Archivio per Aprile 2008

Vivi Equo! Contribuisci al rilancio!

30 Aprile 2008

Da qualche anno è attiva a Vignola (in via Portello 3, vedi su Google Maps) la Bottega d’Oltremare, una bottega di prodotti del commercio equo e solidale (ma anche punto vendita di prodotti della Libera Associazione Genitori – LAG) della Cooperativa Oltremare (vedi). La Bottega è gestita da un gruppo di volontari che in questi giorni sta predisponendo un programma di rilancio: per rimpolpare il gruppo, per accrescere il fatturato, per essere più presenti ed incisivi con iniziative sul territorio. Per mettere a fuoco questo piano di rilancio è convocato un incontro per mercoledì 7 maggio, ore 20.45, presso la sala riunioni della Biblioteca Auris (via San Francesco). Se sei interessato al commercio equo e solidale, se vuoi promuoverlo sul territorio, se vuoi semplicemente aggiungere un surplus di solidarietà ai tuoi acquisti, se hai qualche idea brillante su come diffondere il commercio equo, se te la senti anche di metterci un po’ di tempo per l’apertura della bottega … allora partecipa! Invita e fai partecipare le persone che ritieni interessate. C’è bisogno di costruire una grande rete!! Se vuoi informazioni puoi contattare Umberto Costantini, referente dei volontari (cell. 340-4968729).

Vignetta sul commercio \

Perché il commercio equo e solidale, pur essendo oggi un commercio “di nicchia”, è importante? Siamo oggi più consapevoli che in passato della sempre maggiore interdipendenza dei destini dell’umanità. Il commercio equo e solidale si fonda su questa interdipendenza: l’acquisto di questi prodotti – rigorosamente certificati – in occidente (dunque anche qui a Vignola) produce (sì!) benefici ai produttori nei paesi del “terzo mondo”. Legittimo che qualcuno nutra dubbi sull’efficacia di questa azione. Ma la cosa è oggi documentata in molti modi. Oltre alle testimonianze rintracciabili in rete suggerisco di leggere L.Becchetti, M.Costantino, Il commercio equo e solidale alla prova dei fatti. Dai gusti dei consumatori del Nord all’impatto sui produttori del Sud del mondo, Bruno Mondadori, Milano, 2006, 22 euro (vedi). I risultati? Eccoli: “Oltre 4.000 piccoli gruppi di produttori marginalizzati e centinaia di migliaia di lavoratori in più di 50 paesi in via di sviluppo partecipano alla catena commerciale del commercio equo e solidale. Oltre 5 milioni di persone in Africa, America Latina e Asia beneficiano dei criteri del commercio equo.” (p.150) Insomma: vale la pena. Vivi equo!


Ancora sul voto e le scelte (dell’oggi) del PD

28 Aprile 2008

Man mano che passa il tempo dalle elezioni del 13 e 14 aprile migliora anche il grado di lucidità con cui riusciamo ad analizzare l’esito del voto e l’efficacia della campagna elettorale. Sull’esito del voto abbiamo già detto. Sull’efficacia della campagna elettorale emergono ora alcune voci che, forse fuori dal coro, consentono di precisare alcune cose. In sostanza la scelta di “correre da soli” è assolutamente condivisa e ad essa va riconosciuto il merito di aver garantito la “tenuta” del PD che, altrimenti, sarebbe stato certamente penalizzato (su Il Corriere della Sera del 30 gennaio 2008 Mannheimer ha stimato in 5 punti percentuali il “guadagno” del PD nell’ipotesi “corro da solo”). Ma dopo il recupero iniziale, prontamente registrato dai sondaggi, la crescita dei consensi al PD si è stabilizzata ed il gap è rimasto sostanzialmente immutato fino al voto (che, semmai, ha rivelato la sorpresa del forte calo della SA e della forte crescita della Lega Nord – questi non registrati dai sondaggi)! Il primo certamente anche effetto dell’invito al “voto utile”. Ma – fa notare Luca Ricolfi – se il risultato del PD ha una componente di “voto utile”, significa che questi elettori potranno ritornare in libertà quanto prima (vedi; vedi anche l’articolo di R.Gualtieri su Il Riformista del 18 aprile 2008). Sta dunque al PD trasformare questi voti “opportunistici” in voti di “convinzione”. Cosa che può essere fatta, però, solo con un impegno di lungo periodo che affronti con decisione alcuni degli handicap che il nuovo partito ha ereditato dal passato: la “questione settentrionale” (vedi) e la distanza di alcuni “blocchi sociali” di rilievo: lavoratori autonomi, ma anche operai (vedi). Rimane la sfida del PD dopo la sconfitta: come procedere, quale strategia mettere in campo. Quest’ultima è probabilmente la scelta più impegnativa, ma anche quella che non deve essere assunta nell’immediato. Aiuteranno a formularla anche i prossimi passaggi elettorali: le amministrative e le europee nel 2009, le regionali nel 2010. Più insidiosa è invece la questione del come arrivare alle più importanti scelte interne dell’oggi: l’elezione dei capigruppo alla Camera ed al Senato e l’elezione del Presidente dell’Assemblea Nazionale (che non è proprio la stessa cosa del “Presidente del Partito”, carica non prevista dallo Statuto) dopo le dimissioni di Romano Prodi. Per me la risposta è una sola ed è quella che abbiamo ripetuto ai cittadini in vista delle primarie del 14 ottobre: “una testa, un voto”. Ovvero, chi ritiene si candidi, certo presentando una “visione” del ruolo per cui si propone e prestando attenzione al pluralismo interno. Quindi al voto. Evitando di dare l’idea di una decisione centralizzata. I gruppi parlamentari e l’Assemblea sapranno scegliere. Decisamente poco convincente è la proposta di Ermete Realacci su La Stampa di oggi (28 aprile 2008, pp.4-5): “in Parlamento arrivano molti giovani e molte persone nuove alla politica. Devono potersi formare un’opinione, prendere contatto con la realtà politica, prima di votare per i loro presidenti. Altrimenti corrono il rischio di farlo secondo vecchie logiche.” Preoccupazione anche condivisibile, ma che impone un prezzo non indifferente. Che altri decidano per loro. Anche questa è “vecchia logica”. Sul tema vedi l’editoriale de Il Riformista del 25 aprile (vedi).

Leggere la città con la “Scuola di Chicago”

25 Aprile 2008

I processi di insediamento abitativo all’interno di una città sono il risultato di scelte di individui e famiglie alla ricerca di un nuovo alloggio. I decessi e l’emigrazione liberano alloggi. Le nuove realizzazioni di edilizia residenziale incrementano l’offerta. Le scelte avvengono quindi confrontando le opportunità disponibili sul mercato con le preferenze e le risorse del nucleo familiare alla ricerca di un’abitazione. Tali processi di insediamento si dispiegano nel tempo, ad esempio sotto la pressione della crescita demografica “naturale” o di processi migratori mossi dalle opportunità occupazionali dell’area. Per leggere la trasformazione insediativa è però importante riconoscere che questa non avviene in modo casuale, ma secondo modalità che possono essere ricondotte ad un “modello”, ad una “struttura”. Occorre, in altri termini, legare i fenomeni “molecolari” delle scelte individuali a strutture di opportunità ed a modelli insediativi peculiari. Si può così, allargando l’orizzonte, leggere la città come una sorta di “organismo” che si evolve o, meglio ancora, come una sorta di ecosistema sociale, dove diversi organismi (gruppi sociali) cooperano o competono nella localizzazione e nell’accesso al territorio ed alle risorse urbane. Questo approccio ecologico all’analisi urbana è stato sviluppato tra gli anni ’20 e ’40 del XX secolo da sociologi dell’Università di Chicaco, quali R.E.Park (vedi) ed E.Burgess (da qui l’espressione “Scuola di Chicago”: vedi). Park e Burgess studiano le città come ecosistemi all’interno dei quali si svolgono processi di competizione, invasione e successione. Il risultato di questi processi determina di volta in volta il profilo insediativo della città: dove si localizzano le attività commerciali di maggiore prestigio, dove invece i servizi avanzati, dove si insediano i nuovi residenti, ecc. Può essere interessante adottare questa prospettiva per leggere la trasformazione della città di Vignola. Tra i diversi aspetti del processo insediativo ci limitiamo qui a considerarne uno soltanto, quello relativo all’abitazione (l’analisi si potrebbe fare per gli esercizi commerciali, i servizi, ecc.), con particolare riferimento ad uno solo dei sottogruppi di nuovi residenti: i cittadini stranieri (ugualmente interessante sarebbe interrogarsi sui processi e sulle zone di insediamento degli “autoctoni” o degli immigrati dal Sud Italia, ma occorrono dati più difficilmente ottenibili). Per intenderci, ci interessa capire quale localizzazione spaziale troviamo a Vignola nelle residenze dei cittadini stranieri e quali “modelli” emergono: se diffusi in modo omogeneo sull’intero territorio, se concentrati invece in alcune zone (ed in tal caso, quali), e così via. Per fare questo è sufficiente disporre del numero degli stranieri residenti per ciascuna delle 261 vie di Vignola con almeno un residente. Una tale analisi consente di evidenziare alcuni fenomeni interessanti. Innanzitutto nella maggior parte del territorio comunale si registra una presenza diffusa, cioè equilibrata, di stranieri residenti od anche una debole presenza. Considerando che i residenti di nazionalità straniera sono oggi il 12,46% del totale dei residenti, emerge che in 184 vie su 261 la percentuale degli stranieri residenti è inferiore al valore medio complessivo. Anzi in 89 vie non risulta alcuno straniero residente. Vi sono tuttavia alcune zone che vedono una concentrazione di stranieri residenti assai più forte. Nel centro storico (dentro il confine della città medioevale, per intenderci) gli stranieri residenti sono il 42,6% (208 su un totale di 488 residenti). Nella zona subito adiacente al borgo antico (la zona perimetrata da via del Portello, via N.Tavoni, via M.Pellegrini, via Bellucci, via Borgovecchio, via Corso Italia) gli stranieri residenti sono il 33,9% (634 su 1.872 residenti). Questa concentrazione è facilmente comprensibile con riferimento al minor costo degli alloggi in queste zone di più antico insediamento (alloggi più vecchi, dunque più economici sia per l’affitto che per l’acquisto). Analisi di questo tipo (magari anche più sofisticate) servono per impostare politiche pubbliche di intervento. Tra le poche cose che sappiamo sui fattori dell’integrazione sociale c’è certamente quella che occorre evitare eccessive concentrazioni. Un’altra cosa nota è che più che interventi spot, servono politiche di lungo periodo, perseguite con determinazione e continuità (meglio, inoltre, se di tipo “infrastrutturale”). Risultano dunque auspicabili, anche da questo punto di vista, politiche di riqualificazione del centro storico (inteso anche in senso allargato), così da frenare la concentrazione dei residenti stranieri ed anzi così da favorire una loro redistribuzione più equilibrata sul territorio cittadino.

Leggere il voto (e le prossime scelte del PD)

24 Aprile 2008

Il voto del 13 e 14 aprile 2008 è sostanzialmente spiegabile come l’effetto combinato di 3 fattori: (1) i vincoli del nuovo sistema elettorale, ovvero il premio di maggioranza e lo sbarramento al 4% alla Camera ed all’8%, ma su base regionale, al Senato; (2) le strategie delle forze politiche ed in particolare del PD di Veltroni di correre (quasi) da solo, a cui Berlusconi ha risposto con la nascita del Popolo della Libertà, ovvero con la “fusione fredda” tra Forza Italia e AN. Come componente non trascurabile di questa strategia sia del PD che del PdL c’è inoltre la sollecitazione agli elettori per il voto utile (per battere l’avversario) – sollecitazione a cui c’è stata indubbiamente un’ampia risposta, come testimonia l’analisi che rileva flussi di voti verso i due partiti maggiori od i loro alleati (con l’unica eccezione dello scambio PD-UdC). (3) Il terzo fattore è dato dalla “regola”, tipica della cosiddetta “seconda repubblica”, secondo cui i partiti che sostengono il governo uscente perdono voti, visto che chi governa non riesce a soddisfare le aspettative di una parte non trascurabile del proprio elettorato (da qui l’astensionismo asimmetrico che ha colpito maggiormente l’area del centrosinistra ed in particolare la Sinistra Arcobaleno), men che meno a convincere quello dello schieramento avverso. Ciò è avvenuto in modo chiaro anche con il governo Prodi che, nonostante l’encomiabile risultato del risanamento dei conti pubblici (altra anomalia italiana: che a sistemare i conti dello stato sia il centrosinistra e non il centrodestra), ha pagato la litigiosità della coalizione e dunque l’incapacità di mettere in campo politiche forti ed efficaci su alcuni importanti ambiti, a causa del numero troppo alto di forze politiche forzosamente aggregate per battere Berlusconi nel 2006 (e l’aver precisato il programma di governo in un documento di 280 pagine non è servito un granché). Così è risultato che sui temi ritenuti maggiormente rilevanti dai cittadini italiani, ovvero (a) insicurezza economica e (b) insicurezza/criminalità+immigrazione, un’opposizione libera dalla “zavorra” del governo è risultata più credibile di un governo tutt’altro che brillante (viste le estenuanti discussioni, ad esempio sull’impiego dei cosiddetti “tesoretti”). Si potrebbe anche aggiungere il clima fortemente caratterizzato in termini di antipolitica che si è formato nel corso della legislatura (anche grazie al dibattito, assolutamente opportuno, che si è creato a seguito del libro di S.Rizzo e G.A.Stella, La casta, Rizzoli, 2007, nonché alle iniziative di Beppe Grillo), clima di cui sembra aver beneficiato sia la Lega Nord che l’Italia dei Valori.
Una valutazione merita anche la strategia adottata dall’UdC che ha rifiutato l’adesione al PdL ed ha rimarcato, per correre da solo, la propria identità, facendo riferimento alla dottrina sociale della Chiesa cattolica. Questo posizionamento e questo forte richiamo – l’UdC è l’unico partito che ha enfatizzato il tratto identitario, richiamandosi ad una fonte extrapolitica (gli altri hanno marcato elementi programmatici, con il PD che in modo più chiaro di tutti ha proposto un programma di “modernizzazione” del paese anche per accrescerne il tasso di equità) ha bloccato il passaggio di elettori “moderati” al PD (il PD, d’altro canto, ci ha messo del suo con l’accordo con i Radicali). Ha però anche evidenziato che la capacità di “strutturazione” politica del fattore religioso è oggi in Italia abbastanza limitato (l’UdC ha ottenuto il 5,62% alla Camera, certamente meno delle attese di Casini). In ogni caso per l’UdC si apre un problema di strategia politica (andare di nuovo verso Berlusconi o verso il PD), visto che è difficilmente pensabile, con questo sistema elettorale, reggere correndo da soli (ed essendo un partito non grande). E l’incertezza è forte, come evidenziata dalle mosse contraddittorie compiute a Roma, rispetto alla competizione per il Comune tra Rutelli ed Alemanno. Speculare è il problema di strategia del PD: mantenere la visione di un partito “a vocazione maggioritaria” (puntando a conquistare elettori nel medio-lungo periodo in misura sufficiente per vincere) o ricercare il prima possibile nuove alleanze (con l’UdC)? Al momento è opportuno interrogarsi su alcune scelte compiute in questa campagna elettorale: ovvero sui “risultati” conseguiti con l’alleanza con i Radicali (che, rispettando gli impegni presi, faranno parte dei gruppi parlamentari del PD) e con l’IdV che, invece, diversamente da quanto concordato, non confluiranno nel PD (preferendo rimandare ad un tempo indefinito questa scelta). Con il senno di poi (facile, eh?) i dubbi crescono, specie analizzando i flussi elettorali.
In questo quadro risultava assai difficile pensare che il PD potesse vincere la competizione per il governo. Ed infatti così non è stato (sull’incapacità dei sondaggi elettorali di rilevare con precisione lo scarto tra PdL+Lega Nord e PD+IdV sono convincenti le riflessioni di Luca Ricolfi su La Stampa del 17 aprile 2008: vedi, ma anche quelle relative ai limiti dell’attuale campionamento telefonico: vedi). Però il PD ha vinto la “competizione” per il partito: è solo grazie al forte processo di innovazione politica avviato con le primarie del 14 ottobre 2007 e ad una buona campagna elettorale condotta da Veltroni, specie nella fase iniziale, che il PD “tiene” al 33%. Ed è la prima volta in Italia che una forza di centrosinistra raggiunge questa quota. Pur avendo un programma chiaro rivolto alla modernizzazione del paese (più efficienza, più opportunità, più equità) il PD ha scontato l’essere stato forza di governo ed il non risultare ancora abbastanza credibile, per via della giovane età (la credibilità si acquista con la coerenza, non basta enunciare un buon programma alla prima campagna elettorale). Ma di più era difficile fare. Oggi per il PD si aprono almeno due sfide, oltre a quella della strategia di fondo: vocazione maggioritaria o nuove alleanze.
[1] Iniziare sin da subito a convincere la maggioranza dei cittadini di essere un candidato credibile per il (futuro) governo di questo paese. Bene dunque la scelta del governo ombra. Occorre che il PD dimostri di avere capacità di governo e proposte migliori rispetto al governo Berlusconi che si insedierà. I temi su cui misurarsi sono quelli noti: più sviluppo economico, tutela del potere d’acquisto, amministrazione pubblica più efficiente, sicurezza ma anche integrazione degli stranieri, ecc. ed allo stesso tempo prosecuzione del risanamento dei conti dello stato (con l’attuale debito pubblico lo stato paga circa 70 miliardi in interessi, distratti da investimenti ed altre spese sui settori più importanti). La proposta di costituire un PD del Nord – al fine di ottenere una capacità di formulare programmi, di scelta di candidati, ecc. più rispondenti alle esigenze dell’area economicamente più avanzata di tutto il paese – non sembra invece opportuna (vedi anche la riflessione di Giorgio Merlo su Europa del 24 aprile 2008). Per due ordini di ragioni. La prima è che un PD del Nord enfatizzerebbe una frattura territoriale che è invece opportuno ricucire. Si potrebbe anche aggiungere che l’area a maggior mobilità elettorale è storicamente il Sud Italia (ed è in genere il voto al Sud che determina il vincitore, visto che nel Nord-Est e nel Centro si rileva una maggiore stabilità elettorale) e dunque l’assetto del partito sul territorio nazionale non deve dare l’idea di un’enfasi su un territorio particolare. Ma ancora più rilevante è la seconda ragione, cioè che già oggi il PD è uno dei partiti in Europa a maggior impianto federalista, come sancito dallo statuto. Si tratta semmai di metterlo in pratica.
[2] La seconda sfida sta nella prosecuzione del processo di innovazione del PD e del suo modo di fare politica. Evitare le decisioni prese nelle sedi centrali e fatte ricadere in periferia, ma invece enfatizzare un principio di “sussidiarietà” e di autonomia locale. Continuare a mantenere fluidi i fronti interni, evitando la cristallizzazione in correnti (ed i conseguenti dispositivi di “spartizione” più o meno equilibrata). Implementare i processi di empowerment dei cittadini nella selezione dei candidati (questo è già un punto abbastanza fermo) e nell’assunzione delle decisioni strategiche di programma (e qui occorre lavorare).
In ogni caso fondamentale è la prospettiva tracciata con decisione da Veltroni nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 18 aprile 2008 (vedi): “Dobbiamo aprire una grande riflessione sui mutamenti della società italiana, chiamando a raccolta le energie e le competenze migliori. E’ uno dei nostri primi impegni.”

E se ci mettessimo nei loro panni?

19 Aprile 2008

Sabato 19 aprile, a Vignola, si è tenuto il terzo incontro del Forum per la partecipazione dei cittadini stranieri - incontro organizzato in occasione della ricorrenza del primo anno dall’insediamento. Vincenzo Tammaro, Dirigente dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Modena, ha illustrato in modo chiaro (dimostrando anche grande sensibilità per la condizione degli stranieri) le procedure per il rinnovo del permesso di soggiorno “elettronico” per i cittadini stranieri. Un procedimento che coinvolge, nell’ordine, le Poste, enti “terzi” (organizzazioni sindacali, associazioni di categoria, patronati … che offrono ausilio alla compilazione), la Questura (incaricata anche della rilevazione elettronica delle impronte digitali e della verifica dei necessari requisiti di reddito e alloggio) e l’Istituto Poligrafico dello Stato, che produce il permesso di soggiorno elettronico (con microchip). Quest’ultimo viene quindi rispedito alla Questura che provvede a convocare l’interessato per la consegna. Dall’inizio alla fine del procedimento passa un tempo non precisato, dell’ordine di parecchi mesi. Un tempo che si allunga in circa una pratica su 4, per errori o documentazione incompleta. Inoltre tale procedura ha un costo non indifferente (72 euro per ogni richiesta di rinnovo), ma la qualità del “servizio” lascia un po’ a desiderare.
Non c’è dubbio che la procedura sia complessa e delicata. L’impressione, tuttavia, è che anche qui l’apparato burocratico, nonostante l’impegno e la buona volontà di singoli attori, non si ponga come elemento di servizio ai cittadini e non si preoccupi molto di garantire standard qualitativi adeguati, trasparenti, dichiarati. Sarebbe buona cosa se anche in questo caso l’amministrazione pubblica definisse uno standard per lo svolgimento della pratica. 90 giorni possono bastare (se non insorgono complicazioni)? Oggi serve in genere tre volte tanto – un tempo difficilmente giustificabile con ragioni tecniche. L’impressione è che, trattandosi di cittadini stranieri, l’impegno generale di garantire standard “decenti” di servizio sia ancora più debole che in altri contesti. Così succede che la Corte dei Conti censuri il funzionamento degli uffici per l’immigrazione per la farraginosità delle procedure. Succede altresì che occorrano 400 giorni per un visto d’ingresso (vedi Il Sole 24 Ore del 7 aprile 2008, p.11). O che i tempi della procedura burocratica per l’ottenimento della cittadinanza italiana siano risultati pari, in media, a 3,8 anni nel 2005, secondo i dati del Ministero dell’Interno (vedi Zincone G. (a cura di), Familismo legale. Come (non) diventare italiani, Laterza, Bari, 2006, p.22; vedi). Sono performance che nessun cittadino italiano riterrebbe accettabili dal “proprio” stato. In Italia ci sono circa 3,5 milioni di stranieri che periodicamente debbono rinnovare il permesso di soggiorno (che ha una durata massima di 2 anni) od il “permesso di soggiorno di lungo periodo” (durata 5 anni). Non è un obiettivo condivisibile quello di farli “tribolare” di meno? Di dare il segno dell’attenzione e dell’accoglienza a chi è in regola ed in regola ci vuole rimanere? Non sarebbe interesse dello Stato italiano quello di essere più user friendly nelle pratiche di rinnovo, nell’ottenimento del visto d’ingresso, nel rilascio della cittadinanza italiana (e, magari, più severo in quelle di espulsione)? Per favorire l’integrazione è importante dare l’idea di uno Stato “amico” per chi vuole fare le cose in regola. Cercare di “addomesticare” la pubblica amministrazione e renderla più amichevole nei confronti dei cittadini (in generale) è un obiettivo perseguito, seppure con esiti altalenanti, negli ultimi anni. Possiamo impegnarci a fare qualcosa per un rapporto più amichevole anche tra l’amministrazione statale e gli stranieri in regola?

2008 Odissea nello spazio (elettorale)

16 Aprile 2008

Le elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008 segnano indubbiamente un’importante trasformazione del sistema politico italiano. E’ importante cercare di capire nel modo più preciso che cosa è successo, specie sul fronte degli spostamenti dell’elettorato. Il dato politico principale è assolutamente evidente: ha vinto in modo nitido la coalizione guidata da Berlusconi (Pdl e Lega Nord), conquistando la maggioranza dei seggi tanto alla Camera che al Senato. Inoltre, soprattutto grazie alla scelta del PD di Veltroni di correre da solo, si riduce in modo drastico il numero dei gruppi parlamentari. Alla Camera ed al Senato entrano solo 6 partiti: Pdl, Mpa, Lega Nord, Pd, IdV, UdC. Si evidenzia una sostanziale “tenuta” dei due partiti maggiori (Popolo della Libertà e Partito Democratico), nonostante siano frutto di recenti aggregazioni (seppure con un percorso più strutturato ed innovativo nel caso del PD). E nonostante collegati processi di “scomposizione”: al Popolo della Libertà non ha aderito Storace che con “La Destra” conquista comunque 885.229 voti alla Camera (2,43%), mentre al PD non ha aderito la componente Mussi-Angius (difficile stimarne il peso elettorale). Una forte crescita soprattutto della Lega Nord, ma anche dell’Italia dei Valori. Colpisce il fortissimo ridimensionamento della Sinistra Arcobaleno. Una prima, approssimativa, stima dei flussi elettorali suggerisce che la Sinistra Arcobaleno (1.124.418 voti alla Camera nel 2008, contro i 3.898.460 di RC, PdCI e Verdi nel 2006 – ma bisognerebbe considerare anche la componente DS non confluita nel PD) abbia perso circa 2,7 milioni di voti per via delle astensioni, del voto “utile” al PD e del passaggio ad altri partiti come l’Italia dei Valori (che pure candidava esponenti storici della sinistra come Giulietti e “Pancho” Pardi) ed anche, ma in misura inferiore, la Lega Nord (vedi l’analisi di Renato Mannheimer). Cosa succede al PD? Dal punto di vista dei numeri si ha l’impressione della stabilità. Alla Camera (nel 2006 c’era l’Ulivo) aveva preso 11.928.362 voti (pari al 31,3%); ne prende nel 2008 12.092.998 (33,17%). Ma in realtà questa stabilità “quantitativa” nasconde movimenti significativi: plausibilmente il PD perde elettori a favore dell’UdC (e del non voto), ma ne acquista da sinistra. Il fatto, sottolineato da diversi commentatori, che pur dopo una brillante campagna elettorale il PD non sia riuscito a superare quota 33% e soprattutto non sia riuscito ad attirare, almeno in misura significativa, elettori dal “centro” evidenzia un “problema” di strategia politica. Occorrerà lavorarci in questi anni. Per essere pronti nel 2013. Vedi le analisi del voto compiute da Ilvo Diamanti (vedi), Paolo Natale (vedi1, vedi2, vedi3), Nicola Piepoli (vedi), Filippo Andreatta (vedi) e Piero Ignazi (vedi).

solo ironia?

Anche Vignola si inserisce pienamente, per quanto riguarda i movimenti elettorali, nel quadro nazionale. Il PD risulta sostanzialmente “stabile” rispetto al 2006: ottiene il 46,82% alla Camera (pari a 6.961 voti) ed aveva avuto, come Ulivo, il 47,24% alla Camera (ma allora erano 7.323 voti), mentre al Senato DS e Margherita nel 2006 (allora separati) avevano il 42,40% (6.134 voti) ed il PD ottiene il 47,08% al Senato (6.554 voti). Raddoppiano Lega Nord (Camera 2008: 1.338 voti, pari al 9,00%; contro 569 voti, pari al 4,58%, nel 2006) ed Italia dei Valori (Camera 2008: 646 voti, pari al 4,34%; contro 301 voti, pari all’1,94%, nel 2006). Crolla la Sinistra Arcobaleno: Camera 2008: 428 voti, pari al 2,88% (comprendendo tutte le formazioni alla sinistra del PD si arriva a 635 voti, pari al 4,28%), mentre nel 2006 RC, PdCI e Verdi per la pace avevano 1.497 voti, pari al 9,65%. Stabile il Popolo della Libertà: 3.908 voti alla Camera (pari al 26,28%), mentre nel 2006 FI e AN avevano 4.141 voti (pari al 26,72%). In diminuzione l’UdC: 632 voti alla Camera nel 2008 (pari al 4,25%), mentre nel 2006 aveva 884 voti (5,70%). Ecco i risultati complessivi di Vignola per la Camera (vedi) ed il Senato (vedi).

Diario di scuola

15 Aprile 2008

“«Capisci? Capisci o no quello che ti spiego?» Non capivo. Questa inattitudine a capire aveva radici così lontane che la [mia] famiglia aveva immaginato una leggenda per datarne le origini: il mio apprendimento dell’alfabeto. Ho sempre sentito dire che mi ci era voluto un anno intero per imparare la lettera a. La lettera a, in un anno. Il deserto della mia ignoranza cominciava al di là dell’invalicabile b. «Niente panico, tra ventisei anni padroneggerà perfettamente l’alfabeto.» Così ironizzava mio padre per esorcizzare i suoi stessi timori.” (p.15) A parlare è Daniel Pennac, autore francese assai famoso anche in Italia per i romanzi che raccontano le vicissitudini di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio, e della sua colorita famiglia. Chi l’avrebbe detto? Uno scrittore di successo che a scuola era un somaro, un somaro vero. E in questo libro (vedi), non un vero e proprio diario, ma uno sguardo retrospettivo sulla propria esperienza scolastica, inframezzato da considerazioni pedagogiche (eh sì, Pennac è stato anche insegnante nei licei di provincia – dunque: dal banco alla cattedra e ritorno), si squarcia il velo del pensiero e delle emozioni del somaro e ci si interroga sul potere “trasformativo” della scuola, nel bene e nel male. Si getta luce sulla sofferenza patita dal ritrovarsi ad essere considerato un somaro, dal sentirsi un somaro. Sulla sofferenza di non capire, di non riuscire ad imparare: “ripetevo … instancabilmente, come un bambino che continua a masticare, a masticare senza inghiottire, a ripetere senza assimilare” (p.19). Con la particolarità, però, che a compiere quest’opera di “rischiaramento” sul somaro (che era) e dunque su una certa categoria di somari in generale, è uno scrittore (oggi) di libri di successo. Una “condizione”, quella del somaro, che lascia il segno, che scava progressivamente nella personalità: “è la prerogativa dei somari, raccontarsi ininterrottamente la storia della loro somaraggine: faccio schifo, non ce la farò mai, non vale neanche la pena provarci, tanto lo so che vado male, ve l’avevo detto, la scuola non fa per me … La scuola appare loro un club molto esclusivo di cui si vietano da soli l’accesso. Con l’aiuto di alcuni professori, a volte.” (p.20) E’ un’esperienza che segna in profondità, che definisce l’identità stessa del ragazzo: “ero negato a scuola e non ero mai stato altro che questo” (p.48). Ed ancora: “Per molto tempo mi sono portato dietro i segni di quella vergogna.” La vergogna di non essere all’altezza delle aspettative degli adulti ed in primo luogo degli insegnanti: “mi cadono le braccia …”, “non posso capacitarmi …”, “ma sei proprio duro di comprendonio!” E, se è vero che “possiamo anche guarire dalla somaraggine” - come testimoniato da Pennac stesso - “le ferite che essa ci ha inflitto non rimarginano mai del tutto.” (p.74)

Daniel Pennac

E’ un libro piacevole da leggere e, appunto, illuminante. Di sicuro interesse per chi di mestiere fa l’insegnante od il genitore – in quest’ultimo caso soprattutto se vostro figlio non ha almeno “buono” in tutte le materie più importanti (altrimenti potrebbe non essere per voi esistenzialmente importante un interrogativo come: “funziona davvero la scuola?”). Se invece siete insegnanti o genitori di figli non brillantissimi (o siete stati voi stessi non brillantissimi a scuola), allora dalla lettura del libro potrete essere stimolati a riflettere su almeno quattro temi.
[1] Dalla scuola occorre, a volte, difendersi – esserne protetti. Ovvero fare in modo che certe esperienze passino nel modo “più leggero” possibile, senza produrre guasti irreversibili. Non si vuole certo generalizzare, ci mancherebbe! Ma del fatto che un qualche rischio lo si può correre, occorre essere consapevoli. Sappiamo che per essere bravi insegnanti occorrono particolari abilità comunicative e capacità di coinvolgimento, oltre ad un impegno assiduo (e ciò non è sempre presente). Sappiamo da tempo che i meccanismi di selezione del corpo insegnante, così come i meccanismi di “incentivazione” di quelli più meritevoli non funzionano al meglio. Sappiamo anche che alcune routines organizzative e professionali finiscono con il nascondere il problema. Qualche sintomo? Lo troviamo nelle pagine di Pennac: “il giudizio più diffuso di tutte le schede di valutazione: mancanza di basi” (p.67). Per alcuni professori “eravamo sempre la peggior prima, seconda, terza, quarta o quinta della loro carriera, non avevano mai avuto una classe meno …” (p.213). Oppure, giudizi del tipo: “le capacità le avrebbe, ma non si applica”. Provocazione: non potrebbe essere il caso, come per i medici, ottenere almeno consapevolezza di ciò e dunque richiedere ai futuri insegnanti una sorta di “giuramento d’Ippocrate”? Primo: non nuocere!
[2] Prestiamo attenzione al fatto che l’esperienza di Pennac è stata condotta nella scuola francese, non in Italia. Dunque il problema è forse più generale – non sono in ballo solo i limiti (conosciuti) di un sistema scolastico (quello italiano). C’è in ballo, invece, un problema di matching tra routines pedagogiche e caratteristiche individuali. In alcuni casi può trattarsi solo di una “fioritura tardiva” (p.81). In ogni caso, quando l’alunno dubita radicalmente delle proprie capacità forse è bene riconoscere l’“inutilità degli interventi psicologici più benintenzionati.” (p.99) Non è un caso se, anche nell’esperienza personale di Pennac, ciò che mette in moto una dinamica positiva è l’essere posti (in modo nuovo) in condizione di agire: l’essere messi nelle condizioni di fare qualcosa, poter dimostrare, innanzitutto a se stessi, che si è capaci (di fare qualcosa che poi anche gli altri possono riconoscere ed apprezzare). Non c’è bisogno di scomodare Watzlawick e colleghi (vedi) per riconoscere che il problema è quello del Barone di Münchausen che si solleva dalle sabbie mobili tirandosi su per il codino (eppure può funzionare!). Si potrebbe concludere: meno psicologi, più “azione” (anche più “rotture” delle routines). Oppure: la soluzione è cambiare il contesto (il frame); ma la scuola sa e può farlo? Conclusione forse grossolana, ma che indica un orizzonte all’interno del quale si trova la giusta soluzione.
[3] La scuola può ferire, ma anche “salvare”. Lo sappiamo: “la scuola è fatta prima di tutto dagli inegnanti”(p.45). Tanti (e già questo aspetto – il numero, dunque la possibilità della differenza – è un elemento importante) e pure diversi tra loro. Alcuni “salvano”. Come quelli che hanno salvato Pennac e, probabilmente, come quelli che hanno “salvato” noi (o che, meno drammaticamente, ci hanno spinto in avanti, appassionato, dato fiducia, ecc. “Hanno capito che occorreva agire tempestivamente. Si sono buttati. Non ce l’hanno fatta. Si sono buttati di nuovo, giorno dopo giorno, ancora e ancora … Alla fine mi hanno tirato fuori. E molti altri come me. Ci hanno letteralmente ripescati. Dobbiamo loro la vita.” (p.33) E se Pennac può, con sentimento di riconoscenza, affermare di aver “sempre avuto la sensazione di essere uno scampato”, non è forse vero che “i somari irrimediabilmente perduti sono molto più numerosi”? (p.74) Non saprei. Ma vale la pena porsi l’interrogativo.
[4] Che la famiglia possa ferire o anche di più (lo ricorda anche Pennac a p.195: “l’80% circa dei delitti di sangue avviene nel contesto famigliare”) – anche questo lo sappiamo. Senza arrivare a tanto, è però già significativa la sindrome del “rinvio” (il problema lo affrontiamo domani, confidando segretamente che basti spostarlo nel tempo per “risolverlo”) descritta da Pennac – una delle forme di manifestazione dell’irresponsabilità del mondo adulto, questa volta genitoriale (bellissime le pp.67-69). Quando, pur percependo che nel rapporto dell’alunno (il figlio) con la scuola c’è un problema, si preferisce chiudere gli occhi, confidando che tutto andrà comunque a posto (o che, comunque, il “problema” non diventerà tale da richiedere di essere affrontato come tale – ovvero come un problema, da dichiararsi in modo esplicito), che il tempo sistemerà tutto senza che qualcuno debba metterci intelligenza ed energia. Non sempre è così, però.
Insomma, si tratta certamente di un libro da tenere ben visibile sulla cattedra (ma anche ben in evidenza sulla mensola dei libri, a casa).

Daniel Pennac e Stefano Benni parlano di Diario di scuola (video su YouTube).

Alzabandiera a scuola?

9 Aprile 2008

La proposta è stata formulata al meeting di Rimini dove ha suscitato un fragoroso applauso. Il 23 agosto 2007 Giulio Tremonti, impegnato in un dibattito con Piero Fassino, ha proposto: “perché non introdurre tutte le mattine o almeno all’inizio della settimana l’alzabandiera nelle scuole?” (vedi). Motivazione: “Per il senso comune di appartenenza al Paese.” Non era però una novità in assoluto. Tremonti, infatti, ne aveva già parlato nel corso di un’intervista a Il Messaggero del 27 aprile 2007 – in quel caso con minore risonanza. Lì, ragionando di come cercare di ottenere un “rafforzamento della tradizione” aveva detto: “C’è una bella differenza fra un paese in cui tutte le mattine si fa l’alzanbandiera a scuola e uno come il nostro, in cui l’idea più prossima all’identità nazionale è quella della Nazionale di calcio.” Il tema, infine, è stato ripreso di recente. Sempre su Il Messaggero, in un’intervista rilasciata il 18 marzo 2008. Lì Tremonti precisa di aver scritto un libro “che non è un libro di economia ma di filosofia, un libro sui valori spirituali”, ed aggiunge che la sua proposta è quella di “ripartire dalle radici giudaico-cristiane: storia, tradizioni, identità, valori. Anche da un simbolo come l’alzabandiera nelle scuole tutte le mattine. Facciamolo con la bandiera europea o quelle nazionali o della Catalogna, ma facciamolo.” Le reazioni dei politici all’intervento più enfatizzato dai mass media (quello al meeting di Rimini), riportate sulla stampa del 25 agosto 2007, sono differenziate: il più entusiasta è Pier Ferdinando Casini (Udc). Sandro Bondi (Forza Italia) parla di “una cosa giusta e bella” e propone che “gli alunni si alzino all’ingresso in aula degli insegnanti”. Ermete Realacci (Margherita), sembra apprezzare. Il ministro Fioroni (Margherita) se la cava con una battuta, senza entrare nel merito: “trovo qualche difficoltà [a dare una risposta a Tremonti], dopo averlo visto a Lorenzago con chi ha avuto nei riguardi della bandiera un uso diverso da quello di alzarla davanti agli italiani”. In effetti da esponenti della Lega Nord (Calderoli e Borghezio) provengono stroncature nette, visto che per loro la patria è la Padania, per cui l’alzabandiera andrebbe fatto semmai con la bandiera della Padania, non certo con quella italiana! La proposta è bocciata anche dal segretario della Cgil scuola, Enrico Panini, ma con motivi del tutto diversi: “a scuola non si insegna la forma, ma la sostanza delle cose. Sono i valori che devono essere trasmessi ai giovani, non le formalità”.
Complice l’attuale campagna elettorale sono emersi anche temi affini. Forse prendendo spunto da Sarkozy che in Francia, durante la campagna elettorale per le presidenziali, aveva proposto di tornare al “lei” tra insegnanti e alunni o forse riprendendo il suggerimento di Bondi, Berlusconi ha proposto, nella videochat del Corriere della Sera, di far alzare in piedi gli alunni all’ingresso del prof in classe. Annuisce da Porta a porta Dario Franceschini, vicesegretario del PD: “Alzarsi in piedi è una cosa intelligente e dovuta nei confronti di chi come il maestro o il professore, in molti casi, è una personalità importante nella formazione del ragazzo”. Anche se, ammette Franceschini, “non si può introdurre con decreto”.


Ammettiamolo. Su molte persone queste proposte esercitano un certo fascino. Diviene difficile non farsi sedurre dall’idea di poter risolvere questioni impegnative – il senso di appartenenza alla patria, l’autorevolezza della scuola – con un colpo di bacchetta magica (un decreto legge?). E’ un segno anche questo dell’inconsistenza della nostra cultura politica – oltre che del tentativo del Pdl di “dire qualcosa di destra” (proverò ad argomentarlo!). Tre considerazioni.
[1] Uno dei commenti più acuti alla proposta dell’alzabandiera a scuola è giunto da Ferdinando Camon che, su La Stampa del 25 agosto 2007 (vedi), fa un ragionamento molto semplice. Dice: proviamo ad immaginarcelo. Proviamo ad immaginare l’alzabandiera fatto nelle nostre scuole, le nostre scuole di oggi, con professori senza autorità, studenti indisciplinati (studenti che chiacchierano, si alzano, non stanno fermi, battutina, ecc.), edifici a volte fatiscenti, ecc. Risultato: “l’alzabandiera nelle nostre scuole sarebbe un continuo oltraggio alla bandiera”. Pensiamoci. Applichiamo la prospettiva dell’implementazione: cosa succede di un’idea (affascinante?) nel momento in cui la si mette in pratica nella (nostra) realtà quotidiana.
[2] Ma non possiamo cavarcela così. Non possiamo scartare la proposta solo per il fatto che, nelle condizioni date, la sua applicazione potrebbe non sortire gli effetti desiderati. Se infatti il tema “alzabandiera a scuola” (o “alunni in piedi all’ingresso del prof”) ha risonanza è perché riflette una preoccupazione diffusa. Una preoccupazione che non va lasciata cadere (anche e soprattutto da chi non condivide le “scorciatoie” di Tremonti). Quella di trasmettere la percezione di un valore – e dunque quella di trasmettere un valore. Però, allora, “guardiamoci dentro” davvero a questa questione. Senza farci sedurre da facili scorciatoie (che non ci sono!). Innanzitutto guardiamo allo stato attuale della scuola italiana. Basta dare un’occhiata al Quaderno bianco sulla scuola, licenziato nel settembre 2007 dal Ministero dell’Economia e dal Ministero della Pubblica Istruzione, o ad altri documenti recenti per cogliere alcune gravi criticità: (1) le indagini PISA sulla valutazione degli apprendimenti dei nostri studenti ci collocano in genere oltre il 25° posto evidenziando un problema di performance delle istituzioni scolastiche, ovvero di efficacia della didattica; (2) il 70% degli studenti delle scuole medie superiori ha riportato una o più insufficienze al termine del I quadrimestre 2008 (vedi), inoltre il 42% degli studenti viene promosso con debiti e solo 1 su 4 li recupera; (3) diversi aspetti dell’organizzazione del lavoro e della carriera degli insegnanti sono difformi dai requisiti che appaiono più favorevoli a promuovere impegno, motivazione ed efficacia dell’insegnamento; (4) la mancanza di un sistema nazionale di valutazione sugli apprendimenti ha privato le singole scuole di un sistema di monitoraggio della propria efficacia e le autorità di governo della scuola di poter fissare operativamente standard di apprendimento; (5) c’è una realtà insoddisfacente dell’edilizia scolastica (sembra che il 30% degli edifici siano sprovvisti di certificazione dei VVFF). Ora, se questo è il quadro – ed è un quadro non proprio esaltante! – come è possibile pensare di introdurre “manifestazioni” di riconoscimento dell’autorevolezza delle istituzioni o del corpo insegnante? Come è possibile non percepire lo stridente contrasto tra la richiesta di un maggiore “impegno morale” e la condizione della scuola italiana? Chi vuole essere credibile - ed i politici debbono esserlo - deve partire da qui. Deve esibire un impegno tenace e duraturo per cambiare la realtà della scuola italiana. Senza questo si scade inevitabilmente nel ritualismo.
[3] Certo, istituzioni e società moderne soffrono una certa incapacità di promuovere senso civico e impegno “patriottico” (forse con l’eccezione degli USA). Ma non è guardando al passato e proponendo “manifestazioni esteriori” che si può recuperare il terreno perduto. Difficile pensare di promuovere artificialmente una “religione civile” come da tempo richiede Marcello Pera. Il “fascino” della proposta di Tremonti e colleghi sta, in effetti, più nella questione che sottende che nella soluzione che propone. Per affrontare seriamente il tema occorre innanzitutto un impegno di lungo corso sui “fondamentali” della scuola, così da recuperare credibilità. Occorre in secondo luogo pensare anche a momenti “esteriori” o “rituali”, ma all’altezza della coscienza critica di oggi. Ed anche all’altezza dell’unica idea di patria oggi sostenibile (in quanto non regressiva): la patria non della terra natia, ma della costituzione (è l’idea di “patriottismo costituzionale” proposto da Dolf Sternberger e ripresa da Jürgen Habermas). Ma qui si apre un altro capitolo.

Salvatore Vassallo a Vignola

1 Aprile 2008

Martedì 8 aprile 2008 alle ore 20.30 presso il Teatro Cantelli di Vignola (visualizza su Google maps) il Circolo del PD di Vignola ha organizzato un incontro con Salvatore Vassallo. Vassallo sarà intervistato da Francesco Galli, componente del Comitato direttivo e giornalista di TRC, sul tema “Partito Democratico: uno shock di innovazione per la politica italiana?” (scarica il volantino in formato pdf). Docente di Scienza Politica e Politica Comparata all’Università di Bologna (vedi), Vassallo è candidato alla Camera dei Deputati per il Partito Democratico. E’ da tempo una delle voci più autorevoli sull’organizzazione del nuovo partito – suo l’intervento su La forma organizzativa Un nuovo partito, e un partito nuovo, al seminario di Orvieto il 6 ottobre 2006. Ha presieduto la Commissione nazionale del Partito Democratico incaricata di redigere lo statuto del partito. E’ commentatore politico per il Corriere della Sera.

Salvatore Vassallo

Vorrei evidenziare alcuni motivi di interesse della figura e delle idee di Vassallo. Per i “militanti” o gli elettori del PD un chiaro motivo di interesse sta nel suo impegno alla ricerca di nuove soluzioni organizzative e procedurali rispetto a quelle che sin qui hanno caratterizzato i partiti italiani (ed in primo luogo DS e Margherita). L’invito ad usare di più i “gazebo” e dunque a stare di più in mezzo alla gente, facilitando così la possibilità di consultare anche i soli “simpatizzanti” (non iscritti), è un chiaro antidoto alla progressiva chiusura e difficoltà di rinnovamento dei partiti tradizionali. La ricerca di nuove modalità di partecipazione, ad esempio mediante l’utilizzo di Internet, emerge anche nel suo intervento al convegno “Per riformare la politica, davvero” – di cui uno stralcio è stato pubblicato su Europa del 10 ottobre 2007 (vedi). Ma se i “contenitori” (i partiti) ed i “contenuti” (i programmi) non sono indipendenti, allora si può riconoscere che solo “contenitori” innovativi (innanzitutto nelle modalità di rapporto con gli elettori, nella selezione della propria classe dirigente, nelle procedure della democrazia interna) hanno maggiori chances di elaborare in modo tempestivo programmi in grado di rispondere ai problemi della società e di formulare politiche efficaci perché non ideologiche (e questo ha un nesso forte con l’idea di un partito “a vocazione maggioritaria” – un tema che riecheggia in questo intervento di Vassallo sui Radicali nel PD apparso sul Corriere della Sera del 27 febbraio 2008; vedi). Si giustifica così il titolo dell’iniziativa. Lo shock di innovazione che il PD sta introducendo nel sistema politico italiano, nella misura in cui riguarda sia le caratteristiche del nuovo partito, sia la visione di fondo che esso propone (maggiore capacità di governo, una democrazia che decide – anche perché non più ingabbiata da una coalizione troppo larga, il completo abbandono di ogni ideologia), è testimonianza della capacità di interpretare e dare risposta ad un bisogno profondo di questo paese: quello di imprimere nuovo dinamismo alla società ed alla cultura (non solo all’economia!). E questo è invece un tema che interessa ogni cittadino (indipendentemente dalla sua “vicinanza” al PD): si può fare? Io penso di sì. Per usare l’efficace immagine di Bersani: “Noi possiamo essere la palla di neve che provoca la valanga” (vedi).