Archivio per Marzo 2008

I cattolici, il Partito Democratico, l’idea di laicità. Un ragionamento in due mosse

30 Marzo 2008

Un partito che include la Bonino e Oddifreddi, da un lato, la Binetti e Bobba dall’altro? Può funzionare? E’ solo una tattica elettorale – quella del partito “pigliatutto” (non è una frase da bar, è una categoria politologica) adattato alla realtà italiana? O c’è invece una visione strategica sull’articolazione del quadro politico e, conseguentemente, anche sul ruolo che le persone con convinzioni religiose possono giocare all’interno di un partito grande (“a vocazione maggioritaria”)? Anche su questo impegnativo tema è stato il Partito Democratico di Walter Veltroni non solo a dare il la alla campagna elettorale, ma anzi ad innescare la ristrutturazione dell’offerta politica. Con la coraggiosa decisione di “correre da soli” Veltroni ha prodotto diversi effetti sul quadro politico, tra cui la decisione dell’UDC di sganciarsi da Berlusconi e di presentarsi come partito “identitario” che si presenta come partito di “ispirazione cristiana” (uno degli slogan usati dall’UDC in questa campagna elettorale è infatti “Forti della nostra identità”). Il PD, invece, ha cercato di dare un messaggio diverso: siamo un partito in cui possono convivere “sensibilità” diverse, senza che nessuna di queste debba sentirsi marginale ovvero ininfluente nel determinare l’orientamento di tutto il partito. Attenzione però. Questa di Veltroni non è una decisione dell’ultima ora. E’ invece una decisione che viene da lontano, dall’idea stessa di PD – almeno così come l’ha prefigurata Michele Salvati e come è stata fatta propria dalle segreterie dei due partiti: DS e Margherita. Ne Il Partito democratico. Alle origini di un’idea politica, raccolta di saggi pubblicata nel 2003 da Michele Salvati (vedi), il ragionamento è illustrato con grande chiarezza: in diversi paesi europei vi sono grandi partiti che si collocano nell’area di centrosinistra in cui l’ingrediente religioso è completamente fuso. Per ragioni storiche in Italia non è così, ma quelle ragioni oggi non hanno più ragione d’essere (il bisticcio è voluto). La missione del PD diviene dunque quella di superare questa anomalia italiana attraverso un’operazione “anomala”: la fusione della componente “popolare” e della componente “socialdemocratica” (ho lasciato alcuni dei termini usati da Salvati; chi volesse recuperare per intero il suo ragionamento potrebbe leggere, ad esempio, le 8 pagine del capitolo 10 del libro del 2003). La visione strategica del PD è quella di superare il cleavage (cioè la “frattura”) che ha segnato la storia italiana del dopoguerra: la frattura tra un partito di ispirazione cattolica ed un partito di sinistra. Le dichiarazioni ed i comportamenti di oggi hanno le loro radici in quell’analisi ed in quella visione strategica, come ha detto con grande chiarezza Veltroni nel suo discorso al convegno dei cattolici del PD del 27 febbraio 2008 (vedi): l’Italia rischiava di essere l’unico caso in Europa - dove tutti i partiti a vocazione maggioritaria (dunque grandi) sono “misti” (con componenti di ispirazione religiosa e no) – a mantenere questa frattura. Il PD ha invece come missione quella di “superare la contrapposizione secca che divide … per arrivare a una reciproca considerazione.” Il Partito Democratico è infatti “nato per unire il Paese, per abbattere muri e steccati, per aprire porte e costruire ponti”. E in un’intervista a Repubblica del 10 marzo 2008 Veltroni afferma di nuovo: “considero del tutto naturale che persone che hanno un punto di vista religioso possano animare la vita pubblica e politica con le loro idee. Diffido, combatto e contrasto con tutte le mie forze l’idea che la società moderna possa avere tra i tanti elementi di divisione e contrapposizione anche quelli tra laici e cattolici perché altrimenti dovremmo pensare di avere un partito laico e un partito cattolico, che è esattamente il contrario delle ragioni per cui è nato il Partito democratico.”
Torniamo allora al quesito che questa visione strategica suscita: può funzionare? Prima di rispondere abbiamo il dovere di dire cosa intendiamo per “funzionare”. Io vedo due dimensioni. (1) La prima è legata ai “meccanismi” della democrazia interna che devono consentire che anche un’idea della minoranza possa diventare idea di tutto il partito (detto in due parole: occorre che la dialettica interna al partito possa assomigliare ad un processo di apprendimento - dove entrambe le parti apprendono e dunque arricchiscono la propria posizione – non ad un “muro contro muro”). Questo implica anche, ovviamente, che allorquando un’idea minoritaria non abbia ragioni riconosciute come abbastanza solide per diventare l’orientamento di tutto il partito, ciò possa avvenire senza che chi la propone si senta messo ai margini. Anche Luigi Bobba ne Il posto dei cattolici (vedi) riconosce che l’impegno dei cattolici in politica è “una presenza che non nasconde la sorgente da cui attinge, ma che è pienamente consapevole che i valori cristiani non si possono né brandire, né imporre, ma solo proporre secondo il metodo della ragionevolezza civica, ovvero argomentando e convincendo gli altri della bontà della scelta.” (p.119) (2) La seconda è legata alla capacità di far riconoscere (ed apprezzare) questa novità ai cittadini di questo paese, ovvero all’elettorato (innanzitutto quello cattolico). Bisogna dire, da questo punto di vista, che la prova elettorale del 13 e 14 aprile costituisce già un buon test (anche se solo un “primo” test) rispetto al riconoscimento (ed all’apprezzamento), da parte dell’elettorato, di questa nuova posizione che il PD esprime.

Mossa 2. Il PD e l’idea di laicità
Non ce la possiamo però cavare così. Se il PD vuole essere credibile in questa nuova offerta politica deve dimostrare che questa può funzionare, innanzitutto sul piano dei processi interni di formazione della volontà (la democrazia interna). Deve dimostrare che certe affermazioni impegnative - “Sento il fascino, non la paura, di un confronto vero e profondo tra cattolici e laici, radicali compresi” (Dario Franceschini, La Repubblica, 26 febbraio 2008), – non sono solo retorica. La posta in gioco ha qui un nome molto preciso: si tratta dell’idea di laicità. Vorremmo, in proposito, che il tema fosse trattato con grande chiarezza nel Manifesto dei Valori del Partito Democratico (vedi), che però risulta un po’ parco (e riprende il larga misura il Manifesto per il Partito Democratico scritto dai dodici “saggi” nel febbraio 2007). Qui si dice: “concepiamo la laicità non come il luogo di una presunta neutralità, ma come rispetto e valorizzazione del pluralismo degli orientamenti culturali, e quindi anche come riconoscimento della rilevanza, nella sfera pubblica e non solo privata, delle religioni”. Il nucleo sta dunque in questo passaggio: laicità come “rispetto e valorizzazione del pluralismo …”. Rispetto del pluralismo ovvero riconoscimento dei diritti “civili” di libertà di pensiero, di opinione, di religione. Ma valorizzazione, cosa significa? Lo si dice poco dopo: “la laicità è la condizione perché culture … diverse non solo convivano, ma si ascoltino, così da produrre nuove visioni e nuove sintesi …” Più chiare sono le parole di Veltroni. Seguiamolo passo dopo passo. “La laicità si difende e si afferma rilanciando il ruolo della politica, che tutti deve ascoltare, da tutti deve raccogliere, per poi esercitare in prima persona il proprio inderogabile dovere di sintesi. E di responsabile decisione.” La laicità, secondo questa visione, oltre ad essere riconoscimento di diritti (e dunque accettazione del pluralismo) è anche qualcosa che attiene al modo in cui vengono prese le decisioni. Ma come si fa a passare dalla pluralità delle culture all’unità della decisione? Ecco indicata la via: dopo aver ribadito che non è pensabile la richiesta di “lasciare fuori dalla porta la religione prima di entrare nell’agone politico” Veltroni precisa che “alle persone motivate dalla fede, una democrazia pluralista chiede di tradurre le proprie preoccupazioni in valori universali piuttosto che esclusivamente religiosi, e in proposte sottoposte alla discussione, aperte alla ragione.” Da dove origina questa posizione? Per chi ha un po’ di dimestichezza con il dibattito della filosofia politica contemporanea non è difficile rispondere. Il punto di riferimento sta nel pensiero politico liberale, così come interpretato, pur con sensibilità diverse, da John Rawls e Jürgen Habermas. Habermas, in particolare, concede “di più” al punto di vista religioso (se poi questo “di più” sia per tutti abbastanza è un’altra questione), poiché distingue due piani: quello della sfera pubblica e quello delle istituzioni. Nella “sfera pubblica” ovvero nella comunicazione sui mass media, nella comunicazione dei movimenti sociali, delle realtà associative, delle forze sociali, dei cittadini singoli, “la comunicazione politica dovrebbe rimanere aperta a ogni contributo … anche espresso in linguaggio religioso”. Nella sfera pubblica, cioè, è importante salvaguardare “la complessità polifonica delle molte voci che intervengono nel dibattito pubblico”. Ed anzi (e qui Habermas concede più di Rawls) “una cultura politica liberale può persino richiedere ai cittadini secolarizzati di partecipare allo sforzo di traduzione di materiali significativi dalla lingua religiosa a una lingua accessibile a tutti.” (Ragione e fede in dialogo, Marsilio, 2005, pp.62-63; vedi) Proviamo a renderlo in modo più comprensibile: è quello che è avvenuto quando, con l’età moderna, la visione religiosa del “siamo tutti figli di Dio” (e dunque abbiamo pari dignità) è stata tradotta nell’idea (laica) di uguaglianza dei diritti di tutti gli uomini – e così via. Questo significa non escludere a priori che da una visione religiosa del mondo anche l’uomo secolarizzato possa apprendere qualcosa. Dunque, mentre nella “sfera pubblica” (i “luoghi” di formazione dell’opinione pubblica) deve essere salvaguardata la pluralità dei linguaggi (la “polifonia” delle voci), nelle istituzioni (e questo è il secondo, distinto piano) le diverse voci, le diverse posizioni debbono esprimere argomenti basati su ragioni potenzialmente accessibili a tutti, ovvero indipendenti da una (particolare) fede religiosa. E’ pertanto fondamentale il gioco cooperativo, tra laici e credenti, per cercare di tradurre temi e linguaggi religiosi in discorsi “laici”. E’ questo il retroterra dell’affermazione di Veltroni: “alle persone motivate dalla fede, una democrazia pluralista chiede di tradurre le proprie preoccupazioni in valori universali piuttosto che esclusivamente religiosi, e in proposte sottoposte alla discussione, aperte alla ragione.” Ed è questa prospettiva di filosofia politica – questa idea di laicità – che guida il PD. E’ convincente? A voi la parola.

Habermas, Salvati, Binetti, Veltroni

Per chi vuole cimentarsi con Habermas segnalo innanzitutto questo breve intervento (una replica a Flores d’Arcais) apparso su Repubblica del 30 novembre 2007 (vedi). Poi il libretto che riporta il suo intervento (assieme all’allora cardinale Joseph Ratzinger) all’Accademia cattolica di Monaco di Baviera nel gennaio 2004, sempre sul tema (vedi). E soprattutto il libro Tra scienza e fede, Laterza, Bari, 2006, (vedi), di cui è accessibile la premessa (pubblicata su Repubblica del 18 ottobre 2006; vedi). Segnalo anche un interessante intervento pubblicato su Il Sole 24 ore del 18 febbraio 2007 (vedi). Online è infine disponibile il video del suo intervento al congresso della Società Italiana di Filosofia Politica tenuto a Roma il 13 settembre 2007 (indovinate chi c’era a portare i saluti in qualità di primo cittadino? Walter Veltroni) (vedi).

Il costo della politica locale. Alcune riflessioni

23 Marzo 2008

Bene ha fatto il sindaco Adani a dedicare alcune pagine di Vignola Informa, il giornale dell’amministrazione comunale inviato a tutte le famiglie, al tema del costo della politica a Vignola. L’intento è quello di offrire maggiore trasparenza ed in tal modo “manutenere” quel rapporto di fiducia che deve esistere tra cittadini ed istituzioni di governo locali. Veniamo a sapere, dunque, che il costo del sindaco per l’amministrazione comunale è pari a 54.734 euro, che la sua retribuzione annua lorda è di 47.487 e che la “retribuzione” (indennità) netta mensile effettivamente percepita è pari a 2.044 euro (calcolata per tredici mensilità) – circa la metà dei compensi mensili percepiti dal sindaco nella sua precedente attività lavorativa. Sempre per un principio di trasparenza il sindaco Adani ci informa anche della sua situazione patrimoniale, oggi ed al momento dell’entrata in carica nel 1999. Veniamo così a sapere che come molti suoi concittadini paga un mutuo per l’appartamento in cui vive e che non possiede affatto “fantomatiche ville sulle colline vignolesi o nei comuni limitrofi” – per mettere a tacere alcuni rumors fastidiosi.
Nelle dichiarazioni traspare, oltre alla volontà di chiarire ai propri cittadini l’entità della propria retribuzione, anche la volontà di precisare alcune caratteristiche di questo singolare “mestiere”: grande impegno (70-75 ore settimanali di lavoro, parecchie serate impegnate ed anche parecchi giorni festivi dedicati alla “rappresentanza istituzionale”), grande responsabilità per far fronte alle attese dei cittadini che voglio una città più moderna, bella e ricca di servizi, grande responsabilità anche per governare una “macchina” sempre più complessa: anche il Comune di Vignola è oggi una sorta di holding con “partecipazioni” nell’Unione Terre di Castelli, l’ASP G.Gasparini, Sipe Spa, Hera, Ato, ecc. Bene. Se consideriamo tutti questi aspetti risulta chiaro che la motivazione di fondo di questo impegno non è certo di tipo economico (è chiaro che non esiste corrispondenza tra impegno, responsabilità, produttività e retribuzione!), ma è piuttosto da ricercarsi in un mix di motivazioni dove giocano un ruolo il senso civico di appartenenza alla comunità, l’orgoglio di poter lasciare il segno del proprio lavoro sulla propria città, la dimostrazione di capacità “professionale” e politica. Qui sta indubbiamente uno degli aspetti belli della politica!
Questo gesto di trasparenza sul tema dei costi della politica sollecita alcune riflessioni. E’ infatti in gioco una posta importante che è bene esplicitare. Non si tratta, dunque, solo di soddisfare l’impulso voyeuristico che spinge a sbirciare nella “busta paga” del primo cittadino. Il tema è infatti il costo della politica (prima che dei politici), sia nei suoi aspetti più evidenti (appunto le indennità di carica), sia nei suoi aspetti meno tangibili. Quattro considerazioni.
[1] Traspare nelle parole del sindaco Adani l’orgoglio per il lavoro svolto – un tema trattato sotto l’etichetta “produttività del sindaco”. E’ questo il vero tema, la vera posta in gioco. La funzione della politica è infatti quella di prendere decisioni importanti per la collettività. Se la politica non prende queste decisioni (ad esempio perché troppo impegnative o perché ritiene che non abbiano il consenso dei cittadini) o se le decisioni che prende sono miopi, qui sta il vero costo della politica – una politica che non sa (o vuole) decidere o che “sbaglia” a decidere. Sull’uso del territorio (consumarne ancora, anche se per nobili finalità: finanziare opere pubbliche?), sulla tutela dell’ambiente e della salute (misure più restrittive contro le polveri sottili?), sul modello di sviluppo (quanto forzare la compatibilità ambientale?), sull’integrazione degli stranieri nuovi arrivati (cosa possiamo fare ora per ridurre il rischio di “problemi” tra vent’anni?), ecc. Se la politica non fa questo è qui che “scarica” sui cittadini i suoi veri costi – spesso costi occulti, costi non percepiti: i costi delle “occasioni mancate”. Costi di cui ci si accorgerà solo tra 10 o 20 anni, di cui si accorgeranno i nostri figli. E’ anche su questi aspetti, oltre all’indennità di carica degli amministratori, che abbiamo bisogno di maggiore trasparenza.
[2] Il vero costo della politica è una politica che gira a vuoto, che non affronta con determinazione le sfide davvero decisive per il futuro. E’ questa la diagnosi che con grande chiarezza lo stesso Veltroni ha riconosciuto: un sistema politico “allo stesso tempo costoso e improduttivo, tanto invadente nell’occupazione del potere e nell’ostentazione dei suoi segni esteriori, quanto impotente nell’esercitare il potere vero, quello che serve ad affrontare i problemi del paese” (La nuova stagione, p.134). Ma questo vale soprattutto per la politica nazionale. Per la politica locale le cose stanno diversamente. Qui si decide, anche grazie alla legge per l’elezione dei sindaci del ’93. Pensiamo solo alle cose fatte nel corso del suo mandato dal sindaco Adani - Vignola città cantiere! Allora qui il rischio è un altro: è quello di un decisore politico che non coinvolge la città, che non cerca di conseguire una visione del futuro prodotta collettivamente. E’ il tema della governance (o meglio: dello “stile” di governance), del rapporto tra decisioni amministrative, democrazia locale e consenso dei cittadini sulla visione della città del futuro (ce ne siamo già occupati: vedi). Sarà difficile superare l’amministrazione Adani sulla quantità delle cose fatte, sulla trasformazione della città realizzata. Sarà difficile anche solo realizzare (ovvero finanziare) i progetti a cui l’amministrazione sta lavorando oggi! Ma sulla capacità di parlare alla città, di produrre consenso ad una visione del futuro di Vignola non è davvero possibile fare di più? Non è un interrogativo retorico. E’ una domanda vera.
[3] Anche la politica è un’impresa collettiva. Se è bene interrogarsi sui costi del sindaco e sulla sua produttività, è altrettanto importante interrogarsi sui costi e la produttività del sistema politico locale. Siamo in grado di valutare l’operato ed il costo dell’intera squadra di un sindaco, cioè della giunta (magari assessore per assessore)? Siamo in grado di valutare la qualità delle nomine che la politica fa periodicamente nei ruoli di governo dei diversi enti della holding Comune? Ed il costo degli ex-sindaci? Fondamentale è la capacità di riconoscere e premiare il merito. Ma anche fare squadra nel senso giusto: non il clan chiuso che si promuove ed opera per cooptazione, ma il circuito aperto in cui nel pubblico confronto (di nuovo: più trasparenza!) il gioco delle argomentazioni e controargomentazioni accresce le chances che vengano prese “buone” decisioni o che le persone chiamate ad amministrare lo siano perché capaci, non perché appartenenti ad un “clan” o ad una “corrente” (prima ancora che ad un partito).
[4] L’outing del sindaco è un atto del tutto volontario. Anche per questo lo si può apprezzare. Ma non sarebbe il caso di farlo diventare routine? Farlo diventare un “vincolo” istituzionale che, proprio in quanto norma, segnali, tanto agli amministratori, quanto ai cittadini: attenzione qui c’è un pezzo importante della credibilità delle istituzioni. Ovvero: più trasparenza nelle istituzioni! Più trasparenza rispetto agli amministratori, ma anche più trasparenza sulla “produttività” di tutta l’amministrazione. Ovvero nuove modalità e nuovi strumenti per rendere conto. Io ritengo che una moderna amministrazione non possa non investire anche su ciò. Ad esempio tramite la redazione, ogni anno, di un Bilancio di Missione (non certo come mero strumento di marketing!) che illustri ai cittadini i risultati conseguiti e la coerenza tra impegni del Bilancio di previsione ed obiettivi conseguiti. Per questo il 29 novembre 2007 il Consiglio Comunale ha approvato – su mia proposta (allora ero capogruppo DS) – una mozione per fissare nello Statuto l’impegno alla trasparenza sia in merito a reditto e patrimonio degli amministratori (il sindaco, ma anche assessori e consiglieri), sia sull’operato di tutta l’amministrazione (vedi). Ne abbiamo bisogno. Mentre ringraziamo il sindaco Adani per l’impegno che mette nel suo “lavoro”, lavoriamo anche affinché le norme istituzionali possano aumentare le chances di avere sindaci (e, più in generale, amministratori) con queste caratteristiche. Sindaci (e amministratori) capaci e dunque disposti ad accettare la sfida della trasparenza, della rendicontazione, della valutazione.

Norvegia - Italia 3 a 0 (nelle politiche familiari)

20 Marzo 2008

Alcuni amici si sono lamentati dell’assenza, in questo blog, del tema calcistico, che invece impazza in altri luoghi “virtuali” vignolesi. Non potendo accontentarli nei contenuti, ho provato almeno a sedurli con il titolo. Chissà.

Se confrontiamo Italia e Norvegia in merito alle politiche statali di sostegno al “costo dei figli” (e dunque in merito alle politiche che contrastano l’effetto di impoverimento economico che la nascita di uno o più figli inducono) il risultato è il seguente. “Una veloce comparazione con i paesi scandinavi porta alla conclusione che la famiglia italiana non gode di grande salute. Ad esempio, le più recenti statistiche sulla povertà non sono una lettura felice per i giovani genitori. La semplice conclusione che si può trarre dalle Statistiche in Breve pubblicate dall’Istat (2007) è che più bambini si hanno, più poveri si diventa - e in alcune regioni i tassi di povertà delle famiglie con bambini sono drammatici. Molto si può discutere sulla validità delle statistiche di povertà , ma l’aspetto interessante di una comparazione con i paesi scandinavi è che lì la relazione è opposta: più bambini si hanno (a meno di non averne veramente molti, ben più di tre) più basso è il tasso di povertà. Questi tassi si basano su una misura relativa della povertà (es. è considerato “povero” chi ha un reddito inferiore al 50% del reddito medio) e quindi riflettono la diversa distribuzione delle risorse disponibili. In altre parole, nei paesi scandinavi la famiglia è una priorità più forte che non in Italia.” (vedi l’articolo intero)

Tavola 1: Percentuale di famiglie povere secondo il numero di figli

tabella-2_0.jpgSeguendo Chiara Saraceno, sono anch’io da tempo convinto che una vera “emergenza” per questo paese siano le politiche familiari e, soprattutto, il mancato riconoscimento del costo dei figli (e dunque la mancanza di significative politiche di sostegno economico alle famiglie con figli minori). Non c’è bisogno qui di pensare a politiche pro-nataliste, che pure potrebbero risultare giustificate nel tentativo di correggere gli attuali squilibri demografici. C’è invece certamente bisogno di aiutare le coppie nelle loro scelte di procreazione. Diverse indagini evidenziano che le coppie desiderano mediamente 2 figli, ma la maggior parte di queste – per diverse ragioni – non riesce a soddisfare quel desiderio. Il costo dei figli – e sappiamo che non c’è solo un “costo” economico, ma indubbiamente per la vita di oggi quest’ultimo è assai consistente – e la mancanza di un riconoscimento pubblico (e dunque di un sostegno), come avviene in Francia e nei Paesi Scandinavi, sono fattori ostacolanti. Ma se spetta allo stato predisporre aiuti significativi ed agevolazioni fiscali, spetta all’ente locale offrire servizi. Cosa che a Vignola abbiamo perseguito con grande determinazione (anche grazie al mio contributo da assessore: la decisione di costruire il terzo Asilo Nido è del 2002, mentre al progetto del Centro per le Famiglie ci ho lavorato per un anno intero, a partire dal 2003). C’è altro che si può fare a livello locale? Certamente. Ma la base di partenza è comunque robusta.

famiglia.gif

Alcuni elementi di valutazione delle proposte dei partiti e dell’operato dei governi in tema di politiche per la famiglia

Alessandro Rosina e Chiara Saraceno valutano il programma del PD in merito al tema del welfare e della famiglia (vedi) esprimendo qualche perplessità sulla “dote fiscale dei figli” (sostanzialmente perché rimangono aspetti non definiti) e manifestando comunque la preferenza per assegni familiari mensili, meglio se pagati alla madre.
Daniela Del Boca commenta invece le politiche per la famiglia realizzate dal Governo Prodi, apprezzando soprattutto il Piano per gli Asili Nido 2007-2009 (vedi).
Il precedente Governo Berlusconi, pur avendo operato per 5 anni, non ha fatto granché - come documenta Alessandro Rosina in questa analisi critica del Libro Bianco sul welfare (vedi) - privilegiando gli interventi ad alto valore simbolico come il cosiddetto bonus bebé (un bonus di 1.000 euro erogato una tantum il primo anno di vita del figlio: vedi l’analisi) – vale la pena riparlarne perché il bonus bebé è di nuovo inserito nel programma elettorale del PDL (per un’analisi critica vedi l’articolo da neodemos.it). Ricevere 1.000 euro una tantum al momento della nascita di un figlio può certamente fare piacere, ma le politiche serie per la famiglia sono altre, come ho argomentato in un ordine del giorno poi approvato dal Consiglio Comunale nella seduta del 27 marzo 2006 (vedi pdf). Anche il Libro Bianco sul welfare del ministro Maroni riconosceva che la spesa aggiuntiva data dalla nascita del primo figlio era di 500-800 euro al mese: il bonus bebé copre dunque al massimo il costo di 2 mesi!

Il fiume è ancora un elemento di identità di questo territorio?

16 Marzo 2008

E’ possibile parlare di identità di un territorio? Il concetto di identità richiede l’esistenza di caratteristiche che permangono nel tempo, ovvero che possono essere riconosciute come stabili anche a fronte di mutamenti. Richiede anche che tali segni vengano riconosciuti intersoggettivamente, ovvero da “altri significativi” (l’identità richiede sempre anche il suo riconoscimento sociale). Vi sono dunque caratteri, di questo territorio, che permangono nonostante i mutamenti intervenuti nel tempo e che siano allo stesso tempo riconosciuti come significativi dalla collettività che lo abita? La risposta a questa domanda non è banale. Indubbiamente alcuni tratti dell’ambiente e del paesaggio caratterizzano da lungo tempo il territorio di Vignola. Un territorio articolato in alte, basse e collina. Con un paesaggio agricolo cambiato più volte nel tempo e che ha visto la coltura della vite, del gelso (per l’allevamento dei bachi da seta tra il XVI e XIX secolo) e, quindi, l’affermarsi della coltivazione del ciliegio e di altre tipolgie di alberi da frutta. Un territorio, soprattutto, attraversato dal fiume – il Panaro – e che nel rapporto con il fiume ha avuto per lunghissimo tempo un tratto stabile, dunque un elemento di identità. Il fiume e, più in generale, il sistema naturale ed artificiale delle acque di superficie. Da lungo tempo (sembra sin dal XII secolo) alla presenza del fiume si è infatti affiancata una rete di canali artificiali (pensiamo al canale di San Pietro). Sin dalla sua fondazione la comunità vignolese ha intrattenuto un legame forte con il fiume – al tempo stesso risorsa e minaccia. Fiume che ha consentito la bonifica per colmata (l’accumulo di limo, sabbia, ciotoli che riempie progressivamente, nelle attuali “basse”, zone precedentemente acquitrinose); ha fornito la forza motrice per mulini ed opifici (cartiera di Brodano, cartiera della Sega, ecc.) e la risorsa acqua per la comunità; ha rappresentato una via di trasporto e di comunicazione; ha costituito un elemento produttivo di un ecosistema in grado di accogliere anche nuove coltivazioni (nel XVI secolo nelle zone alluvionali si è coltivato il riso). Al tempo stesso il fiume ha eroso le sponde e inondato i terreni. Ha richiesto, per tutelare i terreni coltivabili ed anche la sporgenza di tufo su cui sorge in origine Vignola, l’approntamento di opere di contenimento. E’ documentata alla fine del XVII secolo la costituzione di un “consorzio della mora” (muro, muraglione) con il compito di approntare opere di contenimento e difesa dalle acque del fiume – a testimonianza dell’impegno della collettività per “addomesticare” il fiume. E’ nel XVIII secolo, inoltre, che la cartografia registra l’esistenza delle “basse” già attraversate da vicoli campestri e sede della maggior parte delle abitazioni censite fuori le mura di Vignola, segno del successo dell’opera di bonifica. Ed il primo ponte, all’altezza del castello, è realizzato solo nel 1886 (sino ad allora l’unico attraversamento stabile era garantito dal ponte di Santo Spirito, realizzato all’altezza della Pieve). Ancora fino alla prima metà del XX secolo il fiume costituisce per i vignolesi una fonte alimentare (grazie alla pesca), un luogo di svago, un ambito per attività legate all’economia domestica (es. per fare il bucato).

Vignola e le “basse” in una mappa del 1757

E oggi? Diversi fattori hanno indubbiamente reso irrilevante il rapporto dei vignolesi con il fiume. Innanzitutto il mutamento intervenuto nell’economia e nella struttura dell’occupazione (ma anche la “scomparsa” del fiume a causa della siccità). Oggi l’unica attività produttiva che ha un legame con il fiume è l’attività di estrazione della ghiaia dei frantoi. Il rapporto con il fiume è sostanzialmente svanito – non ci si accorge certo della sua presenza attraversando in automobile il ponte Muratori. L’unico legame, certo assai tenue, rimane il passeggio domenicale lungo il percorso sole o natura. Allora il fiume è ancora un elemento di identità di questo territorio? Ad oggi c’è da dubitarne. Il “consumo” del territorio è infatti avvenuto anche sotto forma di una cancellazione dei suoi segni distintivi, di una sua banalizzazione semantica – in primo luogo del segno del fiume (sempre meno visibile alla città), del sistema dei canali e delle chiuse, delle attività economiche che da esso prendevano le mosse (es. i mulini). E’ una preoccupazione che merita porsi? E’ una relazione da cercare di recuperare? Forse. Almeno nella misura in cui contribuisce a dare senso al nostro stare qui e non altrove (anche per quel 25% di residenti nati altrove, nati fuori regione). Nella misura in cui può diventare un elemento della qualità della vita per chi risiede a Vignola. L’idea della “città sul fiume” è solo un’utopia del vecchio PRG intercomunale (e mai seriamente perseguita)? O può diventare un’idea guida per recuperare un rapporto della città con il suo fiume? Per recuperare innanzitutto un rapporto visivo – quanti sono i punti della città in cui il fiume è accessibile visivamente? Per recuperare un “contatto” – terrazzi, pontili, percorsi sul fiume? Per recuperare la conoscenza del sistema delle acque di superficie (ad esempio realizzando una pista ciclabile che costeggi tutto il canale di san Pietro) e delle funzioni delle opere idrauliche? Sono interrogativi che vale la pena porsi.

Le informazioni storiche sono tratte da: Eco&Eco, La popolazione e le attività produttive dell’area. Storia, caratteri e scelte, febbraio 1994 (documento preliminare al PRG in forma associata dei Comuni di Vignola, Savignano, Marano). Informazioni di grande interesse sono state fornite dal Prof. Achille Lodovisi, responsabile del Centro di Documentazione della Fondazione CRV, in occasione di una relazione ai consiglieri comunali di Vignola tenuta il 18 ottobre 2007. L’immagine della mappa di Vignola (un particolare di una mappa del 1757 relativa alle basse di Vignola ed al progetto di opere murarie per “ripararle” dal fiume) è tratta dal materiale cartografico usato dal Prof. Lodivisi a supporto della sua relazione.

The dark side of the man

12 Marzo 2008

L’ultimo episodio si è verificato il 3 marzo scorso. Stando al resoconto dei giornali un immigrato marocchino di 24 anni ha prima molestato, poi percosso e rapinato una sua connazionale in una zona centrale di Spilamberto. Ma l’episodio più grave, riferito di recente dai giornali, è avvenuto il 10 luglio 2007 a Vignola, quando un uomo (italiano) ha ucciso a colpi di pistola la ex moglie. Sono due episodi, diversi per gravità, di cronaca locale. Accomunati da un filo rosso: la violenza sulle donne. Episodi che costituiscono la punta di un iceberg. L’ultima indagine dell’Istat – Violenza e maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia, resa pubblica il 21 febbraio 2007 (vedi) – evidenzia infatti che il fenomeno rimane ampiamente sommerso. 25.000 le donne intervistate a livello nazionale. I risultati sono impressionanti. Il 14,3% delle donne tra i 16 ed i 70 anni ha subito, nell’arco della vita, almeno una violenza fisica o sessuale all’interno della relazione di coppia (da un partner o da un ex-partner), il 24,7% da un altro uomo. Negli ultimi 12 mesi le donne che hanno subito una violenza fisica o sessuale sono il 5,4% (il 7,0% in Emilia-Romagna!): il 3,5% ha subito una violenza sessuale, il 2,7% una violenza fisica (la somma è maggiore del 5,4% perché ci sono donne che hanno subito l’una e l’altra). La violenza domestica ha colpito il 2,4% delle donne – è questo il “lato oscuro” della famiglia. Quella al di fuori delle mura domestiche il 3,4%. Le forme gravi di violenza fisica sono meno diffuse, ma non per questo possono essere considerate irrilevanti – il 2,6% delle donne intervistate ha rivelato tentativi di strangolamento, soffocamento o di ustioni negli ultimi 12 mesi! Nella stragrande maggioranza dei casi le vittime non denunciano le violenze subite: questo succede solo nel 7,3% dei casi di violenze in famiglia e nel 4% dei casi di violenza da estranei. Il silenzio è maggiore quando l’autore è una persona che si conosce e l’episodio ha riguardato una violenza sessuale, in particolare uno stupro o tentato stupro.
Proviamo a “trasferire” questi dati a livello locale. L’operazione è grossolana, ma forse il dato non è troppo distante dalla realtà. A Vignola, con una popolazione complessiva di 23.600 residenti, le donne sono poco più di 12.000. Quelle in età 16-70 anni sono circa 8.200. Se ipotizziamo che il 7% di queste ha subito violenza (fisica o sessuale) negli ultimi 12 mesi – la percentuale è quella rilevata dall’indagine Istat per l’Emilia-Romagna – il dato equivale a 574 donne! Anche se ci limitassimo solo a quel 2,6% che ha subito forme gravi di violenza risulterebbero comunque più di 200 donne! Sono cifre impressionanti per Vignola – altrimenti non immaginabili. Forse un riscontro l’hanno i servizi sociali dell’Azienda di Servizi Pubblici alla persona (ASP) “G.Gasparini”. Se dobbiamo credere a queste stime è evidente che il fenomeno è sommerso e, in quanto tale, non è percepito dai cittadini della nostra comunità. Mentre si dispiega una rete di servizi di sostegno alle vittime è importante che il fenomeno possa essere maggiormente portato alla luce. Oltre ai protocolli di collaborazione tra enti locali, forze dell’ordine, servizi sanitari ed associazioni di tutela delle donne – sottoscritti nel 2007 da Provincia e Comune di Modena – occorre promuovere una maggiore consapevolezza per le vittime e le persone circostanti. Occorre un lavoro di educazione rivolto prevalentemente ai giovani: è necessario crescere giovani con un radicamento profondo nel rispetto della dignità femminile. Occorre un capillare “lavoro” culturale perché la violenza sulle donne sia sempre meno “tollerata”, perché il fenomeno esca dall’ombra.

Segnalo sul tema il libro di Marie-France Hirigoyen, Sottomesse. La violenza sulle donne nella coppia, Einaudi, Torino, 2006, pp.252, € 15,50 (vedi).

50 e 50. Le pari opportunità ed il PD

7 Marzo 2008

Nella società italiana le opportunità di carriera sono chiaramente differenziate in base al genere. Alcuni esempi. Nonostante la componente femminile del lavoro pubblico sfiori il 54% del totale, le dirigenti di seconda fascia sono il 25% e le dirigenti di prima il 15% circa. I dati del Ministero della Salute evidenziano una situazione ancora più differenziata: le donne sono il 75,5% del personale infermieristico ed il 32,2% della dirigenza medica, ma solo l’11% dei Direttori di struttura complessa (reparto, servizio). Su 81 professori ordinari di Radiologia solo 2 sono donna (2,5%) e tra i direttori di struttura complessa (servizi di Radiologia) le donne sono 33 contro 347 uomini (8,7%). Non cambia di molto la presenza femminile all’Università: solo 2 rettori su 83 sono donne (2,4%), mentre tra i docenti ordinari le donne sono 2.800 su 18.000 (15,6%). Nel Parlamento uscente, infine, le donne sono il 17,3%. Queste differenze – meglio: disuguaglianze – di genere si stanno riducendo, anche se in modo assai lento. Ancora oggi tutte le indagini ci dicono che le laureate hanno maggiori difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro rispetto ai colleghi maschi, hanno maggiori difficoltà a stabilizzare il proprio rapporto di lavoro e ad ottenere una remunerazione pari a quella dei loro compagni.
Sin dai primi atti del percorso di nascita il Partito Democratico ha voluto dare un messaggio forte su questo tema alla società italiana. Alle primarie del 14 ottobre le liste dei candidati rispettavano pienamente il principio della parità di genere: 50% uomini e 50% donne. Uomini e donne in posizione alternate nelle liste. Addirittura alternanza di genere tra i capilista. Ugualmente rispettata la parità di genere nella composizione dei Comitati direttivi dei circoli territoriali del PD. Anche in questo caso 50% donne e 50% uomini. Così per quanto riguarda gli organi del partito. E per le cariche istituzionali? Iniziamo dal Parlamento, di cui ci apprestiamo ad eleggere i componenti. Lo Statuto afferma che il Partito Democratico “favorisce la parità fra i generi nelle candidature per le assemblee elettive” (art.1, comma 3). Il Regolamento per le candidature, approvato il 20 febbraio 2008 dall’Assemblea costituente, precisa che la lista da presentare “assicura una rappresentanza femminile pari almeno a un terzo delle candidature e dei potenzialmente eletti” (art.9). Precisiamo che non si tratta del regolamento definitivo, ma di un regolamento ad hoc predisposto per queste elezioni politiche, approvato in tempi strettissimi a causa della caduta del governo (forse nel Regolamento definitivo l’obiettivo potrà essere più ambizioso – questo dipende anche dalla nostra voce). Si poteva osare di più? Forse sì. Il Partito Democratico – il partito del “big bang” democratico delle primarie del 14 ottobre; il partito che propone uno shock di innovazione per l’Italia – avrebbe dato un messaggio fortissimo al paese dicendo: anche per le liste dei candidati al Parlamento ci atteniamo al principio 50% uomini e 50% donne, con alternanza di genere nella composizione delle liste, quale segno del riconoscimento del valore delle donne – anche per la politica. Tuttavia, se guardiamo la realtà, non possiamo non riconoscere che un grande passo in avanti è comunque stato fatto. Nelle liste ci sono 379 donne candidate, pari al 42%. Certo, se guardiamo alle “potenzialmente elette” si potrà – forse – arrivare al 33%. In ogni caso, molto di più rispetto a prima. Veltroni ha dunque ragione ad esprimere soddisfazione: “Porteremo, se va male, il doppio delle donne elette, e se vinciamo ancora di più.” C’è qualche partito che saprà fare meglio? Lo vedremo. Uno in realtà c’é. E’ il PD di Modena. Ha messo in lista 4 donne e 4 uomini. Ed anche se guardiamo ai candidati “sicuramente eleggibili” vediamo che la parità di genere è stata rispettata: 2 uomini e 2 donne. A testimonianza del fatto che la cultura politica che un partito sa esprimere, anche a livello locale, conta. E che dunque la nostra voce conta. E’ un bel segnale. Un ottimo punto di partenza per portare tutto il partito (nazionale) su questa posizione. 50 e 50.

Dopo la pubblicazione di questo post è uscito su LaVoce.info (vedi) una comparazione tra PD e PDL proprio sulla presenza in lista di donne (e giovani). Il risultato conferma la maggiore attenzione del PD alla valorizzazione politica delle donne (anche se stima la presenza femminile tra gli eletti del PD solo al 28%). Successivamente la stima è stata realizzata per tutti i principali partiti che si presentano alle elezioni politiche del 2008 (vedi). Sempre su LaVoce.info (vedi) un confronto Italia-Spagna sulla presenza di candidati donne e giovani: alle recenti elezioni spagnole le donne in lista nei due principali partiti (Psoe e Pp) erano il 45%! Il 16 aprile è giunto il verdetto (quasi) definitivo (vedi): le donne elette in parlamento sono il 17% (potrà migliorare con il “gioco” delle opzioni, quando candidati eletti in più collegi lasceranno posto al primo dei non eletti). Come previsto il gruppo più consistente è quello del PD, sia in termini assoluti (87 elette su 327) che percentuali (26,3%) - non siamo però ancora al 33% previsto dal regolamento!

Questa riflessione è legata alla ricorrenza dell’8 marzo – Festa delle donne. Non potendo regalare un rametto di mimosa a tutte le donne intelligenti che con l’impegno in politica, nella professione, nel volontariato, nella famiglia contribuiscono a fare migliore questo paese. Per questa ricorrenza conservo ancora l’sms che mi ha inviato mia figlia quattordicenne l’anno scorso: “E’ la festa delle donne … ricordati di comprare i fiori x la mamma”. E’ per un futuro migliore, ovvero più “civile”.

Particolare del monumento realizzato da Marco Fornaciari

Partecipazione e organizzazione interna. Le novità che vorremmo nel PD

5 Marzo 2008

Un appunto di Francesco Galli che sviluppa alcune considerazioni tenute al primo incontro del Comitato Direttivo del PD di Vignola (28 febbraio 2008). Mi sembra interessante e vale comunque la pena leggerlo. (AP) (eccolo in formato pdf Partecipazione e organizzazione interna).

Spesso, quando si ragiona sul funzionamento interno dei partiti, si è portati a credere che l’organizzazione non incida sulle scelte politiche, che metodo e merito non siano collegati. Per quanto mi riguarda, non è così. Anzi, credo che punto fondamentale per la costruzione di un partito nuovo e in grado di proporre politiche nuove, sia quello di fare politica in modo nuovo. Sembra uno scioglilingua, ma la reiterazione del termine nuovo che ricorre nella proposta politica del partito democratico ricorre da tre constatazione: il sistema Italia non funziona, la politica non riesce a incidere e i partiti sono in crisi da almeno vent’anni.
La convinzione che metodo e merito, che organizzazione interna e proposte politiche, siano collegati mi spinge a riflettere su quale dovrebbe essere il funzionamento interno del partito democratico, soprattutto a livello territoriale, di circolo. Storicamente, nei progenitori del Pd, possiamo sintetizzare due distinti modelli: il centralismo democratico e le correnti.
Nel primo caso, abbiamo un modello piramidale molto accentuato. Una piramide a gradoni con un vertice nazionale, uno regionale, uno provinciale e uno locale. In questo caso le decisioni vengono assunte dal vertice deputato e trasferite a cascata sui livelli inferiori, attraverso una fitta rete di funzionari – sodali, che sono i soggetti incaricati di convincere il livello sottostante, sino al semplice elettore, della bontà delle decisioni e delle scelte compiute dal vertice. Un sistema che garantisce il vertice, ma lo espone al rischio di continue battaglie per difendere la posizione acquisita e, soprattutto, che rende molto difficile fare proposte politiche di rottura e magari contrastanti con gli interessi dei funzionari – sodali che sono la base su cui si regge il vertice.
Nel secondo caso, le correnti, ad ogni componente viene garantito uno spazio, proporzionale al peso specifico del momento. Un esempio in tal senso è oggi ben rappresentato dalla Galassia Berlusconiana dove intorno al Sole ruotano i militanti di Forza Italia, quelli di An, i Popolari liberali di Giovanardi, gli aderenti ai Circoli della libertà della Brambilla e a quelli del Buongoverno di Dell’Utri. Tutti costantemente in guerra tra loro per conquistare i favori del capo. Nel caso di un vertice non contendibile, è il caso di Berlusconi, questo sistema funziona meglio e consente anche di assumere decisioni di rottura. In presenza di correnti con leadership contendibile, invece, il confronto diventa ancora più sotterraneo e interno con il rischio di bloccare qualsiasi rinnovamento.
Ma il rinnovamento, lo dicevo all’inizio, è elemento fondante e costitutivo del Partito democratico. Dunque i modelli storici di cui sopra, non devono essere assolutamente replicati nel Pd. Lo sforzo da compiere in questa fase costituente è quello di sperimentare un sistema di funzionamento il più possibile aperto e inclusivo, ancora più importante a livello di circolo territoriale. In questo caso, sfruttando anche le possibilità offerte dalle nuove tecnologie, l’organizzazione interna diventa elemento fondamentale per stimolare la partecipazione dei cittadini e per renderla costante e motivata nel tempo. Il livello minimo accettabile, per non ricadere nei modelli passati, è quello di avere una partecipazione informata. Simpatizzanti, elettori e dirigenti degli organismi di base devono ricevere costantemente informazioni aggiornate, complete e, il più possibile, in tempo reale, sulle discussioni politiche in corso. Il passo avanti successivo, e sottolineo successivo perché un parere non informato non ha senso e valore, è quello di consultare elettori, iscritti e dirigenti di base per coinvolgerli nelle decisioni da assumere, siano esse di natura politica o legate alla scelta di candidati ad organismi elettivi. Ma questo è in parte già sancito nello statuto nazionale del Partito democratico e, al di là di come sarà applicata la norma, appare evidente che le primarie diventeranno patrimonio genetico del Pd, anche se bisogna evitare il rischio che si utilizzino solo per la scelta delle persone e non per un dibattito serio sulle idee.
Dal mio punto di vista, però, saremo davvero nuovi e dirompenti sul proscenio politico, se sapremo costruire un partito che ribalta la piramide. Un partito federale, dove le decisioni si formano dal basso, a tutti i livelli. Ad esempio, se il segretario provinciale di Modena ritiene che il Governatore della Campania debba dimettersi, questa istanza deve essere discussa a livello regionale. Se, poi, diventa patrimonio dell’intera Emilia Romagna, deve essere portata alla direzione nazionale che deve obbligatoriamente esprimersi sulla proposta e decidere. Si tratta ovviamente di un esempio per chiarire cosa significa ribaltare il vertice della piramide. A livello di circolo territoriale questo vuole dire, al di là dei gruppi di lavoro, che il segretario o il direttivo, sui temi di loro competenza, devono costantemente stimolare la partecipazione degli iscritti, raccogliendo il loro parere e mettendo in circolo idee e proposte. E se un’idea risulta essere maggioranza tra i sostenitori del partito si devono fare carico di attuarla o di trasferirla al livello superiore, nel caso non abbiano specifica competenza.
Più si chiederà ad elettori, iscritti e dirigenti di base di esprimersi, più saranno portati a partecipare e ad esporre le loro idee. Più lo si farà su temi specifici e non soltanto su dichiarazioni generali di principio e più usciranno idee utili, importanti e di qualità.
Creare le condizioni perché tutti gli italiani possano partecipare da protagonisti alla definizione della proposta politica del Pd, è secondo me, la sfida più cruciale e difficile. Una sfida che si può vincere solo scegliendo un’organizzazione interna in forte discontinuità con il passato. Altrimenti, anche le migliori idee, non riusciranno a fare presa nella mente e nel cuore degli italiani e, dunque, a riavvicinare cittadini e politica.

29 febbraio 2008: un’occasione per riflettere sulla sanità

1 Marzo 2008

Il 29 febbraio 2008 si è celebrata la prima giornata europea delle malattie rare, ovvero quelle malattie che hanno una prevalenza inferiore a 5 casi su 10.000 persone. Si tratta di malattie in genere croniche e progressive, spesso degenerative e fatali. Pur risultando “rare”, riguardano in Italia, essendocene circa 6.000, qualche centinaia di migliaia di persone (nel 75% dei casi si manifestano sin dalla prima infanzia). Negli ultimi anni, grazie soprattutto alle associazioni di malati (www.uniamo.it), anche il Servizio Sanitario Nazionale ha iniziato a prestare maggiore attenzione al tema delle malattie rare (ad esempio con una migliore definizione dei percorsi diagnostico-terapeutici presso centri di riferimento regionali) ed ai problemi delle persone che ne sono affette. Il carattere di “rarità” della malattia rende infatti assai più difficile la diagnosi e “stressa” la capacità dei servizi sanitari di prendersi carico del paziente, dalla diagnosi, al trattamento, all’assistenza ed al sostegno nella vita quotidiana (guarda il video). Tutto ciò si traduce, ancora troppo spesso, in un percorso assai tribolato del paziente attraverso la sanità.
In realtà percorsi “tribolati” sono un’esperienza non infrequente in sanità, nonostante si debba riconoscere che la sanità pubblica, in questa regione, è tra le migliori al mondo. Ci sono però certamente alcuni aspetti che possono e debbono essere migliorati, a vantaggio dei malati con malattie rare ed a vantaggio dei malati “comuni”. Ne segnalo alcuni con riferimento alla realtà di Vignola (altri potrete segnalarli voi nei commenti):
[1] La prenotazione dei servizi, ovvero il CUP. Il potenziamento del servizio di prenotazione telefonica (Tel&prenota) non sembra aver ancora decongestionato gli sportelli. Il lavoro fatto dall’azienda per evitare di avere liste chiuse (con prestazioni non prenotabili) ha migliorato la situazione, ma forse non risolto definitivamente il problema. Soprattutto occorre che gli standard qualitativi siano condivisi tra azienda ed utenti. Faccio un esempio: i dati aziendali riferivano, a marzo 2007, di tempi medi di attesa al CUP di 35 minuti. Siamo sicuri che siano pochi, come lasciava intendere il comunicato aziendale?
[2] Sull’erogazione di visite specialistiche ed esami diagnostici i dati presentati in Commissione consiliare il 13 novembre 2007 evidenziavano più di una criticità. La prima è costituita dal fatto che il 55% dei residenti nel Distretto di Vignola va fuori distretto per ottenere queste prestazioni – una delle percentuali più alte a livello regionale! Anche sui tempi di attesa si evidenziano criticità, ad esempio per i tempi di attesa troppo lunghi su ecografie, mammografie, ortodonzie, visite di nefrologia ed altro (la norma regionale richiede che, ad eccezione delle urgenze, per tali prestazioni siano garantiti non più di 30 gg di attesa per le visite, non più di 60 gg per la diagnostica). Qui occorre lavorare per migliorare il livello di servizio (ed è bene che l’amministrazione comunale si faccia interlocutore più esigente nei confronti dell’ASL).
[3] I Pronto Soccorso sono da tempo uno dei nodi più stressati del sistema sanitario. Non basta però lamentarsi del modo inappropriato con cui gli utenti li utilizzano (troppi codici bianchi!). Occorre offrire servizi alternativi, ben organizzati e di qualità. Le strade sono più di una e non è detto che non debbano essere percorse tutte assieme. Si chiamano medicina di gruppo, riqualificazione vera dei centri di continuità assistenziale (ex-guardia medica), creazione di nuovi servizi per la fasce non coperte dal medico di medicina generale (o dai pediatri di libera scelta). E’ proprio del 29 febbraio l’annuncio che l’Azienda Usl di Bologna aprirà due centri di continuità assistenziale innovativi: veri e propri ambulatori notturni e festivi, dotati di personale specializzato in pediatria, visto che è nell’assistenza ai bambini al di fuori degli orari diurni che si registrano le maggiori criticità (che portano quindi al sovraccarico del Pronto Soccorso). Non è il caso di fare qualcosa di equivalente anche da noi?
[4] C’è infine un ultimo aspetto che ritengo vada evidenziato: riguarda l’ascolto della voce degli utenti. Pensiamo che le segnalazioni di disservizio (reclami e rilievi) ricevute dall’Azienda USL di Modena sono state 1.648 nel 2006 (94 reclami e rilievi ricevuti dall’URP di Vignola nei primi 9 mesi del 2006), mentre solo le prestazioni di specialistica ambulatoriale erogate sono state più di 1 milione. Quando la voce degli utenti si esprime in 1 caso su mille significa che è il sistema di rilevazione che non funziona – penso che su ciò non ci siano dubbi. Occorre dunque reinventarsi qualcosa affinché gli utenti possano contribuire davvero, facendo sentire la loro voce, a migliorare i servizi.
Mi rendo conto di non aver parlato dell’ospedale di Vignola. Non certo perché non ci siano aspetti positivi da rimarcare assieme ad aspetti su cui occorre lavorare per il miglioramento. Lo tratterò in un prossimo post.