anche i costi sociali dell’incremento dell’immigrazione: spese ospedaliere, di assistenza, di integrazione. O pensiamo che a loro non spettino i nostri diritti? Un’agricoltura che non produce redditi importanti per gli agricoltori, finisce per essere abbandonata o restare come attività complementare e residuale, la vicenda delle Basse di Vignola è emblematica. Ma gli agricoltori, come riconoscono tutte le più recenti direttive europee, sono i primi custodi dell’ambiente. E l’ambiente, in Emilia Romagna, una delle regioni più fortemente antropizzate del mondo, è la priorità delle priorità. Cosa c’entra tutto questo con il recupero dell’area Sipe? Il recupero dell’ex Sipe per il vignolese è un intervento strategico e emblematico. Decisivo per tratteggiare le future linee di sviluppo e in grado di essere cartina di tornasole delle strategie che le amministrazioni intendono mettere in campo. Da qui, la particolare attenzione con cui si deve procedere.

La contrarietà delle associazioni. Da un punto di vista politico, basterebbe la contrarietà manifestata da numerosi soggetti associativi per suggerire prudenza. Cna, Confesercenti e Lapam Federimpresa, dopo gli incontri con gli associati, hanno elaborato un documento comune per chiedere alle amministrazioni interessate, di aprire un tavolo di confronto sul recupero dell’area e bocciano in toto la proposta di modifica dell’accordo del 2004. La stessa Confcommercio è stata pesantemente sollecitata dalla sua base associativa a prendere posizione contro la proposta avanzata dalla proprietà. I sindacati sono intervenuti nel merito e lo stesso hanno fatto numerose organizzazioni ambientaliste. Possibile che tutti difendano solo interessi particolari e non capiscano la bontà delle scelte che stanno operando le amministrazioni? Ma senza entrare nel merito dei singoli aspetti sollevati: gli effetti del Parco commerciale sulle attività dei centri urbani dell’Unione; l’impatto ambientale delle opere previste, in fatto di traffico, inquinamento e impermeabilizzazione del suolo; la scarsa centralità del parco scientifico tecnologico rispetto al progetto nel suo complesso e alle future strategie di investimento di Provincia e Università su ricerca e innovazione; quello che maggiormente preoccupa è il messaggio che si lancia. Possibile davvero che per lo sviluppo del vignolese si punti su Parchi commerciali come Casalecchio? E’ davvero questo che vogliamo?

Un po’ di Toscana a Modena. In una Provincia fortemente urbanizzata, stretta fra distretti produttivi ad alto rischio occupazionale e ambientale, come il tessile a Carpi, le ceramiche a Sassuolo e il biomedicale a Mirandola, attività che o richiedono molta manodopera a basso costo e sono esposte alla concorrenza selvaggia di Paesi emergenti o hanno un forte impatto sull’ambiente, il distretto agro-alimentare vignolese è un’area che deve preservare la sua diversità. Con uno slogan, siamo una enclave della Toscana a Modena. Difendere questa peculiarità è fondamentale e non è con i Centri commerciali che lo facciamo. Se davvero esistono carenze competitive o merceologiche, si proceda a studi approfonditi, la Provincia ha appena varato il Poic, e si agisca di conseguenza, senza eccessi e cercando di massimizzare l’utile pubblico delle scelte. Risorse che devono poi essere destinate a sostenere gli asset strategici dello sviluppo, a cominciare dall’agricoltura. Agricoltura, ambiente, territorio e servizi di qualità alla popolazione sono priorità su cui investire, e tanto. In questa logica ci sta sicuramente anche il Parco scientifico e tecnologico che deve però nascere con ampie garanzie di crescita, con le risorse pubbliche necessarie per sostenerne l’avvio e con piena condivisione del progetto da parte delle piccole e medie imprese locali, i primi referenti del polo tecnologico. Variante urbanistiche che consentano di costruire new town e parchi commerciali al privato di turno, mi pare che mal si concilino con la logica di sviluppo che ho provato a descrive. Ed è, comunque, proprio di questa, più ancora della modifica dell’accordo del 2004 sull’ex Sipe, che il Pd dovrebbe discutere a lungo, perché è dalle scelte strategiche sullo sviluppo che devono poi dipendere le azioni concrete.

Come procedere. E’ evidente, dalle considerazioni sopra esposte, che procedere ad una modifica forzata dell’accordo del 2004, senza recepire le istanze avanzate dalle associazioni di categoria, sarebbe un grave errore politico. Ma non solo. Si perderebbe infatti l’occasione di ripensare in modo complessivo allo sviluppo del territorio, facendo scelte coraggiose e di prospettiva. Da qui, l’esigenza di ricomprendere l’intera pianificazione economica e commerciale, all’interno degli strumenti regolatori sovracomunali e provinciali, in discussione. A cominciare dal Psc e dai successivi Poc. Nessuna variante ad hoc sarebbe comprensibile e difendibile, al di là del merito delle singole operazioni. E’ dall’insieme delle operazioni che si intendono mettere in campo che si deve determinare la sostenibilità dell’operazione Ex Sipe. Senza dimenticare che accanto al parco scientifico e tecnologico, servono anche risorse per sostenere l’agricoltura e la difesa dell’ambiente. Per questo, credo che il cuore del Psc debba essere rappresentato dall’identificazione delle linee strategiche dello sviluppo dell’Unione Terre di Castelli, in modo da consegnare ai futuri amministratori un documento politico – pianificatorio vincolante, anche per eventuali alleanze elettorali. In estrema sintesi, credo sia inevitabile uno “stop and go” per ripensare il progetto di recupero dell’area Sipe sulla base delle scelte complessive contenute nel Psc.

Un commento (di Letizia Riccovolti)

Questa mia brevissima solo per condividere le considerazioni di Francesco Galli, evitando di ripetere inutilmente i concetti già espressi e sottolineare alcuni aspetti e temi che mi sembrano importanti e che mi trovano pienamente d’ accordo.
Primo fra tutti, il bisogno che sento diffuso tra i cittadini, di vedere tradotta in azioni concrete e “di buon senso” quell’attenzione nei confronti di un ambiente già molto compromesso, ambiente che anche per me deve diventare priorità assoluta
In secondo luogo, una grande perplessità in merito alla scelta di favorire un consistente aumento della popolazione; mi chiedo a questo proposito se sia mai stata fatta una attenta analisi dei costi-benefici di tale operazione (quanta ICI e quanti oneri occorrono per recuperare i soldi necessari a costruire scuole, a fornire servizi vari, a smaltire i maggiori rifiuti, ad aiutare le famiglie bisognose?). Nutro da tempo la convinzione che ogni territorio per le sue caratteristiche fisiche, morfologiche, economiche e sociali abbia una capacità contenitiva oltre la quale si rischia il tracollo od il crollo della qualità della vita dei cittadini; tutto ciò, a prescindere dalle specifiche scelte urbanistiche (i grattacieli non ci consentono di inserire maggior popolazione se il territorio non la “regge” - consumano meno territorio ma molta più energia). Ciò comporta la necessità di un’attenzione puntuale nei confronti del suo utilizzo che deve sempre avere presente una progettualità d’insieme, articolata e completa in ogni sua parte, e soprattutto deve sempre avere ben presente l’obiettivo finale e cioè “ cosa e come quel paese deve diventare” rispettando tale obiettivo nel tempo.
Inoltre, il desiderio e la convinzione che proprio nel distretto agro-alimentare Vignola possa trovare una sua peculiarità e diversità rispetto alle altre realtà vicine, anche in considerazione della sua posizione geografica a differenza di Carpi, Mirandola o Sassuolo, con la conseguente necessità di sostenere l’agricoltura ed i nostri prodotti tipici.
Ancora, la bocciatura totale che la proposta di modifica dell’accordo del 2004 ha provocato in molti soggetti associativi induce a mio avviso ad agire con estrema prudenza, pur senza dimenticare che un accordo esiste, ed è quello del 2004, e che esistono dei diritti già acquisiti da parte del privato, diritti che non danno adito necessariamente a modifiche significative dettate da eventuali nuovi soggetti e nuove esigenze: se la necessità è quella di ridiscutere gli accordi, ciò vale anche per il soggetto pubblico che non necessariamente deve sottostare a nuove e diverse richieste, soprattutto di fronte a tanta ostilità generalizzata.
Tutto ciò, per concludere che non è possibile, pur recependo la fretta e l’urgenza, esaminare e discutere singolarmente dell’area ex-Sipe senza comprendere l’intera pianificazione e senza ricevere informazioni ed impegni in merito “all’insieme delle operazioni che si intendono mettere in campo”, in modo da permettere il formarsi di quel documento politico-pianificatorio vincolante citato nelle considerazioni finali di Galli.

Ancora su sicurezza ed immigrazione. Un appunto di Daniela Piani

22 Maggio 2008 by Andrea Paltrinieri

Daniela Piani, medico ospedaliero e componente del Comitato Direttivo del PD di Vignola mi ha trasmesso questo testo in cui svolge considerazioni in parte “divergenti” rispetto a quelle che avevo svolto nel precedente post. La discussione (seria) è per me un piacere e dunque eccole qua.

L’episodio di violenza attualmente al centro dell’attenzione pubblica rimarrà tale per molto tempo, perché si inserisce in quella lunga serie di modificazioni che il nostro ambiente di vita e culturale ha subito in conseguenza del progressivo e rapido incremento della popolazione extracomunitaria o straniera in generale: in alcuni quartieri di Vignola non si sente più parlare italiano e proliferano attività di certo non degne o propizie al fiorite di un “centro commerciale naturale” e tantomeno del “salotto buono” del paese; nelle scuole si devono aumentare gli interventi e gli sforzi del personale docente NON per favorire la transculturalità (andiamo noi italiani con la mente in altre culture e conosciamo altre lingue!), ma la “alfabetizzazione italiana” di utenti (alunni) le famiglie dei quali sono ben disposte a lavorare in Italia, molto meno ad assorbirne la cultura e le tradizioni; i nostri servizi (scuola in primis, sanità subito dopo) sono pressati  da un aumento notevole della  richiesta di prestazioni e interventi, senza essere attrezzate per farvi fronte. Là dove deve intervenire poi la giustizia o le forze dell’ordine si apre la crisi più profonda: carceri…, rimpatri impossibili perché il ministero dell’interno non ha mai predisposto i mezzi…etc. Il problema non è qui il controllo come dice Andrea: una società civile non vive e prospera sotto il controllo sistematico di forze dell’ordine, della tecnologia, di sistemi di sorveglianza: non ci serve il grande fratello!
Ci serve una politica dell’immigrazione che risponda in primis a queste domande: che tipo società vogliamo/desideriamo per il nostro futuro e quello delle prossime generazioni? un’Italia/Europa senza confini, aperta a tutti perché tutti vogliono entrare e non possiamo fermarli? Accettiamo di mettere in discussione così la nostra identità di nazione e culturale e di esporla al pericolo di estinzione o di profondo stravolgimento che un’immigrazione prodottasi in modo rapido e massiccio (vedasi 46% di stranieri nel centro storico di Vignola!), senza i tempi necessari per un vero incontro tra civiltà,  una vera integrazione sociale comporta?   Perché l’integrazione tra nazioni si realizzi occorre tempo e luoghi di incontro/confronto adatti: dobbiamo certamente “assorbire” gli stranieri che vengono in Italia, non esserne travolti: ad esempio i Francesi sono molto sensibili alla tutela del territorio che per loro è cospicua fonte di introito economico per attività turistiche, ma i magrebini, che non condividono questo tipo di interesse, persistono nell’abbandonare lungo le coste e le spiagge ogni sorta di prodotto di rifiuto o di scarto; la raccolta differenziata è stata quindi imposta dalle autorità locali come obbligo per sensibilizzare tutti i residenti al problema! (sono spariti i cassonetti della spazzatura generici e lungo le strade si reperiscono solo quelli specializzati in vetro, plastica, rifiuti organici..).
Ciò che noi lasciamo ai nostri figli non è solo un patrimonio genetico, ma anche e soprattutto l’ambiente di vita: urbano, sociale, culturale. Sono quelli che “informano” la loro educazione, sviluppano le loro idee circa chi siamo/sono, quali valori difendiamo/eranno e  quale futuro immaginano. Un ambiente di vita caotico, problematico, spesso degradato da un uso inadeguato comunica insicurezza, confusione e può far sorgere reazioni irrazionali di difesa.  Non esiste un “carico  di immigrazione straniera sostenibile” come dice Andrea, se prima non rispondiamo a queste domande e scopriremo che, quanto più siamo legati a certe idee e anche superstizioni su come è e deve essere il nostro territorio, tanto meno siamo disposti ad accettare cambiamenti, soprattutto quelli che una immigrazione massiva impone. Il Centro Territoriale Permanente è certamente una buona iniziativa, ma richiede di selezionare, tra la popolazione che desidera entrare in Italia, quella quota che è motivata a integrarsi, a cooperare, a incontrasi con l’ospite, altrimenti questi centri andranno deserti.
E’ veramente etico accettare l’immigrazione di tante persone provenienti in particolare da paesi disagiati, senza avere prima stabilito in modo serio dei contatti diplomatici internazionali “seri=credibili=sistematici=con programmi e scadenze nel tempo”, volti a fondare e promuovere politiche credibili di sviluppo e di reciproco scambio con le nazioni di provenienza? Perché non accettare stranieri solo nell’ambito di programmi di interscambio economico/culturale/altro?
Abbiamo il  dovere morale di NON isolarci, ma anche il diritto di pretendere di scegliere quali sfide affrontare in futuro: il contatto e l’integrazione con nuovi stranieri è certamente benvenuto se si svolge in un cotesto e con le modalità che consenta ad entrambe le parti di conoscersi, affrontarsi e risolvere problemi; solo così si può aspirare allo sviluppo, altrimenti ci attenderà un declino e un impoverimento generalizzato. Per modalità mi riferisco all’assoluta necessità di migliorare le istituzioni principali del nostro stato: scuola e più in generale istruzione, sanità/tutela del diritto alla salute, regolamentazione attività produttive e commercio, perché queste sono le sedi di incontro, i punti di contatto tra nuovi arrivati e residenti e in tali sedei devono avere l’opportunità di incontrasi proficuamente. Il dovere dell’accoglienza per chi è già arrivato, seppure in modo illegale o clandestino, e vive del suo lavoro o “abbia ben meritato nei confronti dell’umanità” è comunque ASSOLUTO.

Il conflitto delle interpretazioni. E la risposta della politica (quella seria)

18 Maggio 2008 by Andrea Paltrinieri

Giovedì 15 maggio si è tenuto un incontro del Comitato Direttivo del PD di Vignola per riflettere sul tema della sicurezza, a partire dall’episodio di violenza sessuale di lunedì 5 maggio. Qui di seguito sviluppo le considerazioni fatte nel mio intervento, centrato su tre aspetti: un’analisi della comunicazione “politicizzata” avvenuta sull’episodio; le politiche per la sicurezza; le politiche per l’immigrazione.

[1] L’episodio di violenza sessuale su una donna italiana compiuto da un ragazzo marocchino lunedì 5 maggio è un episodio che ha modificato l’agenda politica del territorio. In questi giorni questo è stato il tema. Non sappiamo per quanto ancora lo sarà. Quando l’agenda viene modificata in modo così marcato è fondamentale, per una forza politica, essere in grado di comunicare. Occorre avere delle cose da dire. Ma occorre anche fare delle cose – specie se si governa la città. Un’analisi della comunicazione a mezzo stampa sull’episodio evidenzia una certa peculiarità – una sorta di “conflitto delle interpretazioni”, per rubare il titolo di un libro di Paul Ricoeur. L’episodio del 5 maggio ha in effetti due componenti: è un episodio di violenza sessuale; l’aggressore era un cittadino straniero. E’ bene tenere presente questi due elementi, visto che su di essi si costruiscono diverse strategie di comunicazione (politica). Da un lato sta infatti una comunicazione che enfatizza quasi esclusivamente l’aspetto della violenza sessuale, senza fare riferimento al fatto che l’aggressore era straniero. Esemplare è il volantino dell’iniziativa Libere di correre in cui quest’ultimo aspetto non è neppure citato. Essendo un’iniziativa promossa da donne la cosa è assolutamente comprensibile, ma anche assolutamente corretta. Sappiamo infatti che la violenza sulle donne avviene in misura preponderante nell’ambiente domestico! (vedi). Questo registro è adottato anche dalle istituzioni locali. Dall’altro lato sta invece la comunicazione delle forze politiche – Lega Nord, PdL – che, anche perché (localmente) all’opposizione, enfatizzano gli aspetti negativi connessi ai processi migratori. In questo caso la comunicazione è: l’immigrazione porta criminalità – dunque basta immigrazione – gli stranieri tornino a casa loro. Due soli esempi: “Il costo umano di questa immigrazione non è più sopportabile“ (Enrico Aimi, L’Informazione di Modena, 7 maggio 2008). “Per la sinistra il violentatore di Vignola dovrebbe poter votare alle elezioni. Modena paga molto caro il multiculturalismo di una sinistra sorda e cieca.” (Andrea Leoni, PdL, dichiarazione riportata da Gazzetta di Modena, 8 maggio 2008; inutile aggiungere che tra il votare alle amministrative ed il commettere atti criminosi non c’è alcun nesso!). Ma è soprattutto la Lega Nord che enfatizza questo aspetto con un discorso dove sono mischiate considerazioni sui rischi dell’immigrazione, stereotipi culturali sull’Islam, richiamo alla “nostra” terra (ed alle “nostre” donne) e, soprattutto, un incivile tentativo di introdurre differenziazioni nel grado di attenzione e tutela dell’universo femminile: nel comunicato per la fiaccolata della Lega Nord (Gazzetta di Modena, e L’Informazione di Modena, 9 maggio 2008), si parla infatti di uno “sfregio continuo verso le nostre donne” (citazione testuale!) – come se di ciò che succede alle donne “non nostre” potessimo (o dovessimo) disinteressarci! (Nella cronaca nazionale di pochi giorni dopo emerge la concretezza di tale considerazione. Che saremmo tentati di ritenere assolutamente banale, ma che evidentemente così banale non è; sulla ripresa della xenofobia della Lega Nord vedi Renzo Guolo su La Repubblica del 23 dicembre 2007).
[2] Il tema della sicurezza dei cittadini è un tema da tempo ai primi posti dell’agenda dell’amministrazione comunale. E’ sin dall’inizio del suo mandato, nel 1999, che il Sindaco Adani si confronta con questo tema. I risultati ci sono. L’amministrazione è riuscita ad ottenere un incremento delle forze dell’ordine sul territorio: con la “Tenenza” a Vignola i carabinieri sono passati da 8 a 30 e l’effetto di una presenza più forte si vede (anche con riferimento all’episodio del 5 maggio: l’aggressore è stato individuato e fermato in poche ore). Nel 2006 è stata decisa la costituzione del Corpo unico di Polizia Municipale dell’Unione terre di Castelli. Nei prossimi giorni la nuova gestione diventerà pienamente operativa, anche grazie ad un consistente potenziamento dell’organico. Nel 2007 è stato approvato il progetto per la realizzazione del Nuovo polo della sicurezza e protezione civile a Vignola. Ed i lavori partiranno entro il 2008. Sempre nelle prossime settimane verrà installato un sistema di videosorveglianza nel centro storico. Dunque, i “fatti” ci sono. Penso che poche amministrazioni comunali possano esibire progetti e risultati comparabili. Ma è altrettanto vero che c’è ancora da fare. Ad esempio, in termini di “controllo” del territorio: un controllo da attuarsi con l’azione di forze dell’ordine e polizia municipale, con dispositivi tecnologici, ma anche un maggiore controllo “sociale”. Soprattutto occorre riprendere una impostazione sistematica sul tema della sicurezza. Riprendendo ed aggiornando – come richiesto dal Consiglio Comunale nel luglio 2007 – il Progetto Vignola città sicura, approvato dall’amministrazione comunale nel febbraio 2000 (assessore Maurizio Prandi) ed articolato in 18 azioni distinte (ma oggi deve necessariamente essere esteso a tutto il territorio dell’Unione). Impostazione sistematica significa anche rafforzare il processo pianificazione, attuazione e verifica. Tra le altre cose è importante realizzare periodicamente un’indagine sulla percezione della sicurezza/insicurezza dei cittadini (il primo – ma anche ultimo! – Rapporto sulla sicurezza nei comuni di Vignola, Spilamberto, Savignano risale al 2001!). Un’indagine che rilevi anche quanti cittadini (ed in particolare tra i gruppi sociali più sensibili al fenomeno: donne ed anziani) hanno modificato i propri comportamenti a seguito del sentirsi insicuri.
[3] Ugualmente impegnativa è la riflessione sulle politiche dell’immigrazione. Anche queste discendono da responsabilità diverse tra livelli istituzionali: stato, regioni, enti locali. Che i processi migratori comportino anche un aumento della criminalità – soprattutto legata alla presenza di stranieri clandestini – è cosa nota (vedi). Così come è noto che non esistono facili soluzioni. Anche in questo caso la cosa migliore è operare con serietà, cercando di sviluppare al massimo i processi di apprendimento (cosa funziona e cosa non funziona) evitando i proclami demagogici. Senza azioni strumentali e solo “simboliche”, cioè inefficaci, incapaci di incidere nella realtà. Si tratta, infatti, di mantenere un “difficile equilibrio” tra contrasto dell’illegalità (e criminalità) e politiche di accoglienza ed integrazione (vedi l’articolo di Deponti e Padula su Il Sole 24 ore del 17 maggio 2008). Il rinnovo del permesso di soggiorno (una pratica oggi inutilmente burocratizzata; vedi) deve essere legato ad una “verifica dei risultati” più articolata di quella odierna: lavoro stabile, alloggio, regolarità fiscale, apprendimento della lingua italiana . Ovviamente questo richiede offerta di servizi: se si richiede l’apprendimento della lingua o la conoscenza delle norme e delle leggi, deve esserci un’offerta di corsi od altri strumenti per rispondere a quell’esigenza (per l’apprendimento della lingua italiana segnalo che a Vignola è operativo dal 2001 il Centro Territoriale Permanente). A livello locale ci sono cose importanti che debbono essere fatte. Ne segnalo solo due. Innanzitutto occorre promuovere un più forte coinvolgimento delle comunità di immigrati e delle loro “rappresentanze” e delle loro realtà associative. Occorre trovare il modo per investire della questione sicurezza e legalità il Forum dei cittadini stranieri dell’Unione Terre di Castelli, investendolo, ora che la fase “conoscitiva” è terminata, di una questione di grande rilievo per l’inserimento degli stranieri. Questa è anche la richiesta avanzata dalla Cgil di Vignola nel volantino distribuito in occasione dell’iniziativa Libere di correre. Occorre riprendere – l’ultimo progetto è del 2004! – un intervento di promozione della conoscenza dei diritti e doveri degli stranieri e di promozione della legalità (contrasto di comportamenti che generano insicurezza). In secondo luogo occorre contrastare con maggiore determinazione i processi, che riguardano alcune aree di Vignola, di “segregazione” spaziale nella residenza degli immigrati stranieri (vedi).
Più in generale c’è un tema di fondo su cui occorre iniziare a sviluppare una seria riflessione. Oggi gli stranieri sul territorio sono il 12% circa. La crescita è di circa 1% all’anno. Nel 2015 – se continua l’attuale trend - gli stranieri saranno circa il 20%. Bisogna iniziare seriamente ad interrogarsi sulla capacità di accoglienza ed integrazione. Bisogna chiedersi: qual è il “carico” di immigrazione straniera “sostenibile” dalla realtà sociale di questo territorio? Sapendo che non ci sono soglie “in astratto”, ma anche che “soglie” sociali certamente ci sono. Significa riflettere sulla velocità dell’integrazione sociale, sugli “effetti collaterali” della presenza di stranieri, sugli atteggiamenti che i residenti (specie quelli culturalmente meno dotati) maturano. Significa approntare un sistema di rilevazione che sia in grado di cogliere i segnali di “malessere” della società locale – e quindi supportare l’azione amministrativa.

PISA in Emilia-Romagna!

14 Maggio 2008 by Andrea Paltrinieri

Non si tratta di uno “svarione” in geografia! PISA è un acronimo che sta per Programme for International Student Assessment. Si tratta di un programma promosso dall’OCSE per valutare le competenze dei quindicenni in tre ambiti: lettura, matematica, scienza (vedi). Il programma prevede la somministrazione di una serie di test, oltre ad un questionario per rilevare la condizione economica, sociale e culturale della famiglia, ad un campione di studenti dei paesi aderenti all’iniziativa (i 30 paesi OCSE più altri paesi partner). In questo modo viene misurato il livello di competenza (literacy) degli studenti di ciascun paese sui tre ambiti ricordati ed in tal modo si “misura” la performance di ciascun sistema scolastico. A titolo d’esempio, nell’ambito di PISA, la competenza di lettura viene definita come la capacità di comprendere, utilizzare e riflettere su testi scritti al fine di raggiungere determinati obiettivi, ovvero al fine di usare le conoscenze apprese dal testo. Nell’ambito di PISA ogni tre anni viene realizzata l’indagine sulle competenze. Le prime due edizioni sono del 2000 e 2003. La terza edizione è del 2006 (vedi). E’ proprio nell’ambito di quest’ultima edizione che la Regione Emilia-Romagna, assieme ad altre regioni, ha aderito all’indagine di valutazione internazionale, prevedendo un sovracampionamento degli studenti emiliano-romagnoli così da poter effettuare elaborazioni su base regionale e, dunque, effettuare il confronto tra i dati regionali, i dati nazionali ed i dati OCSE. Ebbene ora sono noti i risultati. Il 13 maggio 2008 sono stati presentati nel corso di un seminario promosso dall’Assessorato alla Scuola della Regione e dall’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna (vedi). Che cosa ci dicono questi dati? Alcune cose molto interessanti. Sapevamo da tempo che il sistema scolastico italiano non risultava ben posizionato nella “classifica OCSE” su tutti e tre gli ambiti indagati (lettura, matematica, scienza). Oggi sappiamo anche che dal 2000 al 2006 ha continuato a perdere posizioni (vedi). In queste materie i quindicenni italiani sanno meno dei loro coetanei dei paesi OCSE. Il loro grado di literacy (valore medio nazionale) è infatti inferiore alla media OCSE, spesso anche molto inferiore. E per i quindicenni dell’Emilia-Romagna? Per loro le cose vanno un po’ meglio. I risultati dei loro test li pongono sostanzialmente a livello della media OCSE. Vediamo. Gli studenti dell’Emilia-Romagna, alla rilevazione del 2006, hanno ottenuto i seguenti punteggi: competenza scientifica 510 (media OCSE 500, Italia 475), competenza matematica 494 (media OCSE 498, Italia 462), competenza di lettura 496 (media OCSE 492, Italia 469) (vedi i tre grafici, pdf). Collocarsi in prossimità della media OCSE vuol dire stare all’incirca a metà tra i 30 paesi OCSE, con performance simili a Repubblica Slovacca, Ungheria, Polonia, Spagna. Molto distanti dai “primi della classe”: Finlandia, Corea, Hong Kong, Olanda, Svizzera, Canada, Giappone. E’ la conferma che anche il sistema scolastico della nostra regione è in sofferenza, sebbene esibisca performance migliori rispetto alla media nazionale e ad altri territori (ma registri, invece, la performance più bassa tra le regioni del Nord Est). Bene ha fatto dunque la Regione Emilia-Romagna, come ricordava l’assessore alla scuola Paola Manzini, a mettere allo studio programmi di potenziamento degli insegnamenti in matematica, cultura scientifica e lingua inglese. Altro dato di estremo interesse che emerge da PISA riguarda l’influenza del contesto familiare. Correlando un indice Economico Sociale Culturale di Status (ESCS) con i risultati ai test si vede che al crescere dell’indice ESCS cresce il punteggio ai test. Un punto dell’indice ESCS equivale in ambito OCSE a +40 punti nei test di literacy (+31 in ambito nazionale). Si tratta dell’equivalente, all’incirca, di un anno di scuola! In sintesi cosa dice PISA a questa regione? Che seppure le cose vanno qui meglio che in altre parti d’Italia anche il nostro sistema scolastico non è immune dai mali (cronici) della scuola italiana. Anch’esso necessita dunque di forti interventi di miglioramento. E poiché è interesse della Regione e degli enti locali fare in modo che i cittadini di questa regione stiano al passo con i migliori in Europa, occorre da un lato sollecitare una seria e stabile riforma del sistema scolastico italiano. E, dall’altro, rafforzare la collaborazione con l’ufficio scolastico regionale e con le istituzioni scolastiche autonome (a livello locale) per mettere al centro dell’azione di tutti il nodo centrale: la performance della scuola. Anche a livello locale si richiede uno spostamento di focus! Altro insegnamento: per “governare” il sistema occorrono strumenti (affidabili) di monitoraggio e rilevazione. I dati PISA, pur con tutte le cautele del caso, misurano aspetti importanti delle competenze e ci dicono cose interessanti sull’efficacia delle politiche pubbliche in ambito scolastico. Sarebbe buona cosa iniziare ad adottare un siffatto metodo anche a livello locale.

Competenze in matematica rilevate in Emilia-Romagna, altre regioni italiane ed altri paesi partecipanti a PISA 2006

In Italia il monitoraggio del sistema scolastico è affidato all’INVALSI (vedi). Un’analisi più estesa ed articolata dei dati della rilevazione PISA 2006 relativi alla Regione Emilia-Romagna sarà oggetto di un volume curato da Giancarlo Gasperoni, edito da Il Mulino e la cui pubblicazione è programmata per il settembre 2008.

Esprimere solidarietà e reagire con determinazione. Ma senza strumentalità

9 Maggio 2008 by Andrea Paltrinieri

“Libere di correre. Camminata contro la violenza”. Questa iniziativa, promossa dall’associazione 8 marzo di Savignano, da altre associazioni di donne, dal Centro Documentazione Donna di Modena e da Cgil, Cisl e Uil di Vignola, va nella giusta direzione. Una camminata da Piazza Falcone, in centro a Savignano s.P. (ritrovo sabato 10 maggio ore 15.30), a piazza dei Contrari a Vignola, passando per il “percorso Sole”. Un modo per manifestare “affettuosa e forte” solidarietà e per richiamare l’attenzione di tutti sul tema della violenza alle donne (vedi). E’ un’iniziativa promossa dalla società civile, speriamo con la partecipazione di tanti cittadini, rappresentanti delle istituzioni, esponenti di tutte le forze politiche. Mi sembra che voglia rappresentare, assieme alla solidarietà, anche la ferita ricevuta, tramite un crimine odioso, da una comunità civile. Vedo invece il rischio della strumentalizzazione nella fiaccolata promossa dalla Lega Nord per lunedì sera. Una cosa colpisce (e ferisce) nella nota in cui viene comunicata l’iniziativa: si parla delle “nostre donne” che si sentono insicure - come se gli episodi che pure avvengono nei confronti di donne “non nostre” fossero affari che non ci riguardano. Purtroppo quando la politica si appropria strumentalmente dei drammi umani riesce solo a distruggere e non a promuovere una cultura dell’attenzione, del rispetto, della solidarietà. Oltre a distruggere la propria credibilità (ma questo è certamente il danno minore).

(Più in generale mi sembrano di grande intelligenza le considerazioni della sociologa Chiara Saraceno su La Stampa del 7 maggio 2008 che rappresenta il disagio dei cittadini comuni quando gli episodi di criminalità vengono “letti politicamente”; vedi)

Libere di correre. L\'arrivo del corteo a Vignola

Libere di correre, l’iniziativa promossa da diverse associazioni di donne è riuscita bene. Tra i 300 ed i 400 i partecipanti. Tanti i cittadini comuni (moltissime le donne), molti amministratori (tra cui il sindaco di Spilamberto, Francesco Lamandini, in rappresentanza dell’Unione Terre di Castelli) ed esponenti di partiti. Numerosi anche i cittadini stranieri. Nella foto l’arrivo del corteo a Vignola.

Che fare?

7 Maggio 2008 by Andrea Paltrinieri

Lunedì 5 maggio una donna è stata violentata sul margine del fiume Panaro a Savignano. Un episodio di estrema gravità che colpisce tutti noi. L’aggressore, fermato dopo poche ore dalle forze dell’ordine, è un cittadino straniero, marocchino, ventenne, domiciliato a Vignola, ma tuttora con la residenza nella regione Campania. Un episodio che sconcerta e che deve chiamare cittadini e soprattutto amministratori ad un impegno ancora più forte per la sicurezza di questo territorio. Come ha affermato il Sindaco Adani: “Quello che è successo è di una gravità estrema e impone un impegno sulla sicurezza ancora più deciso e risoluto”. Cosa possiamo fare a livello locale perché episodi del genere non si verifichino più? La risposta è tutt’altro che semplice. La prima cosa è però prendere sul serio il problema. Essere seri, in tal caso, significa anche evitare strumentalizzazioni. Nelle dichiarazioni, specie dei politici, io non vorrei vedere né il riferimento ad episodi di violenza avvenuti in questi giorni in altre parti d’Italia (riferimento che sembra un distogliere lo sguardo che deve invece stare assolutamente fermo su quello che succede in questo territorio), né descrizioni allucinate come quelle che si riferiscono alla provincia di Modena come ad “una sorta di parco divertimenti per la criminalità”. La seconda cosa è potenziare il controllo del territorio. Potenziare la presenza delle forze dell’ordine (e questo è compito dello stato), della polizia municipale (e questo spetta all’Unione Terre di Castelli – che in effetti ha già in programma un potenziamento dell’organico), utilizzare a tal fine la tecnologia (il programma di installazione delle telecamere almeno nella zona del Centro storico deve essere realizzato con celerità), potenziare anche i controlli “sociali” (dai volontari per la sicurezza fino ad una più attenta distribuzione degli eventi di animazione che sono anch’essi forme di presidio del territorio). Ma forse anche questo potrebbe non risultare sufficiente. Occorrerà probabilmente mettere in campo ulteriori azioni – da individuare. E qui ho solo un suggerimento su un terzo aspetto: il tema della sicurezza (e della sua interrelazione con quello della presenza crescente degli immigrati stranieri) è un tema complesso che richiede la nostra migliore capacità di programmazione, attuazione, verifica dei risultati. Abbiamo bisogno di governare in modo integrato una pluralità di azioni. Abbiamo bisogno cioè di un Piano articolato di interventi. Ed abbiamo bisogno di misurare periodicamente l’efficacia delle nostre azioni, chiamando anche i cittadini a valutare i risultati conseguiti. La capacità di leggere, anche criticamente, i risultati conseguiti (o mancati) è fondamentale. Significa adottare consapevolmente un approccio che periodicamente “rende conto” – a noi come amministratori, a tutta la cittadinanza. Un’ultima cosa. Poter disporre di un’indagine che periodicamente ci dice quale percezione hanno i cittadini del grado di insicurezza/sicurezza del territorio e, soprattutto, di quanto i cittadini cambiano il loro comportamento per reagire all’insicurezza che percepiscono. Anche questo ci aiuterebbe a mantenere focalizzata l’attenzione, con continuità, su questo tema fondamentale per la comunità del territorio vignolese.

Domenica 4 maggio avevo scritto alcune considerazioni sul tema immigrazione e criminalità. Con l’episodio del giorno dopo sono divenute certamente obsolete. Ma forse non del tutto. In ogni caso è da qui che bisogna ripartire per progettare un’azione di controllo del territorio ancora più efficace. Sul tema vedi anche le riflessioni di Tito Boeri su LaVoce.info (vedi).

Immigrati e criminalità. Che cosa sappiamo? Che cosa possiamo fare?
Una recente indagine condotta in Emilia-Romagna ha evidenziato che il 28% dei residenti ritiene che la presenza degli immigrati stranieri contribuisca “molto” ad aumentare la criminalità. La percentuale sale al 75% se si sommano anche coloro che pensano che gli stranieri contribuiscono “abbastanza” all’aumento della criminalità (A.Colombo, Gli stranieri e noi. Immigrazione e opinione pubblica in Emilia-Romagna, Il Mulino, Bologna, 2007; vedi). Partiamo da questo dato. E’ una percezione corretta? Indubbiamente sì. Ce lo confermano alcuni dati. Il 30% dei detenuti nelle carceri italiane sono stranieri. Per molte tipologie di reato gli stranieri denunciati sono in proporzione assai maggiore rispetto ai cittadini italiani. E’ però importante introdurre sin da subito una precisazione: la stragrande maggioranza di questi reati sono commessi da stranieri clandestini. Ad esempio il 92% degli stranieri denunciati per violazione della legge sugli stupefacenti è priva di permesso di soggiorno; così anche l’89% di quelli denunciati per furto; e così via (per questi ed altri dati vedi Barbagli M., Regolarizzazioni, espulsioni e reati degli immigrati in Italia (1990-2004), in Barbagli M., Colombo A., Sciortino G. (a cura di), I sommersi e i sanati. Le regolarizzazioni degli immigrati in Italia, Il Mulino, Bologna, 2004, pp.201-222, vedi; dati più recenti sono nel rapporto curato da Barbagli per il Ministero dell’Interno vedi). Facile dunque giungere alla conclusione – corretta – secondo cui se si vuole ridurre la criminalità dovuta agli stranieri si deve contrastare l’immigrazione clandestina. Si deve anche cercare di “sottrarre” gli stranieri ai circuiti dell’illegalità (ad esempio sottraendoli al lavoro “nero”), ovvero offrire loro chances per entrare nella legalità (e poi starci). Questo significa anche lavorare per la loro integrazione: casa, lavoro, famiglia, figli – tutti fattori che riducono la probabilità di commettere reati. Insomma, le ricerche di cui disponiamo ci dicono che se si vuole ottenere una riduzione della criminalità degli immigrati occorre impostare politiche diversificate: di breve e di lungo periodo. Occorre, da un lato, impostare politiche che favoriscano l’integrazione dei cittadini stranieri – politiche la cui competenza ricade (prevalentemente) sugli enti locali. E queste sono politiche di lungo periodo (riguardano, ad esempio, la cosiddetta “seconda generazione”). Occorre, dall’altro, impostare politiche che riducano la presenza di immigrati irregolari, ovvero di clandestini (anche se è bene distinguere tra immigrati entrati clandestinamente ed immigrati entrati regolarmente, ma che poi non rinnovano il permesso di soggiorno). E queste sono politiche di breve/medio periodo e sono (prevalentemente) di competenza dello stato. E occorre perseguire le une e le altre, assieme. Occorre cioè avere l’intelligenza per evitare che le une (quelle di contrasto della clandestinità) danneggino le altre (quelle volte a favorire l’integrazione), come avviene invece con certe norme della legge Bossi-Fini che rende precario lo status di regolare (straniero con permesso o carta di soggiorno) perché lo lega in modo troppo rigido ad un contratto di lavoro e perché impone procedure amministrative che ciascuno di noi riterrebbe vessatorie (vedi). Il contenimento dell’immigrazione irregolare può avvenire quindi in due modi: rendendo più efficienti i controlli di frontiera per impedire l’ingresso di clandestini (attuando procedure di “respingimento”) e aumentando i controlli interni per individuarli e quindi espellerli. Tutte cose che oggi lo stato italiano non fa un granché bene e che dunque vanno migliorate. In effetti sta qui il punto debole dell’azione statale, giacché per procedere all’espulsione lo straniero deve essere identificato e deve esserne stabilita la nazionalità (per poterlo rimpatriare). A questo servono i Cpt: trattenere gli stranieri in attesa di identificazione e per predisporne il rimpatrio. Per questo forse non è male allungare i tempi di permanenza massima – come si sta discutendo di fare in sede UE (vedi) – pur garantendo loro condizioni dignitose (ed oggi non è sempre così).
C’è inoltre anche un terzo “modo” per ridurre gli stranieri irregolari: quello di trasformare il loro status giuridico promuovendoli da clandestini a stranieri regolari. E’ chiaro che meno efficaci sono le politiche di controllo degli accessi, più probabile diventano le sanatorie, ovvero le regolarizzazioni a posteriori. Ricordiamo che in Italia la sanatoria maggiore – legge n.189 del 2002 – l’ha realizzata il Governo Berlusconi, con la regolarizzazione di 634.728 stranieri: una cifra pari alla somma dei regolarizzati nelle 3 precedenti sanatorie del 1990, 1995, 1998. Se non si investe nel controllo delle frontiere (con quel che consegue in termini di accordi bilaterali per agevolare i rimpatri, ecc.), se non si investe nel controllo interno (controlli di polizia, ma anche ispezioni per ridurre l’offerta di lavoro non regolare), è inevitabile ricadere in sanatorie periodiche.
In ogni caso il controllo dell’immigrazione clandestina è di grande importanza, ai fini della riduzione della criminalità, proprio in quanto la maggior parte dei reati commessi da stranieri sono imputabili a stranieri clandestini. Se vogliamo che non passi l’equazione immigrazione uguale criminalità dobbiamo farci carico di una più efficace azione di contrasto dell’immigrazione irregolare e clandestina; dobbiamo lavorare di più e meglio per promuovere una piena integrazione degli immigrati regolari.