Archivio per Maggio 2008

Sull’ex-Sipe. Considerazioni di Francesco Galli

28 Maggio 2008

Ricevo e pubblico volentieri un appunto sul “progetto SIPE” di Francesco Galli, componente del Comitato direttivo del PD di Vignola ed ex-assessore. Il tema è ampiamente dibattuto sia all’interno del PD, che tra le forze sociali ed i cittadini (come si rileva dalla lettura dei quotidiani locali). Ogni intervento intelligente può aiutare a prendere la decisione migliore. Segue un commento di Letizia Riccovolti, anche lei componente del Comitato direttivo del PD di Vignola (AP).

60mila abitanti in più rispetto al 2005. Ma soprattutto più anziani, che arriveranno al 21 percento dei residenti, 50mila stranieri in più, il 16% del totale, e nuclei familiari più frammentati. E’ lo scenario demografico al 2015 ipotizzato dalla Provincia di Modena nel PTCP (vedi; sul PTCP ed il suo percorso vedi). Numeri che tutti devono considerare anche ora che stiamo discutendo di una piccola parte, ancorché importantissima per l’Unione Terra di Castelli, del tutto. Secondo la Provincia questa crescita va controllata e mitigata con specifici interventi, per impedire di consumare ulteriormente un territorio particolarmente delicato e limitato. Ma tutto sommato si ritiene sostenibile questo scenario. C’è invece chi pensa che questo scenario non sia sostenibile e che, per questo, sia necessario procedere ad un brusco cambio di rotta. Tanto per intenderci, imprese che necessitano di forza lavoro poco specializzata e a basso costo, richiamano inevitabilmente stranieri, la cui presenza, sempre più numerosa nella società modenese, genera paure, al di là dei singoli gravissimi episodi criminosi. Ma ci sono anche i costi sociali dell’incremento dell’immigrazione: spese ospedaliere, di assistenza, di integrazione. O pensiamo che a loro non spettino i nostri diritti? Un’agricoltura che non produce redditi importanti per gli agricoltori, finisce per essere abbandonata o restare come attività complementare e residuale, la vicenda delle Basse di Vignola è emblematica. Ma gli agricoltori, come riconoscono tutte le più recenti direttive europee, sono i primi custodi dell’ambiente. E l’ambiente, in Emilia Romagna, una delle regioni più fortemente antropizzate del mondo, è la priorità delle priorità. Cosa c’entra tutto questo con il recupero dell’area Sipe? Il recupero dell’ex Sipe per il vignolese è un intervento strategico e emblematico. Decisivo per tratteggiare le future linee di sviluppo e in grado di essere cartina di tornasole delle strategie che le amministrazioni intendono mettere in campo. Da qui, la particolare attenzione con cui si deve procedere.

La contrarietà delle associazioni. Da un punto di vista politico, basterebbe la contrarietà manifestata da numerosi soggetti associativi per suggerire prudenza. Cna, Confesercenti e Lapam Federimpresa, dopo gli incontri con gli associati, hanno elaborato un documento comune per chiedere alle amministrazioni interessate, di aprire un tavolo di confronto sul recupero dell’area e bocciano in toto la proposta di modifica dell’accordo del 2004. La stessa Confcommercio è stata pesantemente sollecitata dalla sua base associativa a prendere posizione contro la proposta avanzata dalla proprietà. I sindacati sono intervenuti nel merito e lo stesso hanno fatto numerose organizzazioni ambientaliste. Possibile che tutti difendano solo interessi particolari e non capiscano la bontà delle scelte che stanno operando le amministrazioni? Ma senza entrare nel merito dei singoli aspetti sollevati: gli effetti del Parco commerciale sulle attività dei centri urbani dell’Unione; l’impatto ambientale delle opere previste, in fatto di traffico, inquinamento e impermeabilizzazione del suolo; la scarsa centralità del parco scientifico tecnologico rispetto al progetto nel suo complesso e alle future strategie di investimento di Provincia e Università su ricerca e innovazione; quello che maggiormente preoccupa è il messaggio che si lancia. Possibile davvero che per lo sviluppo del vignolese si punti su Parchi commerciali come Casalecchio? E’ davvero questo che vogliamo?

Un po’ di Toscana a Modena. In una Provincia fortemente urbanizzata, stretta fra distretti produttivi ad alto rischio occupazionale e ambientale, come il tessile a Carpi, le ceramiche a Sassuolo e il biomedicale a Mirandola, attività che o richiedono molta manodopera a basso costo e sono esposte alla concorrenza selvaggia di Paesi emergenti o hanno un forte impatto sull’ambiente, il distretto agro-alimentare vignolese è un’area che deve preservare la sua diversità. Con uno slogan, siamo una enclave della Toscana a Modena. Difendere questa peculiarità è fondamentale e non è con i Centri commerciali che lo facciamo. Se davvero esistono carenze competitive o merceologiche, si proceda a studi approfonditi, la Provincia ha appena varato il Poic, e si agisca di conseguenza, senza eccessi e cercando di massimizzare l’utile pubblico delle scelte. Risorse che devono poi essere destinate a sostenere gli asset strategici dello sviluppo, a cominciare dall’agricoltura. Agricoltura, ambiente, territorio e servizi di qualità alla popolazione sono priorità su cui investire, e tanto. In questa logica ci sta sicuramente anche il Parco scientifico e tecnologico che deve però nascere con ampie garanzie di crescita, con le risorse pubbliche necessarie per sostenerne l’avvio e con piena condivisione del progetto da parte delle piccole e medie imprese locali, i primi referenti del polo tecnologico. Variante urbanistiche che consentano di costruire new town e parchi commerciali al privato di turno, mi pare che mal si concilino con la logica di sviluppo che ho provato a descrive. Ed è, comunque, proprio di questa, più ancora della modifica dell’accordo del 2004 sull’ex Sipe, che il Pd dovrebbe discutere a lungo, perché è dalle scelte strategiche sullo sviluppo che devono poi dipendere le azioni concrete.

Come procedere. E’ evidente, dalle considerazioni sopra esposte, che procedere ad una modifica forzata dell’accordo del 2004, senza recepire le istanze avanzate dalle associazioni di categoria, sarebbe un grave errore politico. Ma non solo. Si perderebbe infatti l’occasione di ripensare in modo complessivo allo sviluppo del territorio, facendo scelte coraggiose e di prospettiva. Da qui, l’esigenza di ricomprendere l’intera pianificazione economica e commerciale, all’interno degli strumenti regolatori sovracomunali e provinciali, in discussione. A cominciare dal Psc e dai successivi Poc. Nessuna variante ad hoc sarebbe comprensibile e difendibile, al di là del merito delle singole operazioni. E’ dall’insieme delle operazioni che si intendono mettere in campo che si deve determinare la sostenibilità dell’operazione Ex Sipe. Senza dimenticare che accanto al parco scientifico e tecnologico, servono anche risorse per sostenere l’agricoltura e la difesa dell’ambiente. Per questo, credo che il cuore del Psc debba essere rappresentato dall’identificazione delle linee strategiche dello sviluppo dell’Unione Terre di Castelli, in modo da consegnare ai futuri amministratori un documento politico – pianificatorio vincolante, anche per eventuali alleanze elettorali. In estrema sintesi, credo sia inevitabile uno “stop and go” per ripensare il progetto di recupero dell’area Sipe sulla base delle scelte complessive contenute nel Psc.

Un commento (di Letizia Riccovolti)

Questa mia brevissima solo per condividere le considerazioni di Francesco Galli, evitando di ripetere inutilmente i concetti già espressi e sottolineare alcuni aspetti e temi che mi sembrano importanti e che mi trovano pienamente d’ accordo.
Primo fra tutti, il bisogno che sento diffuso tra i cittadini, di vedere tradotta in azioni concrete e “di buon senso” quell’attenzione nei confronti di un ambiente già molto compromesso, ambiente che anche per me deve diventare priorità assoluta
In secondo luogo, una grande perplessità in merito alla scelta di favorire un consistente aumento della popolazione; mi chiedo a questo proposito se sia mai stata fatta una attenta analisi dei costi-benefici di tale operazione (quanta ICI e quanti oneri occorrono per recuperare i soldi necessari a costruire scuole, a fornire servizi vari, a smaltire i maggiori rifiuti, ad aiutare le famiglie bisognose?). Nutro da tempo la convinzione che ogni territorio per le sue caratteristiche fisiche, morfologiche, economiche e sociali abbia una capacità contenitiva oltre la quale si rischia il tracollo od il crollo della qualità della vita dei cittadini; tutto ciò, a prescindere dalle specifiche scelte urbanistiche (i grattacieli non ci consentono di inserire maggior popolazione se il territorio non la “regge” - consumano meno territorio ma molta più energia). Ciò comporta la necessità di un’attenzione puntuale nei confronti del suo utilizzo che deve sempre avere presente una progettualità d’insieme, articolata e completa in ogni sua parte, e soprattutto deve sempre avere ben presente l’obiettivo finale e cioè “ cosa e come quel paese deve diventare” rispettando tale obiettivo nel tempo.
Inoltre, il desiderio e la convinzione che proprio nel distretto agro-alimentare Vignola possa trovare una sua peculiarità e diversità rispetto alle altre realtà vicine, anche in considerazione della sua posizione geografica a differenza di Carpi, Mirandola o Sassuolo, con la conseguente necessità di sostenere l’agricoltura ed i nostri prodotti tipici.
Ancora, la bocciatura totale che la proposta di modifica dell’accordo del 2004 ha provocato in molti soggetti associativi induce a mio avviso ad agire con estrema prudenza, pur senza dimenticare che un accordo esiste, ed è quello del 2004, e che esistono dei diritti già acquisiti da parte del privato, diritti che non danno adito necessariamente a modifiche significative dettate da eventuali nuovi soggetti e nuove esigenze: se la necessità è quella di ridiscutere gli accordi, ciò vale anche per il soggetto pubblico che non necessariamente deve sottostare a nuove e diverse richieste, soprattutto di fronte a tanta ostilità generalizzata.
Tutto ciò, per concludere che non è possibile, pur recependo la fretta e l’urgenza, esaminare e discutere singolarmente dell’area ex-Sipe senza comprendere l’intera pianificazione e senza ricevere informazioni ed impegni in merito “all’insieme delle operazioni che si intendono mettere in campo”, in modo da permettere il formarsi di quel documento politico-pianificatorio vincolante citato nelle considerazioni finali di Galli.

Ancora su sicurezza ed immigrazione. Un appunto di Daniela Piani

22 Maggio 2008

Daniela Piani, medico ospedaliero e componente del Comitato Direttivo del PD di Vignola mi ha trasmesso questo testo in cui svolge considerazioni in parte “divergenti” rispetto a quelle che avevo svolto nel precedente post. La discussione (seria) è per me un piacere e dunque eccole qua.

L’episodio di violenza attualmente al centro dell’attenzione pubblica rimarrà tale per molto tempo, perché si inserisce in quella lunga serie di modificazioni che il nostro ambiente di vita e culturale ha subito in conseguenza del progressivo e rapido incremento della popolazione extracomunitaria o straniera in generale: in alcuni quartieri di Vignola non si sente più parlare italiano e proliferano attività di certo non degne o propizie al fiorite di un “centro commerciale naturale” e tantomeno del “salotto buono” del paese; nelle scuole si devono aumentare gli interventi e gli sforzi del personale docente NON per favorire la transculturalità (andiamo noi italiani con la mente in altre culture e conosciamo altre lingue!), ma la “alfabetizzazione italiana” di utenti (alunni) le famiglie dei quali sono ben disposte a lavorare in Italia, molto meno ad assorbirne la cultura e le tradizioni; i nostri servizi (scuola in primis, sanità subito dopo) sono pressati  da un aumento notevole della  richiesta di prestazioni e interventi, senza essere attrezzate per farvi fronte. Là dove deve intervenire poi la giustizia o le forze dell’ordine si apre la crisi più profonda: carceri…, rimpatri impossibili perché il ministero dell’interno non ha mai predisposto i mezzi…etc. Il problema non è qui il controllo come dice Andrea: una società civile non vive e prospera sotto il controllo sistematico di forze dell’ordine, della tecnologia, di sistemi di sorveglianza: non ci serve il grande fratello!
Ci serve una politica dell’immigrazione che risponda in primis a queste domande: che tipo società vogliamo/desideriamo per il nostro futuro e quello delle prossime generazioni? un’Italia/Europa senza confini, aperta a tutti perché tutti vogliono entrare e non possiamo fermarli? Accettiamo di mettere in discussione così la nostra identità di nazione e culturale e di esporla al pericolo di estinzione o di profondo stravolgimento che un’immigrazione prodottasi in modo rapido e massiccio (vedasi 46% di stranieri nel centro storico di Vignola!), senza i tempi necessari per un vero incontro tra civiltà,  una vera integrazione sociale comporta?   Perché l’integrazione tra nazioni si realizzi occorre tempo e luoghi di incontro/confronto adatti: dobbiamo certamente “assorbire” gli stranieri che vengono in Italia, non esserne travolti: ad esempio i Francesi sono molto sensibili alla tutela del territorio che per loro è cospicua fonte di introito economico per attività turistiche, ma i magrebini, che non condividono questo tipo di interesse, persistono nell’abbandonare lungo le coste e le spiagge ogni sorta di prodotto di rifiuto o di scarto; la raccolta differenziata è stata quindi imposta dalle autorità locali come obbligo per sensibilizzare tutti i residenti al problema! (sono spariti i cassonetti della spazzatura generici e lungo le strade si reperiscono solo quelli specializzati in vetro, plastica, rifiuti organici..).
Ciò che noi lasciamo ai nostri figli non è solo un patrimonio genetico, ma anche e soprattutto l’ambiente di vita: urbano, sociale, culturale. Sono quelli che “informano” la loro educazione, sviluppano le loro idee circa chi siamo/sono, quali valori difendiamo/eranno e  quale futuro immaginano. Un ambiente di vita caotico, problematico, spesso degradato da un uso inadeguato comunica insicurezza, confusione e può far sorgere reazioni irrazionali di difesa.  Non esiste un “carico  di immigrazione straniera sostenibile” come dice Andrea, se prima non rispondiamo a queste domande e scopriremo che, quanto più siamo legati a certe idee e anche superstizioni su come è e deve essere il nostro territorio, tanto meno siamo disposti ad accettare cambiamenti, soprattutto quelli che una immigrazione massiva impone. Il Centro Territoriale Permanente è certamente una buona iniziativa, ma richiede di selezionare, tra la popolazione che desidera entrare in Italia, quella quota che è motivata a integrarsi, a cooperare, a incontrasi con l’ospite, altrimenti questi centri andranno deserti.
E’ veramente etico accettare l’immigrazione di tante persone provenienti in particolare da paesi disagiati, senza avere prima stabilito in modo serio dei contatti diplomatici internazionali “seri=credibili=sistematici=con programmi e scadenze nel tempo”, volti a fondare e promuovere politiche credibili di sviluppo e di reciproco scambio con le nazioni di provenienza? Perché non accettare stranieri solo nell’ambito di programmi di interscambio economico/culturale/altro?
Abbiamo il  dovere morale di NON isolarci, ma anche il diritto di pretendere di scegliere quali sfide affrontare in futuro: il contatto e l’integrazione con nuovi stranieri è certamente benvenuto se si svolge in un cotesto e con le modalità che consenta ad entrambe le parti di conoscersi, affrontarsi e risolvere problemi; solo così si può aspirare allo sviluppo, altrimenti ci attenderà un declino e un impoverimento generalizzato. Per modalità mi riferisco all’assoluta necessità di migliorare le istituzioni principali del nostro stato: scuola e più in generale istruzione, sanità/tutela del diritto alla salute, regolamentazione attività produttive e commercio, perché queste sono le sedi di incontro, i punti di contatto tra nuovi arrivati e residenti e in tali sedei devono avere l’opportunità di incontrasi proficuamente. Il dovere dell’accoglienza per chi è già arrivato, seppure in modo illegale o clandestino, e vive del suo lavoro o “abbia ben meritato nei confronti dell’umanità” è comunque ASSOLUTO.

Il conflitto delle interpretazioni. E la risposta della politica (quella seria)

18 Maggio 2008

Giovedì 15 maggio si è tenuto un incontro del Comitato Direttivo del PD di Vignola per riflettere sul tema della sicurezza, a partire dall’episodio di violenza sessuale di lunedì 5 maggio. Qui di seguito sviluppo le considerazioni fatte nel mio intervento, centrato su tre aspetti: un’analisi della comunicazione “politicizzata” avvenuta sull’episodio; le politiche per la sicurezza; le politiche per l’immigrazione.

[1] L’episodio di violenza sessuale su una donna italiana compiuto da un ragazzo marocchino lunedì 5 maggio è un episodio che ha modificato l’agenda politica del territorio. In questi giorni questo è stato il tema. Non sappiamo per quanto ancora lo sarà. Quando l’agenda viene modificata in modo così marcato è fondamentale, per una forza politica, essere in grado di comunicare. Occorre avere delle cose da dire. Ma occorre anche fare delle cose – specie se si governa la città. Un’analisi della comunicazione a mezzo stampa sull’episodio evidenzia una certa peculiarità – una sorta di “conflitto delle interpretazioni”, per rubare il titolo di un libro di Paul Ricoeur. L’episodio del 5 maggio ha in effetti due componenti: è un episodio di violenza sessuale; l’aggressore era un cittadino straniero. E’ bene tenere presente questi due elementi, visto che su di essi si costruiscono diverse strategie di comunicazione (politica). Da un lato sta infatti una comunicazione che enfatizza quasi esclusivamente l’aspetto della violenza sessuale, senza fare riferimento al fatto che l’aggressore era straniero. Esemplare è il volantino dell’iniziativa Libere di correre in cui quest’ultimo aspetto non è neppure citato. Essendo un’iniziativa promossa da donne la cosa è assolutamente comprensibile, ma anche assolutamente corretta. Sappiamo infatti che la violenza sulle donne avviene in misura preponderante nell’ambiente domestico! (vedi). Questo registro è adottato anche dalle istituzioni locali. Dall’altro lato sta invece la comunicazione delle forze politiche – Lega Nord, PdL – che, anche perché (localmente) all’opposizione, enfatizzano gli aspetti negativi connessi ai processi migratori. In questo caso la comunicazione è: l’immigrazione porta criminalità – dunque basta immigrazione – gli stranieri tornino a casa loro. Due soli esempi: “Il costo umano di questa immigrazione non è più sopportabile“ (Enrico Aimi, L’Informazione di Modena, 7 maggio 2008). “Per la sinistra il violentatore di Vignola dovrebbe poter votare alle elezioni. Modena paga molto caro il multiculturalismo di una sinistra sorda e cieca.” (Andrea Leoni, PdL, dichiarazione riportata da Gazzetta di Modena, 8 maggio 2008; inutile aggiungere che tra il votare alle amministrative ed il commettere atti criminosi non c’è alcun nesso!). Ma è soprattutto la Lega Nord che enfatizza questo aspetto con un discorso dove sono mischiate considerazioni sui rischi dell’immigrazione, stereotipi culturali sull’Islam, richiamo alla “nostra” terra (ed alle “nostre” donne) e, soprattutto, un incivile tentativo di introdurre differenziazioni nel grado di attenzione e tutela dell’universo femminile: nel comunicato per la fiaccolata della Lega Nord (Gazzetta di Modena, e L’Informazione di Modena, 9 maggio 2008), si parla infatti di uno “sfregio continuo verso le nostre donne” (citazione testuale!) – come se di ciò che succede alle donne “non nostre” potessimo (o dovessimo) disinteressarci! (Nella cronaca nazionale di pochi giorni dopo emerge la concretezza di tale considerazione. Che saremmo tentati di ritenere assolutamente banale, ma che evidentemente così banale non è; sulla ripresa della xenofobia della Lega Nord vedi Renzo Guolo su La Repubblica del 23 dicembre 2007).
[2] Il tema della sicurezza dei cittadini è un tema da tempo ai primi posti dell’agenda dell’amministrazione comunale. E’ sin dall’inizio del suo mandato, nel 1999, che il Sindaco Adani si confronta con questo tema. I risultati ci sono. L’amministrazione è riuscita ad ottenere un incremento delle forze dell’ordine sul territorio: con la “Tenenza” a Vignola i carabinieri sono passati da 8 a 30 e l’effetto di una presenza più forte si vede (anche con riferimento all’episodio del 5 maggio: l’aggressore è stato individuato e fermato in poche ore). Nel 2006 è stata decisa la costituzione del Corpo unico di Polizia Municipale dell’Unione terre di Castelli. Nei prossimi giorni la nuova gestione diventerà pienamente operativa, anche grazie ad un consistente potenziamento dell’organico. Nel 2007 è stato approvato il progetto per la realizzazione del Nuovo polo della sicurezza e protezione civile a Vignola. Ed i lavori partiranno entro il 2008. Sempre nelle prossime settimane verrà installato un sistema di videosorveglianza nel centro storico. Dunque, i “fatti” ci sono. Penso che poche amministrazioni comunali possano esibire progetti e risultati comparabili. Ma è altrettanto vero che c’è ancora da fare. Ad esempio, in termini di “controllo” del territorio: un controllo da attuarsi con l’azione di forze dell’ordine e polizia municipale, con dispositivi tecnologici, ma anche un maggiore controllo “sociale”. Soprattutto occorre riprendere una impostazione sistematica sul tema della sicurezza. Riprendendo ed aggiornando – come richiesto dal Consiglio Comunale nel luglio 2007 – il Progetto Vignola città sicura, approvato dall’amministrazione comunale nel febbraio 2000 (assessore Maurizio Prandi) ed articolato in 18 azioni distinte (ma oggi deve necessariamente essere esteso a tutto il territorio dell’Unione). Impostazione sistematica significa anche rafforzare il processo pianificazione, attuazione e verifica. Tra le altre cose è importante realizzare periodicamente un’indagine sulla percezione della sicurezza/insicurezza dei cittadini (il primo – ma anche ultimo! – Rapporto sulla sicurezza nei comuni di Vignola, Spilamberto, Savignano risale al 2001!). Un’indagine che rilevi anche quanti cittadini (ed in particolare tra i gruppi sociali più sensibili al fenomeno: donne ed anziani) hanno modificato i propri comportamenti a seguito del sentirsi insicuri.
[3] Ugualmente impegnativa è la riflessione sulle politiche dell’immigrazione. Anche queste discendono da responsabilità diverse tra livelli istituzionali: stato, regioni, enti locali. Che i processi migratori comportino anche un aumento della criminalità – soprattutto legata alla presenza di stranieri clandestini – è cosa nota (vedi). Così come è noto che non esistono facili soluzioni. Anche in questo caso la cosa migliore è operare con serietà, cercando di sviluppare al massimo i processi di apprendimento (cosa funziona e cosa non funziona) evitando i proclami demagogici. Senza azioni strumentali e solo “simboliche”, cioè inefficaci, incapaci di incidere nella realtà. Si tratta, infatti, di mantenere un “difficile equilibrio” tra contrasto dell’illegalità (e criminalità) e politiche di accoglienza ed integrazione (vedi l’articolo di Deponti e Padula su Il Sole 24 ore del 17 maggio 2008). Il rinnovo del permesso di soggiorno (una pratica oggi inutilmente burocratizzata; vedi) deve essere legato ad una “verifica dei risultati” più articolata di quella odierna: lavoro stabile, alloggio, regolarità fiscale, apprendimento della lingua italiana . Ovviamente questo richiede offerta di servizi: se si richiede l’apprendimento della lingua o la conoscenza delle norme e delle leggi, deve esserci un’offerta di corsi od altri strumenti per rispondere a quell’esigenza (per l’apprendimento della lingua italiana segnalo che a Vignola è operativo dal 2001 il Centro Territoriale Permanente). A livello locale ci sono cose importanti che debbono essere fatte. Ne segnalo solo due. Innanzitutto occorre promuovere un più forte coinvolgimento delle comunità di immigrati e delle loro “rappresentanze” e delle loro realtà associative. Occorre trovare il modo per investire della questione sicurezza e legalità il Forum dei cittadini stranieri dell’Unione Terre di Castelli, investendolo, ora che la fase “conoscitiva” è terminata, di una questione di grande rilievo per l’inserimento degli stranieri. Questa è anche la richiesta avanzata dalla Cgil di Vignola nel volantino distribuito in occasione dell’iniziativa Libere di correre. Occorre riprendere – l’ultimo progetto è del 2004! – un intervento di promozione della conoscenza dei diritti e doveri degli stranieri e di promozione della legalità (contrasto di comportamenti che generano insicurezza). In secondo luogo occorre contrastare con maggiore determinazione i processi, che riguardano alcune aree di Vignola, di “segregazione” spaziale nella residenza degli immigrati stranieri (vedi).
Più in generale c’è un tema di fondo su cui occorre iniziare a sviluppare una seria riflessione. Oggi gli stranieri sul territorio sono il 12% circa. La crescita è di circa 1% all’anno. Nel 2015 – se continua l’attuale trend - gli stranieri saranno circa il 20%. Bisogna iniziare seriamente ad interrogarsi sulla capacità di accoglienza ed integrazione. Bisogna chiedersi: qual è il “carico” di immigrazione straniera “sostenibile” dalla realtà sociale di questo territorio? Sapendo che non ci sono soglie “in astratto”, ma anche che “soglie” sociali certamente ci sono. Significa riflettere sulla velocità dell’integrazione sociale, sugli “effetti collaterali” della presenza di stranieri, sugli atteggiamenti che i residenti (specie quelli culturalmente meno dotati) maturano. Significa approntare un sistema di rilevazione che sia in grado di cogliere i segnali di “malessere” della società locale – e quindi supportare l’azione amministrativa.

PISA in Emilia-Romagna!

14 Maggio 2008

Non si tratta di uno “svarione” in geografia! PISA è un acronimo che sta per Programme for International Student Assessment. Si tratta di un programma promosso dall’OCSE per valutare le competenze dei quindicenni in tre ambiti: lettura, matematica, scienza (vedi). Il programma prevede la somministrazione di una serie di test, oltre ad un questionario per rilevare la condizione economica, sociale e culturale della famiglia, ad un campione di studenti dei paesi aderenti all’iniziativa (i 30 paesi OCSE più altri paesi partner). In questo modo viene misurato il livello di competenza (literacy) degli studenti di ciascun paese sui tre ambiti ricordati ed in tal modo si “misura” la performance di ciascun sistema scolastico. A titolo d’esempio, nell’ambito di PISA, la competenza di lettura viene definita come la capacità di comprendere, utilizzare e riflettere su testi scritti al fine di raggiungere determinati obiettivi, ovvero al fine di usare le conoscenze apprese dal testo. Nell’ambito di PISA ogni tre anni viene realizzata l’indagine sulle competenze. Le prime due edizioni sono del 2000 e 2003. La terza edizione è del 2006 (vedi). E’ proprio nell’ambito di quest’ultima edizione che la Regione Emilia-Romagna, assieme ad altre regioni, ha aderito all’indagine di valutazione internazionale, prevedendo un sovracampionamento degli studenti emiliano-romagnoli così da poter effettuare elaborazioni su base regionale e, dunque, effettuare il confronto tra i dati regionali, i dati nazionali ed i dati OCSE. Ebbene ora sono noti i risultati. Il 13 maggio 2008 sono stati presentati nel corso di un seminario promosso dall’Assessorato alla Scuola della Regione e dall’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna (vedi). Che cosa ci dicono questi dati? Alcune cose molto interessanti. Sapevamo da tempo che il sistema scolastico italiano non risultava ben posizionato nella “classifica OCSE” su tutti e tre gli ambiti indagati (lettura, matematica, scienza). Oggi sappiamo anche che dal 2000 al 2006 ha continuato a perdere posizioni (vedi). In queste materie i quindicenni italiani sanno meno dei loro coetanei dei paesi OCSE. Il loro grado di literacy (valore medio nazionale) è infatti inferiore alla media OCSE, spesso anche molto inferiore. E per i quindicenni dell’Emilia-Romagna? Per loro le cose vanno un po’ meglio. I risultati dei loro test li pongono sostanzialmente a livello della media OCSE. Vediamo. Gli studenti dell’Emilia-Romagna, alla rilevazione del 2006, hanno ottenuto i seguenti punteggi: competenza scientifica 510 (media OCSE 500, Italia 475), competenza matematica 494 (media OCSE 498, Italia 462), competenza di lettura 496 (media OCSE 492, Italia 469) (vedi i tre grafici, pdf). Collocarsi in prossimità della media OCSE vuol dire stare all’incirca a metà tra i 30 paesi OCSE, con performance simili a Repubblica Slovacca, Ungheria, Polonia, Spagna. Molto distanti dai “primi della classe”: Finlandia, Corea, Hong Kong, Olanda, Svizzera, Canada, Giappone. E’ la conferma che anche il sistema scolastico della nostra regione è in sofferenza, sebbene esibisca performance migliori rispetto alla media nazionale e ad altri territori (ma registri, invece, la performance più bassa tra le regioni del Nord Est). Bene ha fatto dunque la Regione Emilia-Romagna, come ricordava l’assessore alla scuola Paola Manzini, a mettere allo studio programmi di potenziamento degli insegnamenti in matematica, cultura scientifica e lingua inglese. Altro dato di estremo interesse che emerge da PISA riguarda l’influenza del contesto familiare. Correlando un indice Economico Sociale Culturale di Status (ESCS) con i risultati ai test si vede che al crescere dell’indice ESCS cresce il punteggio ai test. Un punto dell’indice ESCS equivale in ambito OCSE a +40 punti nei test di literacy (+31 in ambito nazionale). Si tratta dell’equivalente, all’incirca, di un anno di scuola! In sintesi cosa dice PISA a questa regione? Che seppure le cose vanno qui meglio che in altre parti d’Italia anche il nostro sistema scolastico non è immune dai mali (cronici) della scuola italiana. Anch’esso necessita dunque di forti interventi di miglioramento. E poiché è interesse della Regione e degli enti locali fare in modo che i cittadini di questa regione stiano al passo con i migliori in Europa, occorre da un lato sollecitare una seria e stabile riforma del sistema scolastico italiano. E, dall’altro, rafforzare la collaborazione con l’ufficio scolastico regionale e con le istituzioni scolastiche autonome (a livello locale) per mettere al centro dell’azione di tutti il nodo centrale: la performance della scuola. Anche a livello locale si richiede uno spostamento di focus! Altro insegnamento: per “governare” il sistema occorrono strumenti (affidabili) di monitoraggio e rilevazione. I dati PISA, pur con tutte le cautele del caso, misurano aspetti importanti delle competenze e ci dicono cose interessanti sull’efficacia delle politiche pubbliche in ambito scolastico. Sarebbe buona cosa iniziare ad adottare un siffatto metodo anche a livello locale.

Competenze in matematica rilevate in Emilia-Romagna, altre regioni italiane ed altri paesi partecipanti a PISA 2006

In Italia il monitoraggio del sistema scolastico è affidato all’INVALSI (vedi). Un’analisi più estesa ed articolata dei dati della rilevazione PISA 2006 relativi alla Regione Emilia-Romagna sarà oggetto di un volume curato da Giancarlo Gasperoni, edito da Il Mulino e la cui pubblicazione è programmata per il settembre 2008.

Esprimere solidarietà e reagire con determinazione. Ma senza strumentalità

9 Maggio 2008

“Libere di correre. Camminata contro la violenza”. Questa iniziativa, promossa dall’associazione 8 marzo di Savignano, da altre associazioni di donne, dal Centro Documentazione Donna di Modena e da Cgil, Cisl e Uil di Vignola, va nella giusta direzione. Una camminata da Piazza Falcone, in centro a Savignano s.P. (ritrovo sabato 10 maggio ore 15.30), a piazza dei Contrari a Vignola, passando per il “percorso Sole”. Un modo per manifestare “affettuosa e forte” solidarietà e per richiamare l’attenzione di tutti sul tema della violenza alle donne (vedi). E’ un’iniziativa promossa dalla società civile, speriamo con la partecipazione di tanti cittadini, rappresentanti delle istituzioni, esponenti di tutte le forze politiche. Mi sembra che voglia rappresentare, assieme alla solidarietà, anche la ferita ricevuta, tramite un crimine odioso, da una comunità civile. Vedo invece il rischio della strumentalizzazione nella fiaccolata promossa dalla Lega Nord per lunedì sera. Una cosa colpisce (e ferisce) nella nota in cui viene comunicata l’iniziativa: si parla delle “nostre donne” che si sentono insicure - come se gli episodi che pure avvengono nei confronti di donne “non nostre” fossero affari che non ci riguardano. Purtroppo quando la politica si appropria strumentalmente dei drammi umani riesce solo a distruggere e non a promuovere una cultura dell’attenzione, del rispetto, della solidarietà. Oltre a distruggere la propria credibilità (ma questo è certamente il danno minore).

(Più in generale mi sembrano di grande intelligenza le considerazioni della sociologa Chiara Saraceno su La Stampa del 7 maggio 2008 che rappresenta il disagio dei cittadini comuni quando gli episodi di criminalità vengono “letti politicamente”; vedi)

Libere di correre. L\'arrivo del corteo a Vignola

Libere di correre, l’iniziativa promossa da diverse associazioni di donne è riuscita bene. Tra i 300 ed i 400 i partecipanti. Tanti i cittadini comuni (moltissime le donne), molti amministratori (tra cui il sindaco di Spilamberto, Francesco Lamandini, in rappresentanza dell’Unione Terre di Castelli) ed esponenti di partiti. Numerosi anche i cittadini stranieri. Nella foto l’arrivo del corteo a Vignola.

Che fare?

7 Maggio 2008

Lunedì 5 maggio una donna è stata violentata sul margine del fiume Panaro a Savignano. Un episodio di estrema gravità che colpisce tutti noi. L’aggressore, fermato dopo poche ore dalle forze dell’ordine, è un cittadino straniero, marocchino, ventenne, domiciliato a Vignola, ma tuttora con la residenza nella regione Campania. Un episodio che sconcerta e che deve chiamare cittadini e soprattutto amministratori ad un impegno ancora più forte per la sicurezza di questo territorio. Come ha affermato il Sindaco Adani: “Quello che è successo è di una gravità estrema e impone un impegno sulla sicurezza ancora più deciso e risoluto”. Cosa possiamo fare a livello locale perché episodi del genere non si verifichino più? La risposta è tutt’altro che semplice. La prima cosa è però prendere sul serio il problema. Essere seri, in tal caso, significa anche evitare strumentalizzazioni. Nelle dichiarazioni, specie dei politici, io non vorrei vedere né il riferimento ad episodi di violenza avvenuti in questi giorni in altre parti d’Italia (riferimento che sembra un distogliere lo sguardo che deve invece stare assolutamente fermo su quello che succede in questo territorio), né descrizioni allucinate come quelle che si riferiscono alla provincia di Modena come ad “una sorta di parco divertimenti per la criminalità”. La seconda cosa è potenziare il controllo del territorio. Potenziare la presenza delle forze dell’ordine (e questo è compito dello stato), della polizia municipale (e questo spetta all’Unione Terre di Castelli – che in effetti ha già in programma un potenziamento dell’organico), utilizzare a tal fine la tecnologia (il programma di installazione delle telecamere almeno nella zona del Centro storico deve essere realizzato con celerità), potenziare anche i controlli “sociali” (dai volontari per la sicurezza fino ad una più attenta distribuzione degli eventi di animazione che sono anch’essi forme di presidio del territorio). Ma forse anche questo potrebbe non risultare sufficiente. Occorrerà probabilmente mettere in campo ulteriori azioni – da individuare. E qui ho solo un suggerimento su un terzo aspetto: il tema della sicurezza (e della sua interrelazione con quello della presenza crescente degli immigrati stranieri) è un tema complesso che richiede la nostra migliore capacità di programmazione, attuazione, verifica dei risultati. Abbiamo bisogno di governare in modo integrato una pluralità di azioni. Abbiamo bisogno cioè di un Piano articolato di interventi. Ed abbiamo bisogno di misurare periodicamente l’efficacia delle nostre azioni, chiamando anche i cittadini a valutare i risultati conseguiti. La capacità di leggere, anche criticamente, i risultati conseguiti (o mancati) è fondamentale. Significa adottare consapevolmente un approccio che periodicamente “rende conto” – a noi come amministratori, a tutta la cittadinanza. Un’ultima cosa. Poter disporre di un’indagine che periodicamente ci dice quale percezione hanno i cittadini del grado di insicurezza/sicurezza del territorio e, soprattutto, di quanto i cittadini cambiano il loro comportamento per reagire all’insicurezza che percepiscono. Anche questo ci aiuterebbe a mantenere focalizzata l’attenzione, con continuità, su questo tema fondamentale per la comunità del territorio vignolese.

Domenica 4 maggio avevo scritto alcune considerazioni sul tema immigrazione e criminalità. Con l’episodio del giorno dopo sono divenute certamente obsolete. Ma forse non del tutto. In ogni caso è da qui che bisogna ripartire per progettare un’azione di controllo del territorio ancora più efficace. Sul tema vedi anche le riflessioni di Tito Boeri su LaVoce.info (vedi).

Immigrati e criminalità. Che cosa sappiamo? Che cosa possiamo fare?
Una recente indagine condotta in Emilia-Romagna ha evidenziato che il 28% dei residenti ritiene che la presenza degli immigrati stranieri contribuisca “molto” ad aumentare la criminalità. La percentuale sale al 75% se si sommano anche coloro che pensano che gli stranieri contribuiscono “abbastanza” all’aumento della criminalità (A.Colombo, Gli stranieri e noi. Immigrazione e opinione pubblica in Emilia-Romagna, Il Mulino, Bologna, 2007; vedi). Partiamo da questo dato. E’ una percezione corretta? Indubbiamente sì. Ce lo confermano alcuni dati. Il 30% dei detenuti nelle carceri italiane sono stranieri. Per molte tipologie di reato gli stranieri denunciati sono in proporzione assai maggiore rispetto ai cittadini italiani. E’ però importante introdurre sin da subito una precisazione: la stragrande maggioranza di questi reati sono commessi da stranieri clandestini. Ad esempio il 92% degli stranieri denunciati per violazione della legge sugli stupefacenti è priva di permesso di soggiorno; così anche l’89% di quelli denunciati per furto; e così via (per questi ed altri dati vedi Barbagli M., Regolarizzazioni, espulsioni e reati degli immigrati in Italia (1990-2004), in Barbagli M., Colombo A., Sciortino G. (a cura di), I sommersi e i sanati. Le regolarizzazioni degli immigrati in Italia, Il Mulino, Bologna, 2004, pp.201-222, vedi; dati più recenti sono nel rapporto curato da Barbagli per il Ministero dell’Interno vedi). Facile dunque giungere alla conclusione – corretta – secondo cui se si vuole ridurre la criminalità dovuta agli stranieri si deve contrastare l’immigrazione clandestina. Si deve anche cercare di “sottrarre” gli stranieri ai circuiti dell’illegalità (ad esempio sottraendoli al lavoro “nero”), ovvero offrire loro chances per entrare nella legalità (e poi starci). Questo significa anche lavorare per la loro integrazione: casa, lavoro, famiglia, figli – tutti fattori che riducono la probabilità di commettere reati. Insomma, le ricerche di cui disponiamo ci dicono che se si vuole ottenere una riduzione della criminalità degli immigrati occorre impostare politiche diversificate: di breve e di lungo periodo. Occorre, da un lato, impostare politiche che favoriscano l’integrazione dei cittadini stranieri – politiche la cui competenza ricade (prevalentemente) sugli enti locali. E queste sono politiche di lungo periodo (riguardano, ad esempio, la cosiddetta “seconda generazione”). Occorre, dall’altro, impostare politiche che riducano la presenza di immigrati irregolari, ovvero di clandestini (anche se è bene distinguere tra immigrati entrati clandestinamente ed immigrati entrati regolarmente, ma che poi non rinnovano il permesso di soggiorno). E queste sono politiche di breve/medio periodo e sono (prevalentemente) di competenza dello stato. E occorre perseguire le une e le altre, assieme. Occorre cioè avere l’intelligenza per evitare che le une (quelle di contrasto della clandestinità) danneggino le altre (quelle volte a favorire l’integrazione), come avviene invece con certe norme della legge Bossi-Fini che rende precario lo status di regolare (straniero con permesso o carta di soggiorno) perché lo lega in modo troppo rigido ad un contratto di lavoro e perché impone procedure amministrative che ciascuno di noi riterrebbe vessatorie (vedi). Il contenimento dell’immigrazione irregolare può avvenire quindi in due modi: rendendo più efficienti i controlli di frontiera per impedire l’ingresso di clandestini (attuando procedure di “respingimento”) e aumentando i controlli interni per individuarli e quindi espellerli. Tutte cose che oggi lo stato italiano non fa un granché bene e che dunque vanno migliorate. In effetti sta qui il punto debole dell’azione statale, giacché per procedere all’espulsione lo straniero deve essere identificato e deve esserne stabilita la nazionalità (per poterlo rimpatriare). A questo servono i Cpt: trattenere gli stranieri in attesa di identificazione e per predisporne il rimpatrio. Per questo forse non è male allungare i tempi di permanenza massima – come si sta discutendo di fare in sede UE (vedi) – pur garantendo loro condizioni dignitose (ed oggi non è sempre così).
C’è inoltre anche un terzo “modo” per ridurre gli stranieri irregolari: quello di trasformare il loro status giuridico promuovendoli da clandestini a stranieri regolari. E’ chiaro che meno efficaci sono le politiche di controllo degli accessi, più probabile diventano le sanatorie, ovvero le regolarizzazioni a posteriori. Ricordiamo che in Italia la sanatoria maggiore – legge n.189 del 2002 – l’ha realizzata il Governo Berlusconi, con la regolarizzazione di 634.728 stranieri: una cifra pari alla somma dei regolarizzati nelle 3 precedenti sanatorie del 1990, 1995, 1998. Se non si investe nel controllo delle frontiere (con quel che consegue in termini di accordi bilaterali per agevolare i rimpatri, ecc.), se non si investe nel controllo interno (controlli di polizia, ma anche ispezioni per ridurre l’offerta di lavoro non regolare), è inevitabile ricadere in sanatorie periodiche.
In ogni caso il controllo dell’immigrazione clandestina è di grande importanza, ai fini della riduzione della criminalità, proprio in quanto la maggior parte dei reati commessi da stranieri sono imputabili a stranieri clandestini. Se vogliamo che non passi l’equazione immigrazione uguale criminalità dobbiamo farci carico di una più efficace azione di contrasto dell’immigrazione irregolare e clandestina; dobbiamo lavorare di più e meglio per promuovere una piena integrazione degli immigrati regolari.

Il partito di Bibì e Bibò? Facciamo non sia il PD

6 Maggio 2008

Nei giorni scorsi sono usciti alcuni articoli di grande interesse sul PD e le sfide che gli stanno davanti – a riprova che passati i momenti “caldi” del post-elezione si riacquista lucidità. Innanzitutto occorre riprendere il lavoro di costruzione del partito, di definizione del suo progetto – interrotto proprio dalle elezioni anticipate. Ed occorre farlo, appunto, riacquistando lucidità nella messa a fuoco dei compiti che ci aspettano. Evitando, innanzitutto, che il “nuovo” PD rimanga imprigionato dentro logiche “vecchie”. Lo si può evitare, assumendo fino in fondo l’impegno per il rinnovamento innanzitutto dei metodi. Dunque, come con la solita ironia osserva Bersani, evitando di dare l’idea di un partito di Bibì e Bibò, dove dall’alto si pretende di decidere gli equilibri fino alla sezione di Brisighella. E dove, invece, si tarda nell’avviare quei processi di riflessione sul voto e, soprattutto, di “studio” (davvero!) della società necessari per impostare una proposta di modernizzazione della società che risulti più convincente e, soprattutto, sia avanzata da un soggetto ad “alta credibilità”. E qui Bersani declina in modo intelligente il concetto di “radicamento”: far sì che chi si riconosce nel PD possa essere guidato – ad ogni livello – da chi ha i migliori rapporti con la realtà (vedi la bella intervista a Pierluigi Bersani su L’Unità del 3 maggio 2008). Questo significa innanzitutto un partito ed una classe dirigente in grado di “stare sui problemi” e “che, dove governa, segnala per primo i problemi anche quando non è in condizione di risolverli” (Avete letto bene!). Ed un partito che per davvero premia il merito, le capacità, perché questo è l’unico modo di mettere in campo idee nuove: non mediazioni tra posizioni consolidate, ma la capacità di dischiudere orizzonti (di soluzioni) nuovi. Detta alla Bersani: facendo la “mossa del cavallo”, ovvero spostando “gli orizzonti della discussione”. A leggere per intero l’intervista risulta chiaro che l’aspetto più enfatizzato e ripreso dalla stampa – “vocazione maggioritaria non significa vocazione all’autosufficienza” – è forse il più banale. Perché anche in tal caso occorre lucidità, ovvero riconoscere che è bene non pregiudicare una possibile strategia futura con mosse precipitose. Andiamo avanti a definire il progetto del PD, il suo profilo “riformista”. La questione delle alleanze segue. Non è l’urgenza dell’oggi. L’urgenza dell’oggi è che “discutiamo poco”: “abbiamo bisogno di una discussione ordinata e formalizzata” (è di nuovo Bersani che parla). Idee che sono formulate anche da Rosy Bindi su Il Mattino del 5 maggio 2008 (vedi): “prima di decidere con chi si va, dobbiamo domandarci fino in fondo chi siamo, approfondire il nostro progetto”. Insomma, il PD è ancora un “progetto incompiuto”, come sottolinea Ilvo Diamanti su La Repubblica del 4 maggio 2008 (vedi). Dunque fa bene Giorgio Merlo, su Europa dell’8 maggio 2008, ad evidenziare i tre temi su cui il PD attende una risposta politica: profilo del partito, innovazione della politica, alleanze (vedi).
E per chi vuole un tema nazionale su cui riflettere ed applicarsi (per quelli locali potete navigare in questo blog), Michele Salvati propone l’unica “questione nazionale” – quella meridionale – e le tensioni che si apriranno tra le forze di governo tra il progetto di federalismo fiscale della Lega Nord e l’esigenza (che sarà riaffermata con forza da un PdL “meridionalizzato” ed in coalizione con il MpA) di dare risposta al problema di “sviluppo” del Sud. Invitando il PD ad un impegno a formulare una sua proposta, a trovare una “mediazione alta”, affinché il progetto per ridurre il gap tra Nord e Sud non debba significare mantenere servizi e trasferimenti al Sud che, come oggi, siano usati in modo inefficiente e clientelare (vedi).