La chiesa di Alvar Aalto a Riola di Vergato: riflessioni sull’architettura moderna nella nostra realtà “di provincia”

“Il ruolo degli edifici pubblici nella società dovrebbe essere importante quanto quello degli organi vitale nel corpo umano”. E’ una frase pronunciata da Alvar Aalto (vedi) nel 1953. Finlandese, uno dei massimi architetti del XX secolo, ha progettato il complesso parrocchiale di Santa Maria Assunta a Riola di Vergato (BO) – unico suo progetto realizzato in Italia se si esclude, intervento assai minore, il padiglione espositivo della Finlandia alla Biennale di Venezia 1955/1956. Una visita alla chiesa consente di apprezzarne la bellezza. Caratterizzata da pianta asimmetrica e da un’unica navata, dispone di vetrate sulla sommità che lasciano filtrare la luce, con un’intensità maggiore nella zona dell’altare, centro focale di tutto lo spazio. L’intera superficie interna è rifinita con rivestimento murale plastico di colore bianco – una soluzione che ne accresce la luminosità. La chiesa è l’edificio centrale di un complesso costituito anche da sagrato, campanile, casa canonica e opere parrocchiali. Edifici pubblici con queste caratteristiche sollecitano riflessioni in un periodo in cui sempre più l’architettura contemporanea è utilizzata consapevolmente per “marcare” il territorio, anche qui da noi. Ho in mente il coinvolgimento di Ben Van Berkel (vedi) nella progettazione dell’intervento di “riqualificazione” dell’ex-mercato ortofrutticolo di Vignola – voluto dall’allora sindaco Roberto Adani. Ma anche, vicino a noi, a Maranello, il progetto della nuova biblioteca (vedi) affidato a Arata Isozaki (vedi).

La navata della chiesa di Alvar Aalto a Riola di Vergato (foto dell’1 maggio 2010)

[1] E’ bene riconoscere sin da subito che le nostre realtà sono “provinciali” e che l’innesto in esse di opere architettonicamente moderne costituisce in genere uno shock culturale. Vorrei chiarire, però, che il nostro “provincialismo” non è dato dall’essere “contro” l’architettura moderna. E’ infatti allo stesso modo testimoniato dall’essere “a favore” l’architettura moderna intendendola immediatamente come qualcosa di valore. Un’atteggiamento che ricorda lo stupore ed il favore con cui i “selvaggi” accettavano i doni dei primi visitatori “bianchi”. Insomma, non è l’essere contro o l’essere a favore, ma l’atteggiamento irriflesso che nell’uno e nell’altro caso vi sta dietro, a segnalare il nostro “provincialismo”. Non so se anche la vicenda del progetto di Frank O. Gehry (vedi1; vedi2) su “porta S.Agostino” a Modena, abbandonato proprio a seguito delle feroci polemiche che esso scatenò, possa essere descritta nei termini di una contrapposizione tra fazioni di sostenitori e di oppositori ciascuno caratterizzato da atteggiamenti assunti aprioristicamente. Ma è certo che non abbiamo dimestichezza con queste discussioni inerenti il contributo dell’architettura moderna alla qualità della vita urbana – e la cosa si vede. Qui da noi assume le forme di una fenomenologia minore – nella miriade di rotatorie in cui i pubblici amministratori hanno pensato bene di ficcarci improbabili “oggetti” dal dubbio valore estetico. Con il risultato, troppo spesso, del ridicolo.

Chiesa di Alvar Aalto a Riola di Vergato: il battisterio (foto dell’1 maggio 2010)

[2] Chiusa l’epoca dell’amministrazione Adani ci rendiamo conto che abbiamo sprecato un’importante occasione per maturare un atteggiamento meno ingenuo, meno “primitivo”, nei confronti dell’architettura moderna e del suo contributo alla “crescita” della città – anche di una città di meno di 25.000 abitanti come è oggi Vignola. Difficile che con l’amministrazione Denti a Vignola sia data la possibilità di “recuperare” una discussione pubblica mancata. Innanzitutto perché manca la materia prima. Il downsizing applicato al programma dei lavori pubblici e di cui ad oggi non sappiamo ancora l’effettiva portata, sta progressivamente “decostruendo” una visione della Vignola del futuro che il sindaco Roberto Adani andava perseguendo con determinazione (ma rispetto a cui ha certamente la responsabilità di non aver costruito un’altrettanto ambiziosa “infrastruttura” di comunicazione e coinvolgimento dei cittadini). Oggi il ritornello è: “c’è la crisi, non ci sono i soldi”. Ma è un ritornello usato, almeno in parte, per mascherare l’incapacità di accedere a risorse per gli investimenti e per tenere fuori dal cono dell’attenzione decisioni non discusse con i cittadini. Intanto il dirigente del servizio lavori pubblici, Vincenzo Parise, forse il migliore dirigente dell’epoca Adani lascia l’amministrazione comunale (anche questo un segno del downsizing in atto – si investirà piuttosto nel settore comunicazione e marketing!). Comunque sia tutti i principali progetti sono stati ridimensionati e spostati in avanti nel tempo: Polo della sicurezza, Polo scolastico, parco Città dei bambini e delle bambine. Alcuni progetti di riqualificazione (vedi il completamento dell’intervento su strade e portici del Centro storico, ma anche il recupero delle mura storiche) sono stati anzi completamente eliminati dall’orizzonte. In secondo luogo perché manca consapevolezza e coraggio. Manca la consapevolezza del tema nella quasi totalità dei componenti della giunta e dei consiglieri di maggioranza. E dunque da lì difficilmente arriveranno stimoli e contributi significativi. Manca anche il coraggio per affrontare pubblicamente, a viso aperto, una discussione sul futuro della città nelle sue diverse “componenti”, tra cui, appunto, la città pubblica ed, eventualmente, il ruolo che in essa può giocare l’architettura moderna. Su questo, ad esempio, non trovate nulla nella Relazione previsionale e programmatica per il 2010 (vedi). Mentre il percorso sul PSC è in una fase di ristagno. Anche in questo caso le debolezze della “politica” locale sono attribuite a fattori esogeni – la “crisi” in primo luogo. Ma, di nuovo, si tratta di un modo per mascherare qualcosa che non ha funzionato prima (e non è detto che funzioni meglio ora o nel prossimo futuro). Intanto siamo in attesa (da parecchi anni!), visto che – è bene ricordarlo – le norme edilizie oggi vigenti a Vignola sono quelle pensate ed adottate a metà degli anni ’60, seppure con qualche aggiustamento recente per adeguamento normativo e di “modernizzazione” (con l’effetto di un quadro normativo non coerente e per nulla in sintonia con le esigenze della “sostenibilità”, ad esempio). Eppure una discussione vera e prolungata (non sono, queste, operazioni culturali che possono risolversi nell’arco di pochi mesi) farebbe bene a tutti noi cittadini vignolesi. Una discussione sulla città del futuro e sulla città pubblica (ovvero quell’insieme di luoghi ed edifici pubblici di cui alla citazione del 1953 di Alvar Aalto con cui abbiamo iniziato questo post), sull’estetica della città ed il contributo dell’architettura moderna, sul ripensamento del rapporto tra “città” e “campagna” e sul vivere in un mondo ambientalmente fragile (e fragile pure socialmente). Una discussione, inoltre, che possa svolgersi non con i tempi dettati dalle esigenze di approvazione degli strumenti della pianificazione urbanistica (PSC, POC, RUE), ma con i tempi dell’apprendimento collettivo (che sono inevitabilmente più lunghi e meno governabili).

Chiesa di Alvar Aalto a Riola di Vergato (foto dell’1 maggio 2010)

[3] Qui vorrei limitarmi a qualche considerazione suscitatami dalla visita della chiesa di Alvar Aalto a Riola di Vergato. Diciamo un appunto preliminare in vista di una trattazione più estesa (e necessariamente collettiva). Una sintetica descrizione dell’opera, delle sue caratteristiche e delle sue motivazioni sta in questo breve scritto di Stefano Manlio Mancini, Una chiesa di Aalto per una piccola comunità sull’Appennino emiliano (vedi). Per valutare il contributo di quest’opera di architettura moderna occorre fare riferimento a tre dimensioni distinte, seppure tra di loro intrecciate. La visione del progettista e le relazioni che essa intrattiene con la storia dell’architettura. Le intenzioni del committente. La ricezione dei destinatari, del “pubblico”. La progettazione della città e dei suoi spazi pubblici richiede una capacità di sviluppare una discussione pubblica in grado di abbracciare tutti e tre questi aspetti. Ciò significa, ad esempio, che l’intenzionalità deve iniziare sin dalla scelta dell’architetto, del progettista. Insomma, non ci si può limitare a dire – come spesso oggi avviene – basta che sia una “archistar”! Il committente privato ha indubbiamente maggiore margine di manovra in questo, ma l’ente pubblico potrebbe agire, ad esempio, sulla formazione della commissione aggiudicatrice o comunque sui meccanismi di assegnazione dell’incarico.

Chiesa di Alvar Aalto a Riola di Vergato: il presbiterio con l’altare (foto dell’1 maggio 2010)

[4] Nel caso della chiesa di Ruola il committente, il cardinale Lercaro, incaricò Alvar Aalto dell’opera dopo aver conosciuto la sua produzione, anche grazie ad un intenso impegno diocesano sui temi dell’architettura religiosa. In altri contesti la prima fase del dibattito pubblico, spesso acceso, riguarda in effetti proprio la scelta dell’architetto (o progettista o artista) a cui affidare l’incarico della progettazione e della realizzazione. Alvar Aaalto era già noto anche per le chiese da lui realizzate – la cui più originale rimane la “chiesa delle tre croci” a Vouksenniska, vicino alla città di Imatra in Finlandia (1955-1958). Non ho competenze in materia e dunque non mi avventurerò nell’interpretazione del contributo dato da Alvar Aalto allo sviluppo del movimento moderno in architettura. Posso dire di aver apprezzato diversi aspetti dell’opera (realizzata all’80% in cemento armato): la collocazione a ridosso del fiume (il Reno), tanto che dalla vetrata del battisterio è possibile vederlo (producendo così l’abbinamento simbolico tra la fonte battesimale e l’acqua che scorre); la pianta asimmetrica della chiesa; l’unica grande navata; le soluzioni adottate per reggere la volta (sei grandi archi in cemento armato del peso di 60-41 tonnellate); la schola per il canto rialzata rispetto allo spazio assembleare; il battisterio illuminato dall’alto tramite un lucernario a piramide; la semplicità degli arredi enfatizzata dal colore bianco degli interni; il gioco delle luci che caratterizza la navata e che porta a convergere l’illuminaziona naturale nel presbiterio (la zona dell’altare). L’insieme di questi elementi fanno del progetto di Alvar Aalto qualcosa di riuscito dal punto di vista architettonico.

Chiesa di Alvar Aalto a Riola di Vergato: lucernario piramidale sopra il battistero (foto dell’1 maggio 2010)

[5] Ma questa non è solo il frutto dell’ingegno di un grande architetto. E’ un’opera che esprime una marcata intenzionalità del committente: la diocesi di Bologna allora retta dall’Arcivescovo di Bologna, Cardinale Giacomo Lercaro. Dietro al progetto architettonico di Alvar Aalto, cioè, c’è una visione precisa del committente (ed una precisa richiesta). Divenuto Arcivescovo di Bologna nel 1952, nel 1955 Lercaro indice il primo Congresso nazionale di Architettura Sacra. Lo stesso anno istituisce (e presiede) a Bologna il Centro di studio ed informazione per l’Architettura Sacra, fa nascere la rivista trimestrale Chiesa e quartiere, fonda la sezione tecnica dell’Ufficio Nuove Chiese (con a capo un architetto), promuove un’indagine diocesana sulla distribuzione della popolazione e sulle attrezzature religiose. E’ in questo contesto che nel 1963 un inviato del Centro studi ed informazione per l’architettura sacra di Bologna compie una visita ad Helsinki per allacciare un rapporto con Alvar Aalto. Questo per dire che nella scelta di Alvar Aalto come progettista della nuova chiesa vi era un alto livello di consapevolezza collettiva. Che non troviamo, solo per fare un esempio e per stare ai giorni nostri, nella scelta fatta dal sindaco Denti della società di consulenza – Genius Loci Sas – per il suo primo “sbandierato” progetto di partecipazione; a dimostrazione che le competenze non sono una variabile irrilevante, né si inventano! Per un approfondimento del tema: vedi. L’intenzionalità del committente è chiara. “Il progetto di Riola si inserisce nel quadro di quel rilancio dell’attività edilizia degli enti religiosi, promosso dalla curia bolognese e incoraggiato dal Concilio Vaticano II, teso a sperimentare nuovi spazi liturgici e a favorire l’esecuzione di modelli architettonici di una nuova concezione funzionale della chiesa parrocchiale.” (Manlio Mancini S.) Non è un caso che l’incontro tra il cardinale Lercaro e l’architetto Alvar Aalto avvenga nel novembre 1965, a Firenze (l’occasione è una mostra dei progetti dell’architetto finlandese in Palazzo Strozzi, 14 novembre 1965-9 gennaio 1966), quando il Concilio Vaticano II è giunto al termine e con esso la Chiesa ha adottato una nuova visione e nuove norme liturgiche che, appunto, nelle intenzioni di Lercaro, necessita di una nuova architettura sacra. In quell’occasione il cardinale Lercaro commissiona il progetto all’architetto finlandese. Il 10 gennaio 1966 Alvar Aalto si reca a Riola per prendere visione del terreno su cui deve sorgere la chiesa. Prende così il via l’iter progettuale. Il primo progetto verrà presentato a Bologna il 3 dicembre 1966. Dopo di allora segue un’iter tribolato, dovuto essenzialmente alla difficoltà del finanziamento dell’opera. Il cantiere prende il via nel 1976, pochi mesi dopo la morte di Aalto. Nel 1978 la chiesa viene inaugurata (il cardinale Lercaro era anch’egli morto nel 1976). Nel 1994 viene inaugurato l’ultimo componente del complesso parrocchiale, la torre campanaria.

Chiesa di Alvar Aalto a Riola di Vergato: la torre campanaria (foto dell’1 maggio 2010)

[6] Sin qui per quanto riguarda le intenzionalità architettoniche e religiose del progetto, ovvero i primi due dei tre aspetti da considerare per valutare un’opera architettonica. A cui se ne aggiunge un terzo, quello della “ricezione” o, meglio, del suo utilizzo (la rispondenza dell’opera, dell’artefatto alle esigenze del “pubblico” a cui è destinato). L’opera architettonica, la chiesa di Ruola, è infatti al tempo stesso un edificio pubblico, un edificio ad uso del pubblico. La sua “efficacia” o “adeguatezza” va misurata anche con riferimento alla rispondenza alle esigenze di utilizzo del pubblico dei destinatari. Alla forza espressiva, ovvero alla capacità di significare “qualcosa” alla comunità di riferimento. Ed alla funzionalità pratica (quante volte un edificio risulta architettonicamente significativo, epperò mal si adatta agli utilizzi a cui è destinato! Sull’edilizia scolastica, ad esempio, ci sarebbe da fare un catalogo degli errori – oltre che degli orrori). Entrambi gli aspetti sono importanti. Qui mi limito a svolgere una considerazione. Anche la “sensibilità” all’uso (sofisticato) della comunità di riferimento va intesa non come un dato, ma come qualcosa su cui è possibile intervenire, ad esempio nel senso di un accrescimento. Certo la chiesa di Ruola fa sorgere l’interrogativo sulla comunità di riferimento: il massimo esempio di architettura “sacra” moderna della provincia di Bologna destinata ad una comunità appenninica di 1.200 residenti? Comunque è con ogni probabilità tramite percorsi di coinvolgimento e di partecipazione – nell’interazione tra progettista e destinatari – che si danno chances di sviluppo della capacità d’uso. Per tornare all’ambito locale nessuno degli edifici o degli spazi pubblici vignolesi realizzati negli ultimi 15-20 anni (di prima non ho memoria) è stato preceduto o accompagnato da un significativo dibattito pubblico. Fa appena eccezione la biblioteca Auris che un po’ di dibattito l’ha suscitato, seppure tutto interno al partito di maggioranza (allora il PDS), in merito alla localizzazione (ed al sottostante “modello”): presso la vecchia biblioteca (la soluzione che alla fine è stata imposta dalla Fondazione di Vignola, il committente-finanziatore) o presso l’ex-mercato, secondo il modello che ha invece trovato attuazione altrove, ad esempio nella “Sala Borsa” di Bologna (è il caso di ricordare che questa controversia innescò le dimissioni – era l’inizio del 1997 – dell’allora assessore alla cultura prof.ssa Biolchini, componente della giunta Quartieri del 1995). Non ci sono qui nessi “meccanici”. Non è detto, cioè, che le opere intensamente dibattute o “partecipate” vengano necessariamente meglio, sotto i diversi aspetti, rispetto a quelle che non lo sono. E’ tuttavia vero che queste due diverse modalità si portano dietro due diversi gradi di consapevolezza delle comunità di riferimento. E sollecitano queste ultime in modo diverso per quanto riguarda l’impegno ad un uso intensivo e creativo. In ogni caso penso che sia difficile negare che la “comunità” vignolese soffre della mancata realizzazione di un dibattito vero sulla città e sulla sua dotazione di spazi ed edifici pubblici. Prima che dall’atteggiamento verso l’architettura moderna (a favore o contro), è dalla superficialità delle argomentazioni e dalla scarsa consapevolezza di quello che vi sta dietro che si misura il nostro grado di “provincialismo”.

1965: Alvar Aaalto illustra al cardinale Giacomo Lercaro il plastico della chiesa di Riola di Vergato (foto di Walter Breveglieri alla mostra “Bologna e gli anni Sessanta”, Palazzo d’Accursio, Bologna, 24 giugno 2011)

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5 risposte a La chiesa di Alvar Aalto a Riola di Vergato: riflessioni sull’architettura moderna nella nostra realtà “di provincia”

  1. Giovanni scrive:

    Caro Andrea l’argomento è molto interessante, faccio un commento a caldo molto di getto e radicale ma il tema mi appassiona. Dico subito che sarò un po’ drastico e forse anche incoerente, ma l’intenzione in parte è di provocare.
    Un vecchio architetto diceva che se oggi dovessimo autorizzare, tutti cittadini attraverso i percorsi partecipati, comuni e sovraintendenza in Italia la costruzione di un castello sopra una collina non lo permetteremmo mai. Quindi nel nostro paese, che non è il Canada, tutto quello che vogliamo tutelare oggi è frutto della trasformazione e a volte della devastazione dell’uomo. Abbiamo abbattuto i boschi per fare spazio a vigne e ciliegi, abbiamo costruito nei posti più belli, lo abbiamo fatto con densità altissime e senza verde. Pensate ai nostri centri storici una casa attaccata all’altra le strade e le piazze, meglio se pavimentate e niente altro. Però la nostra campagna più bella e i centri storici più affascinanti sono così e ci piacciono così proprio perchè sono frutto del lavoro dell’uomo e rappresentano la nostra storia. Quindi se oggi non riusciamo più a realizzare cose altrettanto belle è perchè abbiamo un problema con l’uomo e con la nostra storia e la nostra memoria. Non pensiate che i centri che vogliamo tutelare siano venuti così al primo colpo, sono stati demoliti e ricostruiti mille volte, il risultato, più o meno bello, è l’attuale. Quindi è di un uomo che non ha memoria e non conosce la storia pensare che solo perchè dal 1950 ai giorni nostri abbiamo fatto mediamente delle schifezze non si possano migliorare, anzi è proprio dove ci sono le periferie più brutte che ci sono le maggiori possibilità e potenzialità di migliorare, perchè magari si ha il coraggio di demolire e ricostruire facendo tesoro delle esperienze passate, per poi magari demolire e ricostruire ancora. Sempre che non si abbia paura nel nuovo e poca fiducia nell’uomo e nella sua capacità di migliorare le cose e la condizione umana. Altrimenti il vecchio diventa buono solo perchè si ha paura del nuovo e del diverso. Potrei parlare di architettura moderna o di extracomunitari e userei le stesse parole. Il problema è prima di tutto un problema di fiducia, di coraggio e conseguentemente di paura. Noi abbiamo paura di tutto quello che si muove, perchè non capiamo più perchè si muove e dove andrà. Se avessimo un buon rapporto con la nostra memoria potremmo imparare dalla storia e non avere alcun terrore dell’immigrazione. I romani hanno fatto le architetture più belle della storia saccheggiando e conquistando il mondo, con un esercito terribile, ma vi sfido a trovare tra i protagonisti della storia romana un romano Doc dei colli. Tutti extra, tanto da non capire neanche più chi era autoctono e chi no. Se andate a New York oggi non riuscite a trovare i nativi, sono tutti di New York e tutti stranieri. Eppure stiamo parlando di di due città Roma e New York ricche e potenti e anche molto sicure rispetto ad altre realtà. In realtà ci dovremmo rendere conto che nel giro di pochissimi anni gli extracomunitari di oggi saranno i Vignolesi doc di domani. Lo sono stati i Galli per i Romani, e più di recente i “terroni” che dopo qualche generazione al nord non riuscite più a distinguere dai nativi e magari sono diventati più razzisti di loro. Le società che hanno paura e non affrontano il futuro sono comunque destinate a morire se non altro per vecchiaia. Quindi che senso ha combattere qualcosa che la storia ci ha insegnato essere ineluttabile come il cambiamento, che se non lo assecondi e non provi a cavalcarlo ti sommerge comunque. Tra qualche anno buona parte dei giovani di Vignola saranno nati a Vignola, di origine straniera, si saranno “inbastarditi” con i presunti nativi parleranno con accento emiliano, avranno studiato più degli autoctoni, pagheranno le nostre pensioni e quel che è peggio non riusciremo più a distinguerli gli uni dagli altri. Immaginate a una giovane e promettente donna che si chiamerà Azzani Asia, abbastanza abbronzata anche in inverno, ma ormai tutti fanno le lampade, e sarà figlia di Azzani Mario e Karol Mohammed, nata a Tavernelle con Master in Bussinnes Administration, sindaco della Lega appena eletta a Vignola. Con lo slogan “Basta Greci che non rispettano le nostre regole e sono pure ortodossi e scappano dal loro paese diventato povero, per colpa loro, perchè non avevano voglia di lavorare e quindi minacciano la nostra cultura”, con buona pace della filosofia greca che ci ha insegnato a tutti come si dovrebbe stare al mondo. Azzani Asia potrebbe anche essere regolarmente sposata con una donna cinese, essere stata eletta grazie alla numerosa comunità gay di Vignola e distribuire case popolari con priorità alle coppie gay in passato discriminate. Siccome nell’impero romano era più o meno così e nelle grandi metropoli che ci dicono già oggi come sarà il mondo domani è già così, ( per esempio New York, Parigi, Amsterdam, Copenhagen) ma ci andiamo in vacanza e diciamo loro si che stanno bene, di cosa abbiamo paura in realtà. Solo di noi stessi e di non farcela. Ma se non affronteremo il nuovo con intelligenza è chiaro che non ce la faremo, se non trasmetteremo ai nostri bambini fiducia nel futuro non ce la faranno neanche loro. Ma in realtà anche i giovani e i bambini ci spaventano, ci danno fastidio, perchè anche in questo caso non ci ricordiamo di essere stati bambini a nostra volta e di avere avuto tante debolezze, di aver commesso diversi errori e di aver sofferto, visto che è il solo modo di diventare grandi. In realtà anche i bambini ci spaventano, ci spaventano le loro domande, le loro pretese, un modo diverso di pensare e di divertirsi. In realtà abbiamo paura che ci portino via un pezzettino del nostro benessere, siamo già spaventati dopo il primo figlio, non ce la possiamo fare, troppa responsabilità, troppo impegno, e poi da mantenere, da seguire…Tutte le volte penso che sono il secondo genito di una famiglia di contadini e operai e se avessero avuto queste paure io non ci sarei nemmeno qui a spaventarmi di un mondo e di una vita che in realtà è stata fin troppo facile, mi viene freddo. Provate a prenotare un ristorante di un certo rango e dite che siete due adulti e tre, quattro o cinque bambini, trovate sempre tutto esaurito. O guardate la faccia terrorizzata di quelli che avete di fianco ai tavoli, oddio dei bambini, stasera che volevamo stare tranquilli. Ma siete tranquilli perchè siete già morti. Perchè una società che non ama il nuovo e i bambini è morta, ma per fortuna qualcuno prenderà il nostro posto, peccato che a noi ci tocchi vivere questo tempo. Pensate a quel sindaco della lega che non ha dato più da mangiare ai bambini per le presunte colpe dei genitori nel pagamento della retta, oppure che la lega vuole espellere dalla scuola i figli degli stranieri che perdono il lavoro. Chi non ha avuto un disoccupato in casa, ma se vi avessero per questo impedito di avere un istruzione! Io diventato adulto avrei sparato con il mitra, per la rabbia, ma abbiamo veramente il coraggio di mandare i nostri figli ad una guerra di questo tipo, visto che gli stranieri che scappano dal loro paese, scappano probabilmente da un altra guerra, sono più numerosi, robusti, non hanno niente da perdere, sono incazzati e hanno imparato anche sparare. O vista che è persa in partenza la affrontiamo in modo diverso. E anche in questo caso l’architettura c’entra. Se facciamo una scuola per prima cosa la recintiamo, immediatamente dopo, siepe e rete impenetrabile, genitori e insegnanti tutti d’accordo, la spiegazione ufficiale è che qualche anziano che ama i bambini potrebbe passargli attraverso la recinzione una caramella avvelenata. Ma avete mai sentito in tutto il mondo un bambino che muore per una caramella avvelenata donata da un anziano. Il secondo passaggio è raccolta di firme perchè i bambini nei pochi giorni all’anno in cui escono in cortile fanno rumore e disturbano la sacra quiete pubblica. La stessa cosa succede anche per i giochi nei parchi, ci devono essere forse, ma come i cassonetti del pattume non davanti al mio cancello. Perchè proprio io devo sopportare gli schiamazzi dei bambini. Ma mi verrebbe da chiedere perchè i bambini dovrebbero sopportare noi, le nostre auto e le nostre paranoie. Questa è la nostra capacità di tollerare il nuovo e di immedesimarci e capire il prossimo. Se facciamo una scuola tutti d’accordo di spendere il meno possibile, un corridoio lungo con tante aule, che se ci pensate neanche le prigioni si fanno più così, finestre a misura di maestra da cui i bambini non riescono a vedere fuori. Vi sarà capitato anche a voi di dover montare sul termo per vedere fuori… ma eppure è un po’ che sappiamo che i bambini hanno certe altezze a seconda della loro età. Noi abbiamo qualcosa di irrisolto nel rapporto con il nuovo, all’estero ogni fazzoletto di verde ha dei giochi per bambini delle diverse età, certo che costano, ma mi sembrerebbero spesi meglio che in completini di Burberry, le scuole sono gli edifici più belli, costosi e moderni della città, quelli in cui si vede che la comunità ha fatto il massimo dello sforzo per dare una nuova opportunità ai propri bambini, come facevano i nostri genitori del resto, quando erano contadini e avevano molti meno soldi. Se vai in un hotel in Austria i bambini sono gratis fino a 12 anni in Italia pagano più degli adulti, perchè se no falliscono. Risultato in Austria ci sono alberghi bellissimi di grande design e architettura costruiti nei luoghi più ameni con il coraggio di osare e poter migliorare il paesaggio tramite l’intervento dell’uomo. In Italia mediamente sono orribili e deturpano i luoghi. L’Austria è il primo paese al mondo per turismo è molto più piccola e ha un centesimo delle nostre risorse. Poi il problema è che i bambini diventano grandi, nel resto d’europa a sedici anni escono di casa, senza BMW ultima serie ma con un monolocale, noi nemmeno a 40 gliela vogliamo dare la casa. Perchè nuove case = cemento e cari miei siete arrivati troppo tardi, dovevate nascere prima o in un altro paese, oppure meglio emigrate fuori da Vignola che deve rimanere così com’è. Se poi i comuni limitrofi fanno legittimamente lo stesso ragionamento, restatevene a casa con i genitori bamboccioni! Lo stereotipo del piccolo borghese ambientalista che fa questo ragionamento, è di solito un benestante che vive in una villa con tre appartamenti uno per sé, uno per il figlio e uno per il nipote anche se non è ancora nato. Gli altri due appartamenti in realtà rimangono vuoti perchè comunque il figlio vive anche lui con i genitori fino a quarant’anni. Mentre quindi mediamente una giovane coppia con un figlio piccolo deve vivere in 60 metri quadri e cioè 20 per persona, il vignolese benestante doc consuma 200 metri a testa di territorio per vivere, ma sono gli altri, i nuovi che non devono consumare il territorio. Il tema del consumo del territorio è un tema serio, e va affrontato con serietà. Cominciamo ad abbattere uno stereotipo: denso può essere bello. La elevata densità di Vignola è un elemento positivo e non negativo, le città compatte consumano meno territorio, godono di migliori servizi e meglio distribuiti, consumano meno in termini di trasporto, Vignola si potrebbe attraversare tutta in dieci minuti di bicicletta, se ben costruite e magari dotate di una bella rete di teleriscaldamento(come si legge su questo Blog) altrettanto compatta consumano meno energia, possono essere molto belle come certi centri storici estremamente compatti, fatti di case strade e piazze, possono essere più solidali e favorire fino ad obbligare le persone a incontrarsi, conoscersi e addirittura parlarsi e qualche volta aiutarsi reciprocamente. E anche qui l’architettura moderna e la riqualificazione urbana possono avere un ruolo importante nel migliorare la città, edifici piu belli. efficienti magari più alti al posto delle aree dismesse possono senza consumare ulteriore territorio dare una casa, magari più piccola ma migliore, ai tanti futuri che vogliono rimanere a vivere a Vignola. Aggiungiamo infatti anche che non è solo l’immigrazione ad aver creato il bisogno di nuove case quanto piuttosto il fatto che mio padre solo 60 anni fa abitava in una casa con altri 24 familiari ora mediamente siamo 2 per unità abitativa. Ci vogliono forse più case magari più piccole ma più efficienti e con migliori servizi. Ma si può fare, con un po’ di coraggio. Un altro discorso meriterebbero le case a prezzo popolare. Si parla tanto di speculazione edilizia, ma in realtà la speculazione è stata soprattutto fondiaria e cioè sui terreni. Che da un valore di qualche euro se agricoli arrivano a un migliaio se edificabili. Il costo di costruzione è da tempo lo stesso, sia che costruisca un privato, il pubblico o una cooperativa sociale dai 1100 ai 1400 euro al metro quadro a seconda della classe energetica e della qualità dell’edificio con redditi d’impresa per chi costruisce che da tempo si sono attestati, per le imprese oneste ad una cifra percentuale 7-8%. Quindi il problema è il regime dei suoli. In Italia non si è mai riusciti a fare una legge che scalfisca la rendita fondiaria e quando c’è un nuovo piano regolatore qualcuno vince al superenalotto e qualcun altro rimane a fare il povero contadino. Il comune deve espropriare a prezzi di mercato come tutti gli altri operatori privati, pur ammettendo che possa essere tanto efficiente quanto il privato a realizzare non potrà che avere un prezzo finale delle case molto simile a quello di mercato magari 2000 euro al metro invece che 2200, ma siamo lì. Dove riesce a fare case tipo Peep a 1600 euro al mq è perchè non paga il terreno, ma allora solitamente consente al privato proprietario dell’area di edificare sull’altro 50%-70% dell’area. il risultato è che per avere degli edifici a prezzo calmierato per non espropriare a prezzo di mercato il terreno, bisogna consumare almeno il doppio di territorio rispetto a quello necessario per l’edilizia economica. E qui viene il difficile. Se poi aggiungessimo che tutti fanno proclami per l’edilizia economica ma nessuno la vuole vicino, edilizia economica=ghetto, gente pericolosa, famiglie numerose, giovani coppie, anziani soli non li vogliamo vedere, non vogliamo vedere neanche i loro problemi chiudiamoli in una specie di lager lontano dai nostri occhi e facciamoli uscire quando sono pronti e cioè quando sono come noi. Tutte le volte che viene individuato un luogo o un edificio, ho seguito la discussione su questo blog per mulino di tavernelle, ma lo stesso avviene per una semplice palazzina dell’Abitcoop, Il ritornello è sempre lo stesso perchè qui che non siamo preparati, diamo una risposta ma altrove, qualche comune ha finito per costruire nei villaggi artigianali. In realtà creiamo noi il ghetto e amplifichiamo a dismisura il problema. ci vorrebbe il coraggio di non inseguire il consenso dimostrando che si può costruire della bellissima edilizia economica nel bel mezzo della città costruendo quartieri vivibili capaci di integrare. Perchè se ci fermassimo a guardare quelle famiglie di extracomunitari in cerca di casa rivedremmo noi stessi o i nostri genitori con gli stessi sogni. le stesse paure e le stesse aspettative, far studiare i figli, comprarsi una casa, avere un lavoro, vivere sereni. La costruzione di una comunità solidale è più importante e viene prima dell’ambiente o del consumo di territorio se non altro perchè una società disgregata in cui pochi stanno molto bene e gli altri non hanno diritti e lavoro è una società che riporta le fonderie a Modena pur di avere lavoro ed evitare la guerra sociale, è tipico di chi ha la pancia piena e ha raggiunto un buon livello medio di benessere cominciare a preoccuparsi dell’ambiente. Anche qui l’architettura è il segno di un rapporto con gli altri, se risolvessimo questo rapporto, l’architettura moderna potrebbe darci una grande mano a raggiungere il risultato.

  2. Giovanni2lavendetta scrive:

    Un amico mi ha detto che a Londra ci sono i comunisti, in quanto ha scoperto che le case non sono costruite su terreno privato ma pubblico in concessione e dopo 99 anni non vanno ai tuoi figli, ma al comune che le abbatte e ne costruisce delle nuove migliori, più moderne ed efficienti (visto che oggi ristrutturare costa quasi come costruire di nuovo). in altri paesi europei si costruisce solo su terreni pubblici che vengono espropriati magari al doppio del valore agricolo, ma in modo che nessuno ci guadagni dal regime dei suoli se non la comunità nel suo complesso. In tutti questi casi si procede per concorsi di idee per la progettazione in modo da assicurarsi un elevata qualità architettonica. Con ciò che la comunità ricava dalla vendita dei lotti costruisce le infrastrutture e allora possono nascere quartieri ad alta efficienza energetica senza auto, collegati con metropolitana al centro con una enorme dotazione di piste ciclabili in cui si gira solo in bicicletta. Miracoli della speculazione pubblica dei comuni! Alcuni quartieri come a Friburgo producono più energia di quanta ne consumano. L’architettura moderna in tutti questi casi la fa da padrona. Ma servirebbe molto coraggio. Proviamo a dire ai Vignolesi che la loro casa dopo 99 anni, diventa del comune che la abbatte per farne una migliore e la vende all’asta e magari la compra un terribile Extracomunitario e che il progetto lo fa non il geometra di fiducia ma un pool di giovani architetti appena usciti dall’università, e che il garage e il riscaldamento autonomo non ci sono perchè non servono. Una bella rivoluzione, i londinesi sono proprio dei comunisti! Certo che loro ragionano che la casa è un diritto di tutti e che non ti serve portartela nella tomba e che quando è vecchia e l’hai usata per una vita è più giusto farne un altra e darla ad un giovane.
    Ma rimaniamo sempre al rapporto con l’altro, in questo caso l’intera comunità. Ma per noi la comunità e le generazioni future non esistono sono altro da noi, a parole siamo bravini, ma poi il comune non è la cosa pubblica. E’ un mostro burocratico che persegue interessi reconditi che non coincidendo con il mio interesse personale non possono essere i miei. Per noi l’interesse pubblico è qualcosa di non determinato, non abbiamo ancora capito che se il comune fa belle opere pubbliche, servizi sociali efficienti, scuole, anche se non li usiamo noi ci rendono più ricchi tutti, viviamo in una comunità più serena e sicura, perfino il nostro patrimonio, le nostre case aumentano di valore. Noi pensiamo che un insieme di interessi privati diffusi e ben congeniati rappresentino il bene comune,. un bel quartiere in cui ognuno ha una casa ad un piano, un bel giardino, con tanto di recinzioni e inferriate è meglio di una torre di 100 appartementi con un parco di 1 milione di mq. Non c’è dubbio che se l’interesse pubblico è consumare meno territorio possibile la torre sia la risposta migliore. Ma io li vorrei vedere i seguaci del consumo territorio zero essere coerenti e sostenere questa soluzione. Anche qui l’architettura ha realizzato torri bellissime e funzionali, se vi spostate a New York un appartamento in un grattacielo su Central Park vale 20 volte una villetta a schiera. E se il valore economico delle cose è perlomeno proporzionale al valore intrinseco che diamo alle cose si possono fare delle belle cose, non dico necessariamente un grattacielo, anche mettendo al primo posto l’interesse pubblico. Anche qui l’architettura ci può dare una grande mano ma il concetto di comunità o di interesse pubblico non lo possiamo chiedere a Renzo Piano. Gli esempi però possono aiutare, un progetto ambizioso di architettura moderna può avvicinare e mostrare che si può avere fiducia nella modernità e nell’uomo con la sua capacità di migliorare le cose. L’architettura fatta di spot monumentali però non funziona, può essere l’inizio ma non il fine, l’importante è il progetto di città che vogliamo con le sue caratteristiche e le sue funzioni poi l’architettura diventa uno strumento per raggiungere al meglio un risultato. Tenendo presente una cosa però, e cioè che ciò per cui sono nate le città, ciò che dà valore alla città intesa come comunità sono i suoi spazi vuoti e i suoi edifici inutili. Investire molto nel vuoto e nelle cose inutile non è una scelta facile. Il castello non è di particolare utilità, ma è il simbolo di Vignola, sarebbe più utile un parcheggio, e allora si potrebbe radere al suolo e fare un bel parcheggio al servizio del centro, la torre Eiffel non serve a nulla e doveva essere smontata dopo l’expo, oggi è il simbolo di Parigi e quanti miliardi di euro vale quella cosa inutile oggi per la città? Pensate se qualcuno avesse detto che era uno sperpero di denaro, una mania di grandezza, si poteva spendere meno,. facciamola più piccola, massimo 5 metri, e usiamo il legno che costa meno. Poi le piazze, il simbolo della democrazia, pensate che le città più famose al mondo, specie in Europa, non lo sono per i loro edifici ma per le loro piazze (piazza Grande, piazza San Marco, piazza Navona, piazza di Spagna, , piazza S.Pietro Campo dei fiori, Times square, il dam, place de la concorde, la defence, la piazza del Beaubourg, potsdamer platz). Spazi vuoti senza una funzione precisa, anzi sta a vedere che sulle panchine si siedono gli extra, ma essenza delle città, le città soprattutto italiane sono nate attorno alle piazze come luogo di incontro principale delle persone. Senza le piazze abiteremmo ancora tutti nelle caverne, magari con la jacuzzi ma nelle caverne. Bisogna avere il coraggio di investire anche in cose inutili, in spazi vuoti, in cultura, il futuro delle città europee si gioca su questo altrimenti saremo travolti. Anche qui l’architettura può essere ancora capace di inventare il nuovo. Tutte le grandi imprese del mondo investono in architettura, i loro edifici di rappresentanza sono sempre grandi opere dell’architettura. Spenderebbero molto meno a fare prefrabbricati. Ma allora perchè lo fanno, certo l’immagine e l’identità sono molto importanti, ma non è solo quello. Hanno capito che una grande industria europea funziona se funziona la comunità aziendale, se c’è attaccamento se si va a lavorare volentieri perchè si va in un bel posto, Hanno capito che un architettura di qualità non è sufficiente, ma aiuta parecchio. Andate a vedere lo stabilimento Tetrapack, o quelli della Ferrari per restare vicino a noi. Qualche sindaco si avventura, ma nel breve è molto rischioso e non paga. Da una parte perchè il tempo che passa tra il progetto e la realizzazione è un tempo molto lungo, che per opere importanti va oltre i cinque anni di una legislatura. Allora agire con l’esempio è difficile, nessuno lo vede entro il mandato, anzi si vedono solo cantieri, disagi e polemiche. Sta facendo bene per me il sindaco di Maranello con la biblioteca e ora la torre (per fortuna inutile) in piazza. Ma come fa la città della Ferrari a non vivere di simboli, dovremmo tutti investire, tutti i comuni dell’Emilia in un museo di Ghery (dico un nome a caso) della Ferrari a Maranello saremmo immediatamente tutti molto più ricchi. Comunque la Bursi ci sta provando, in grande solitudine ma ci prova, certo a Maranello è un po’ più facile, ma non è che se guardiamo le ultime elezioni amministrative a Maranello abbiamo il plebiscito, anzi. Mi viene in mente Reggio con il ponte di Calatrava, tutta Italia li invidia passando sotto quel ponte, il mondo si è accorto che Reggio esiste, e non è un qualcosa di indefinito che sta tra Parma e Modena. Poi Reggio Children con i suoi asili famosi in tutto il mondo. Ma i Reggiani non hanno votato Spaggiari. Ci saranno anche altri motivi ma questi grandi e bellissimi progetti non pagano. Non sempre i cittadini vedono lontano. Certo, bisognerebbe lavorare sulla cultura, ma lo può fare un sindaco preso dal quotidiano, dal consenso, dalla buca, il cassonetto, gli extracomunitari sulla panchina, le famiglia in difficoltà in 2 anni, perchè poi non si possono solo fare delle chiacchiere, gli altri 3 bisogna concretizzare qualcosa se ci si riesce. La gente non ha grande fiducia nel sindaco ma pensa che debba essere onnipotente (con gli altri ovviamente). Non sa che da decenni ormai non firma e neppure vede le licenze edilizie, il consiglio determina delle regolee per quanto regoli non è che puoi insegnare a progettare e a fare buona architettura a chi sogna la villa stile Dallas a un piano e con tanti portici attorno. Infatti a Vignola, ma si potrebbe dire per tutta la provincia, non c’è una sola casa degna di nota, casette a faccia vista decorose, ma nulla più. Anche progettisti e costruttori hanno inseguito il consenso, senza il coraggio di provare il nuovo visto che il vecchio si vendeva sulla carta prima di costruirlo. Se chiedete ad un esperto che passi per Vignola quali siano gli edifici privati degni di nota da un punto di vista architettonico, vi dirà, udite udite, il Palazzone Bianco in via Plessi e l’Old River. Ironia della sorte uno costruito distruggendo un parco e l’altro sulle mura medievali. I Vignolesi inorridiscono, ma nel resto del mondo gli edifici più belli e caratteristici nascono a fianco o a volte sopra ad edifici storici (pensate alla piramide del Louvre) o hanno rubato spazio a parchi e piazze. Quindi la questione e la discussione diventano un po’ più complesse. Non mi piace a questo proposito l’ampliamento del cimitero di Vignola, non perchè sia brutto, è identico a quello storico, ma rappresenta un occasione persa di realizzare un grande monumento di architettura moderna. A Modena però lo hanno fatto e ancora i Modenesi lo odiano.
    Se è decisamente fuori dalla portata dei 5 anni di un sindaco cambiare la cultura di un paese, ci vorrebbero dei partiti coraggiosi, con idee e capaci di un progetto di lungo periodo. Voi ne vedete all’orizzonte? Ma perchè i partiti dovrebbero parlare di architettura e comunità? Sì la loro quella di partito con i loro clan e le loro battaglie interne costruite non su un progetto ma sulla sete di potere e sulla demagogia. Al massimo nelle attuali condizioni possono dire daremo una villetta a tutti e un contributo a fondo perduto per l’inferriata. Ma dove sono finite le persone intelligenti oneste e responsabili capaci di farsi carico di un progetto complesso che duri almeno 20 anni?
    Se avessimo un po’ più di coraggio e maturassimo la convinzione che la persona più pericolosa per la nostra salute siamo noi stessi smetteremmo di avere paura dell’altro e cominceremmo ad apprezzare il nuovo e il diverso come una forma di arricchimento personale,
    “Le costruzioni che si aggregano attorno ad uno spazio collettivo creano le città che rappresentano le forme più avanzate di vita organizzata, delle sue relazioni sociali e delle possibilità che l’uomoha di incontrare un altro simile.La città è il luogo predispostp per vincere la solitudine.” Mario Botta
    A volte penso che entro qualche anno potrebbe essere possibile avere tutte auto elettriche e magari useremo l’idrogeno come fonte di energia, ma saremo poi più felici, forse un po’ più tranquilli, ma se ci chiuderemo nelle nostre case e nelle nostre auto non sarà cambiato sostanzialmente nulla.
    Mi viene da citare come fai nel tuo Blog “Into the wild”un ragazzo arriva fino in Alaska a contatto diretto con la natura nel posto più incontaminato del mondo ma muore nella disperazione scrivendo più o meno: “la felicità non esiste se non è condivisa”. Abbiamo bisogno di città e architetture che ci permettano di condividere con gli altri la felicità ed emozioni.
    Scusate per la spropositata lunghezza, ma si può assumere a dosi omeopatiche.

  3. Anch’io ho avuto modo di visitare la chiesa di Alvar Aalto di Vergato, un’opera unica che valorizza l’intero contesto circostante, anche se il parcheggio antistante, pieno di cartelli selvaggi che ne ostacolano la visuale complessiva, e varie “contaminazioni liturgiche” al suo interno (manifestini parrocchiali, ecc.) ne snaturano il progetto estetico originario.

    Un altro eccellente esempio di architettura contemporanea in cui mi sono imbattuto, inserito stavolta in un quartiere già di per sé nuovo, è la Chiesa di Gesù Redentore a Modena (http://www.professionearchitetto.it/news/notizie/8464/Complesso-Parrocchiale-Gesu-Redentore), che ospita un “cinematografico” orto degli ulivi, con tanto di stampe fotografiche in bianco e nero alla parete che mi ricordano “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, la fontana battesimale che deriva da un vero e proprio corso d’acqua artificiale e, non ultimo, l’unico organo a quattro tastiere della Provincia di Modena, dislocato su tre luoghi diversi della chiesa, con un effetto di immersione acustica totale dell’ascoltatore (in tempi di 3D visivo…), una vera rarità nel panorama organistico italiano.

    Quando opere di questa levatura saranno non dico realizzate ma anche solo lontanamente pensate per Vignola o i paesi vicini, temo che l’architettura contemporanea non sarà nemmeno più tale…

    • Andrea Paltrinieri scrive:

      Ciao Lorenzo, grazie per la segnalazione. Ne avevo sentito parlare, ma solo vagamente. Tra l’altro vedo che il progettista è l’architetto milanese Mauro Galantino che ha anche collaborato con il Comune di Vignola (faceva parte della commissione valutatrice del concorso di progettazione del nuovo Polo scolastico – progetto che però è stato cassato dall’amministrazione Denti). La cosa stupefacente di questa tematica, a livello locale, è che l’amministrazione Adani vi aveva impresso un significativo impulso (pensiamo alla nuova biblioteca – certo in “carico” alla Fondazione di Vignola – ed ai due asili nido realizzati nei dieci anni dell’amministrazione Adani; pensiamo anche al progetto del Polo per la sicurezza, anche questo rivisitato/ridimensionato dalla nuova amministrazione; pensiamo, appunto, al nuovo Polo scolastico; ma anche alla piazza di Villa Braglia; al progetto di risistemazione del Ponte Muratori). Non voglio dire che fossero tutti progetti ottimi o anche solo condivisibili. Ma di certo Adani ha impresso una svolta significativa da questo punto di vista. “Svolta” subito messa nel dimenticatoio dalla nuova amministrazione Denti – senza un minimo di discussione. Ciò che trovo paradossale è che il PD non aveva nulla da dire (né da imparare) prima. Non ha nulla da dire (né da imparare) ora. Afasia. Comunque il tema è rilevante e, in un qualche modo, farà capolino nuovamente in alcuni passaggi – penso all’idea di città che sarà prefigurata dal nuovo PSC. Per cui vale la pena sviluppare qualche riflessione sul “giusto” atteggiamento da tenere nei confronti dell’architettura moderna/contemporanea. Per non cedere alla moda né del “maledetti architetti” di Tom Wolfe (ma anche Franco La Cecla), né del “solo le archistar ci salveranno”! Mi farebbe piacere si sviluppasse un po’ di dibattito vignolese sul tema. Comunque andrò a visitare la chiesa del Gesù Redentore di Modena. E magari ci sarà occasione per riparlarne.

  4. buongiorno!
    molto interessante il progetto non lo conoscevo, sebbene a.a. sia uno dei miei preferiti.
    devo dire che sto apprezzando molto anche il blog, sono stupita di quanto discutiate in modo acceso della vostra politica e gestione locale. da noi si dà tutto molto per scontato, purtroppo!
    sono arrivata qui perchè interessata alle procedure di riqualificazione del territorio che si stanno mettendo in opera nelle terre dei castelli. il progetto in sè mi sembrava molto interessante, ma ho letto anche le sue critiche all’operato.
    sarei interessata a saperne di più, a chi mi potrei rivolgere? grazie e complimenti!

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